Siamo noi la vera sfida della ricerca!

Storia di tre donne

In prossimità della giornata internazionale dedicata ai diritti (acquisiti negati e da conquistare) delle donne, abbiamo scelto di dare voce alle 30.000 donne in Italia che non si riconoscono nei “fiocchetti rosa” e chiedono di uscire dal buio e dal silenzio al quale sono state destinate. Stiamo parlando delle donne affette da cancro al seno metastatico (MBC – Metastatic Breast Cancer), e cioè di ognuna di quella donna su 4 che, dopo aver avuto diagnosi e cure di cancro al seno (anche se non mancano le metastatiche fin dall’esordio) ed esserne venute apparentemente fuori, si ritrova di nuovo a fare i conti con la malattia, che intanto ha invaso altri organi, facendole diventare inguaribili. Queste donne sono quelle che sono arrivate all’ultimo stadio della malattia, il IV°, e dovranno curarsi a vita, sottoponendosi a pesanti terapie fino a quando il loro corpo resisterà, in pratica fino alla morte.

Ma oggi nessuno vuole più associare la parola “morte” al cancro al seno. L’informazione “da fiocchetto rosa” diffusa attraverso TV e giornali vuole le donne guarite al 99%. Questi sono i numeri del cancro in Italia per l’anno 2017, diffusi dall’AIOM-AIRTUM, ma che però fa riferimento al solo stadio 0 di tumore al seno. In quei dati, quelli della sopravvivenza a 5 anni dal tumore primario, ci sono dentro buona parte delle 30.000 donne metastatiche, cioè tutte quelle che non sono morte prima. In pratica, se sei sopravvissuta ai 5 anni sei considerata guarita, purtroppo però le metastasi vengono scoperte soprattutto durante i controlli di follow up, anche a 7-10-15-20 anni dopo il primario, senza trascurare il dato delle metastatiche dall’esordio che sopravvivono ai 5 anni dalla diagnosi e che comunque rientrano in questo dato vittorioso. Ma le metastatiche non hanno più nessuna vittoria da festeggiare. Inoltre, a partire da questo momento in poi, su di loro cade il silenzio, perché esse rappresentano la sconfitta.

Ma per una donna è difficile pronunciare la parola fine ed arrendersi ad un destino che pare già scritto nel proprio DNA ed è così che una di esse, Barbara, che purtroppo non c’è più, ha avuto l’idea di creare un gruppo di donne metastatiche su facebook che hanno deciso di prestarsi mutuo soccorso e di scambiarsi informazioni utili sulle cure. Un piccolo spazio virtuale le ha salvate dall’angoscia, dalla paura e dalla disinformazione, oltre che dalla solitudine. «Di noi se ne sono andate già in tante – ci fanno sapere – altre stanno molto male, ma TUTTE viviamo con la stessa triste colonna sonora della nostra vita: un conto alla rovescia verso una morte prematura! Negli ultimi tempi stiamo vivendo una carneficina, si sono spente, una dietro l’altra tante amiche, Annamaria, Angela, Giuliana e Monica addirittura in soli tre giorni. Noi questo non possiamo più accettarlo in silenzio!!! Abbiamo bisogno di cure nuove, di migliore assistenza, non di fiocchetti rosa e di vittorie di Pirro proclamate a gran voce! Noi ce ne stiamo andando e non ci contano se non da morte. I dati posseduti sono spesso stime, non ci studiano abbastanza, mancano report seri e dettagliati sulle cure, sulle necessità terapeutiche e di assistenza, mancano studi statistici. Noi non ci stiamo più a lasciare che le cose continuino così, lo dobbiamo alle nostre amiche che non ci sono più, a noi stesse, alle donne che si ammaleranno in futuro! Vogliamo vivere più a lungo, vogliamo poter contare su cure meno pesanti e più efficaci… Vorremmo VIVERE, vogliamo VIVERE. Perché di noi ci si dimentica così? Abbiamo la netta sensazione di essere scomode, e spesso tante ci chiedono di tacere per non far paura, perché la nostra malattia è lunga e dolorosa e non possiamo negare che lo sia! La nostra malattia sembra censurata, forse perché non rappresentiamo il successo di cui hanno bisogno le associazioni e le case farmaceutiche?».

