“Sileno ebbro” di de Ribera: lettura anticipata del dionisismo nietzschiano

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Oggi abbiamo deciso di brindare, signori, alla nostra e alla vostra salute. È importante celebrarci, ci rende simili agli dei. Innalziamo le coppe (ecco abbiamo di colpo perso tutti i nostri lettori, astemi o sinceramente morigerati!). Per la verità la storia dell’arte, l’arte stessa, avrebbero perso molti argomenti e molti capolavori se a prevalere fosse stata, sciaguratamente, la Virtù.

Sin dal principio la letteratura sarebbe stata azzoppata. Che ne sarebbe stato di Pindaro o Alceo, di Mimnermo senza il rosso greco? Noi dunque celebriamo il vizio, la sregolatezza, l’eccesso, direbbe Nietzsche, il dionisicaco, la vita senza regole, l’impulso a farci tutt’uno con l’istinto vitale, vera essenza imperscrutabile di questa valle di lacrime (Lacryma Christi del Vesuvio ovviamente, falanghina in purezza!).

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E di tutto il vino del mondo sembra pieno il Satiro ubriaco di Ribera, oggi al Museo di Capodimonte di Napoli. Il dipinto di ispirazione mitologica pagana sembra quasi una lettura anticipata del dionisismo nietzschiano, un capovolgimento del mondo vero così come concepito fino al Rinascimento: un Sileno obeso, quasi nudo, mal rasato si stende in oscena, languida posa su un drappeggio, come grottesca paranoia di una Venere rinascimentale. La sensazione di una grande (letteralmente poiché la tela misura ben 185cm X 229) parodia, un’irriverente, quasi carnascialesca, eversione della misura e della continenza, è accentuata dal cartiglio in basso con la scritta “Josephus de Ribera, Hispanus, valentino et adcademicus Romanus faciebat Partenope 1626”. Il cartiglio è strappato dal morso di un serpente, simbolo dell’invidia. Ma il centro della narrazione, la figura di Sileno, è controversa.

Perché il compagno di Dioniso e non Dioniso stesso? Forse perché spesso l’immagine è associata al Sileno ebbro della Coppa Farnese di Annibale Carracci. Sileno potrebbe essere il Satiro atletico, simbolo di saggezza che versa il vino, il Dio Pan in persona oppure alle spalle di Dioniso, mentre un’asina irridente sembra anch’essa ebbra e due personaggi guardano fuori dal quadro, quasi ad invitarci a considerare il tutto uno scherzo sofisticato. Uno scherzo molto sofisticato, se per un attimo volgiamo il nostro sguardo in alto a destra.

Qui vi è un volto diverso, che osserva la scena con uno sguardo forse perplesso: è Apollo, l’altra faccia di Dioniso: dall’alto scorge l’abisso della vita inebriante, l’abisso della luce guarda l’abisso dell’oscurità, in esso si riflette e riconosce, nonostante l’istinto animale si guardano, mettono in scena l’irrequieta, eterna oscillazione dell’esistenza, il riconoscere l’altro in noi stessi, il fondo oscuro da cui emerge Dio. Forse il committente del quadro, probabilmente un esponente della bassa nobiltà napoletana, Giovanni Francesco Salernitano, barone di Frosolone, era un gaudente, amante del vino e anche dotato di autoironia in quanto si ipotizza che il Sileno-Dioniso sia proprio lui.

Sembra, in quel gesto con la cappa alzata, di ascoltare la voce del grande Eduardo De Filippo: “e allora bevo, e questo sorso di vino vince la partita con l’eternità”.

di Roberto Nicolucci

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°223 – NOVEMBRE 2021

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