Siamo qui da vent’anni – di Sandro Bozzolo

Un'integrazione a metà

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Si chiama “Siamo qui da vent’anni” il documentario di Sandro Bozzolo che ha vinto il premio CiackMigraction alla XII edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli.

Il docu-film di Sandro Bozzolo è nato da un’idea di Roger Davico, presidente dell’Associazione Nazionale Oltre Le Frontiere di Cuneo, ed è ambientato proprio nella cosiddetta “provincia Granda”. L’obiettivo è quello di approfondire quanto si nasconde dietro la produzione agricola d’eccellenza piemontese. Quella contaminazione di popoli ormai indispensabile all’agricoltura locale e non solo, che rimane però nascosta ai margini della società, perdendo la possibilità di essere sfruttata nella propria ricchezza culturale. Un tema, questo, che non si esaurisce certo nella sua specificità, ma che ci porta agli occhi problematicità presenti da decenni nella nostra terra come in tutta Italia.

Il documentario, commenta la giuria del Festival, ha restituito il caleidoscopio di punti di vista delle persone che pur essendo nate qui o che vivono in Italia da tanti anni costruendo relazioni e percorsi diversi, non sono mai QUI. Mai per davvero. È un film narrativo, dove parla chi vive le cose sulla propria pelle, senza vittimismo ma con il cuore ed il coraggio di chi continua ad affrontare tutte le barriere che le nostre leggi ingiuste mettono loro davanti.

I protagonisti di Bozzolo sono infatti lavoratori extracomunitari di ogni nazionalità che hanno preso a cuore più di quanto non facciano i cittadini locali le tradizioni e le ricchezze naturali delle terre dove si insediano.

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Un esempio virtuoso su cui si sofferma il documentario è quello della cooperativa agricola “La Volpe e il Mirtillo”, nella quale lavora un gran numero di migranti per il recupero dei tanti castagneti presenti nella provincia di Cuneo. Questi, con l’avvento della globalizzazione e del crescente fenomeno dell’abbandono delle montagne, erano ormai quasi totalmente in rovina. Le comunità migranti si dimostrano quindi indispensabili non solo nel recupero delle ricchezze naturali del luogo, ma anche nel preservare molte di quelle tradizioni artigianali, come la lavorazione della pietra, che si vanno perdendo sempre più.

Questi lavoratori, attraverso l’attenta regia di Sandro Bozzolo, riescono a smontare una ad una le tesi di quella destra che da decenni diffonde l’idea tossica dell’immigrazione che uccide le tradizioni e ruba il lavoro. Forse è anche per colpa di questa narrazione distorta che queste comunità, così ben insediate nel territorio, non riescono però a trovare alcuna forma di integrazione culturale.

«In provincia di Cuneo e nelle comunità che abbiamo toccato con il film la questione è sempre la stessa. C’è piena integrazione dal punto di vista lavorativo e invece c’è una drammatica mancanza di integrazione dal punto di vista culturale. Sono comunità radicate che lavorano e vivono qui ma lo fanno comunque in silenzio, non partecipano in nessun modo alla vita della comunità in senso più ampio. -Ci racconta in un’intervista il regista Sandro Bozzolo- Mancano delle occasioni di incontro, ognuno è chiuso nella sua minoranza. Il problema secondo me in Italia è una mancanza di attenzione generale nei confronti della cultura intesa come mutua conoscenza.»

Al problema dell’integrazione si aggiunge, al Nord come al Sud, quello del caporalato. Questo fenomeno, come sottolinea ancora Bozzolo, dipende molto dal tipo di agricoltura messa in atto.

«La situazione cambia moltissimo tra un’agricoltura quasi indipendente e fiera come quella dei castagneti di montagna e la produzione di latte intensiva degli allevamenti della pianura. Questi schemi di sfruttamento sono gli stessi che portano al caporalato.»

La responsabilità, come spiega il sociologo Carlo Petrini, è delle cooperative che scelgono di risparmiare sulla pelle dei lavoratori. Lo stesso discorso va fatto per i cittadini, che troppo spesso lasciano che la società li appiattisca a meri consumatori. «Non possiamo lamentarci del caporalato se poi compriamo la conserva al supermercato che costa 29 centesimi. Forse è proprio questo il discorso, da quando abbiamo perso il contatto con la produzione agricola siamo tutti convinti che le uova vengano prodotte nei supermercati o che le pesche crescano nei supermercati. Bisogna capire che dietro il prezzo ci sono quelli che si chiamano costi sociali, se noi paghiamo di meno un prodotto è perché poi alla fine lo paga la collettività da qualche parte.»

«Se per una volta, per pochissimi giorni, venisse organizzato uno sciopero di tutti questi lavoratori- conclude il regista- risulterebbe chiarissimo qual è il loro peso e qual è la loro centralità nel sistema produttivo italiano.»

È questo l’obiettivo a cui tende il lavoro di sindacalisti e attivisti come Aboubakar Soumahoro e chi come lui combatte per il riconoscimento dei diritti di tutti i lavoratori. L’Italia non è degli italiani, ma di chiunque ne rispetti e preservi le ricchezze, combattendo perché la cultura e le culture tornino ad essere una priorità.

di Marianna Donadio

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