Queste coraggiosissime donne si sono promesse di uscire dall’invisibilità ed hanno chiesto la parola «perchè la disinformazione che nasconde o riduce il nostro problema ne allontanando la soluzione. Le campagne pubblicitarie falsano la realtà, ci sentiamo occultate da una narrazione che esclude così tante donne, noi tutte. Vi chiediamo di aiutarci a lanciare questo grido, finora inascoltato, di diffondere le nostre richieste e la nostra condizione. Sono richieste lecite, per chi come noi vive in Italia, un Paese in cui la Sanità, sebbene spesso attaccata, è una tra le più avanzate al mondo. Sono richieste lecite perché i nostri ricercatori e scienziati, i nostri “cervelli” non sono ben finanziati, e spesso devono emigrare per poter continuare a lavorare. Noi chiediamo accessibilità ai nuovi farmaci e risorse negli ospedali esplicitamente dedicate a noi metastatiche, che siamo e saremo sempre di più. L’informazione corretta dovrebbe essere dire che sì, si sono fatti grandi passi avanti nel non far morire tante donne di cancro al seno nei primi 5 anni ma che è purtroppo anche cresciuto il numero delle malate mestastatiche e il nostro numero è inevitabilmente destinato ad aumentare. SIAMO NOI la vera sfida per la ricerca e intanto chiediamo ospedali più efficienti e con Breast Unit che funzionino e che siano equamente dislocate sul territorio. Chiediamo maggiori informazione sui trials e una rete di cura che non ci costringa a muoverci facendo la spola tra diversi ospedali per avere cure più innovative o per poter usufruire di macchinari più avanzati. Chiediamo la creazione di Pronto soccorso Oncologici, specifici per chi fa cure tanto debilitanti, e non può affidarsi a medici non specializzati in oncologia, né attendere per ore, né attendere in ambienti promiscui, che possono danneggiarci ulteriormente. Chiediamo diritti per quante di noi non possono più lavorare e diritti per chi riesce a farlo ancora, ma sul posto di lavoro trova difficoltà e a volte addirittura ostilità. Stiamo provando in ogni modo a farci sentire, abbiamo provato anche attraverso associazioni esistenti di tumore al seno in cui abbiamo difficoltà a inserirci perché le nostre tematiche sono spesso diverse».

Ci stanno provando in tutti i modi queste donne ad uscire dal silenzio con interviste e lettere di molte di loro, sui social e sul web.

È stata anche lanciata una petizione al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin che ha raccolto in pochi mesi quasi 65000 firme. (https://www.change.org/p/bealorenzin-cancro-al-seno-metastatico-ecco-cosa-serve-ascoltateci).

Da una di loro è nato anche il nuovo sito www.tumorealsenometastatico.it

«Ci proveremo ancora – concludono –perché abbiamo imparato a “rialzarci” letteralmente anche da una sedia a rotelle o con le stampelle, ci proveremo noi che, resilienti e con le nostre cicatrici, procediamo a piccoli passi, magari con un busto a sorreggerci, anche senza alcuni pezzi del nostro corpo, perché questa malattia colpisce il corpo in ogni sua parte. Ci vogliamo provare noi, meta-no-statiche, come amava dire una nostra amica che aspetta che agiamo da lassù, perché non ci stiamo a smettere di occuparci dei nostri figli, che spesso dobbiamo abbandonare in troppo giovane età. Vorremmo vivere con i nostri compagni di vita e diventare vecchi con loro, o anche da sole perché talvolta gli uomini fuggono da noi e dal nostro triste destino. Non ci stiamo, se colpite in giovane età, a rinunciare ad una famiglia e ai figli, e vogliamo continuare con passione il nostro lavoro e avere la forza per farlo, vogliamo VIVERE, viaggiare e amare ogni minuto della nostra vita. Vi ringraziamo, tutte, per qualunque cosa riusciate a fare per noi».

Qui di seguito sono riportate le testimonianze che alcune di loro ci hanno fatto pervenire:

 

