Siamo pronti ad una fondazione ecologica del diritto e della politica?

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Approfondimenti e riflessioni ispirate dal nuovo libro di Sergio Messina

Sono molte le riflessioni a seguito della lettura dell’ultimo libro di Sergio Messina, un testo sicuramente non facile, che si apprezza prima di tutto per la copiosa bibliografia e sitografia. È un testo che va letto, per chi non è specificamente della materia, con l’ausilio anche di altri testi e della ricerca interattiva. Le domande che si pone l’autore e che, di fatto, pone anche a tutti coloro che hanno sensibilità, sono molteplici, ma la principale può riassumersi con la seguente citazione: “Quale legame esiste tra la politica e crisi ecologica? Può esserci continuità nell’era dell’Antropocene con la democrazia moderna? Può la stessa adattarsi o trasformarsi in base alle esigenze delle future generazioni dell’intera biosfera?”.

Già le riflessioni/discussioni che potrebbero nascere da questo breve incipit, esaurirebbero tutto lo spazio disponibile. La questione ambientale è ovviamente una questione umana, in cui ci sentiamo tutti stakeholders, ma, di fatto, dovremmo essere anche shareholders; di minoranza, ma pur sempre azionisti/partner di un tutt’uno con il pianeta Terra e, perché no, dell’intero Universo.

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Il problema fondamentale è che abbiamo sostituito il contatto materiale con la Biosfera, con il contatto metafisico con l’Infosfera, motivo per il quale se ad un’adolescente chiedi come è fatta una gallina, te ne saprà mostrare migliaia di immagini, ma se gli chiedi l’odore della stessa, rischi di trasformarlo in uno smartphone catatonico. Nell’attuale emergenza pandemica l’antropocentrismo prevale ancor di più sulla Natura, ma è altrettanto necessario affermare che tutto ciò è innaturale. L’essere umano è una piccola parte della Natura e l’attuale stato delle cose non può proseguire; la pandemia è stata solo un piccolo e breve segnale.
Il peggio deve ancora venire? Il peggio per chi? Per la Natura non di certo, che si libererebbe solo di una piccola sua parte, cioè noi viventi umani, lasciando spazio a nuove esperienze di viventi NON umani. È il momento di svolte e scelte epocali, ma ci vorrebbero Costituzioni ad hoc, ripensate in una nuova logica democratica in cui, ad empio, la terra/suolo non può avere proprietari, ma solo semplici utilizzatori. Ci hanno abituati a credere che la tutela della biodiversità sia un’azione di grandissimo pregio, ma stiamo semplicemente restituendo un privilegio, cioè ciò che abbiamo rubato impunemente ai viventiNONumani. Sembrerà una provocazione, ma uno spunto datomi dal testo è che, se vogliamo proseguire nella stessa direzione attuale, è imprescindibile dare un valore materiale ai beni immateriali, affinché finalmente la società si accorga che l’acqua, l’aria, la terra, il suolo, la vita hanno un loro valore intrinseco e un costo per sostenerlo; anche se è un valore immorale, almeno è visibile e non più trascurabile, nemmeno per facebook.

Il timore per il futuro, pertanto, non è l’analfabetismo funzionale, ma l’analfabetismo sociale con addirittura l’impossibilità di riconoscere i propri simili in uno stesso sistema sociale, figurarsi riconoscere i viventiNONumani come appartenenti ad uno stesso sistema ecologico.

La citazione nel libro che mi ha più colpito è il riferimento al testo del collettivo “Terroni Uniti” nella canzone “Simmo tutte Sioux”: Credo alla Madre Terra, se la rispetti parla. Già l’ate accisa na volta, Non ci provate mai più. Non sono soli i Dakota, ccà simmo tutti Sioux.

di Angelo Morlando

Tratto da pag. 21 dell’ultimo numero di ArpaCampania

ARPAC_2021.04.30

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