Buonasera, mi presento sono Manuela Ladogana e le invio questa mail per renderle nota la mia storia con il cancro al
seno metastatico. Faccio parte del gruppo Facebook MBC: tumore al seno metastatico.
Il mio primo incontro con lo scomodo ospite avviene nella primavera del 2013, avevo 35 anni, o meglio li avrei compiuti di lì a qualche mese. Ero appena andata a convivere con il mio compagno e non avevamo figli. Quei figli che poi, alla fine non sono mai arrivati, ma all’epoca ancora non lo sapevamo. Sono sempre stata una ragazza scrupolosa nei controlli. Mi sono ammalata di una malattia cronica al colon quando avevo 17 anni, quindi ero abituata a camici bianchi e medicinali. Con la stessa responsabilità effettuavo anche tutti gli altri controlli di routine. Grazie ad un’ecografia la dottoressa ha “visto” qualcosa che non la convinceva. Il giorno dopo altre due eco da un luminare, il quale appena appoggia la sonda sul seno destro, mi guarda e, senza troppi preamboli, mi dice che si tratta di un tumore. Fuori, nella sala d’ attesa, c’erano mia madre e mio padre. Mi crede se le dico che, in quel momento, la mia preoccupazione più grande era come poterglielo dire!?Lo feci con l’aiuto di una dottoressa e cominciammo tutto l’iter diagnostico per capire con cosa avevamo a che fare. Essendo molto giovane, ed essendo il carcinoma multifocale, il senologo decise per una mastectomia. Tempo una settimana e mi operai in clinica, ho una copertura sanitaria che ha sostenuto i costi, altrimenti la lista di attesa in ospedale era di un mese e mezzo.
Intervento con immediata ricostruzione andato benissimo. Intanto vado a conoscere colui che, di lì a poco, sarebbe diventato l’uomo più importante della mia vita: il mio oncologo.
Arriva l’istologico dell’intervento era un carcinoma duttale multifocale infiltrante in situ. Tutti paroloni che ti risuonano nella testa e corri in rete a cercare i vari significati, a cercare un po’ di speranza. Mi sono sempre reputata una donna abbastanza lucida ed intelligente e, un po’ per scaramanzia (lo ammetto) e un po’ perché sapevo come va la malattia oncologica, non mi sono Mai sentita guarita.Ero consapevole del fatto che un malato oncologico rimane tale, a meno che non muoia a 90 anni per altre cause.
Che le devo dire…me la sarò tirata. Fatto sta che, finite le chemio avevo iniziato il “mantenimento” con la terapia ormonale. Mantenimento è virgolettato perché le cure di mantenimento per il cancro sono, purtroppo, anch’esse devastanti.
A 35 anni mi sono ritrovata in menopausa indotta e avevo perso la possibilità di diventare mamma.
Dopo due anni dal primario, eseguendo un normale controllo di follow up, abbiamo trovato la prima metastasi ossea, le lascio immaginare il mio sgomento!
Ho iniziato a rimettere in mezzo tutte le carte, alla ricerca di un maledettissimo errore umano. Non ne ho trovati e sa perché? Perché stavolta a sbagliare non erano stati gli uomini, ma il fato.
Sono sempre stata una combattente, non mi sono mai piaciute le persone che si piangono addosso per un nonnulla, ma quando ho sentito la parola metastasi si è spezzato qualcosa dentro…il mio compagno, quando ogni tanto mi vede giù di tono, cerca di ricordarmi la forza che avevo quando ero in piena chemio. Vaglielo a spiegare che le due cose sono totalmente
differenti, che avrei preferito una recidiva ad una diagnosi di metastasi, che le metastasi sono una sentenza.
Mi sono affacciata al mondo delle metastatiche a 36 anni. Ho conosciuto Donne meravigliose, coraggiose e soprattutto informatissime, tanto è vero che leggo sempre con grande interesse le cose che riportano da convegni e congressi medici a cui partecipano. Le ammiro moltissimo per l’energia e la speranza che ci impiegano. Lo stesso però non vediamo nel sistema che ci circonda. Ci sono delle lacune spaventose relativamente all’argomento cancro al seno. Mi rendo conto che io stessa, prima di ammalarmi ed entrare dalla porta d’ingresso nell’universo “cancro”, ero una di quelle che credeva nelle statistiche e nei fiocchi rosa…anche io credevo che di cancro al seno si guarisce al 98%.
Poi ti rendi conto che le stime sono basate su dati che possono falsare una realtà che tende a non dar voce ad una fetta “scomoda” di quella torta.
La fetta scomoda, quelle da nascondere perché forse rappresentano un fallimento, siamo noi, le metastatiche.
Abbiamo bisogno di visibilità per poter raccontare la verità, non vogliamo spaventare nessuno, non vogliamo abbassare la percentuale di fiducia nella guarigione. Vogliamo solo comunicare che esistiamo, proviamo a fare delle vite il più normale possibile. Divise fra terapie, dolori, momenti neri di totale sconforto, testamenti biologici da sottoscrivere, case da mandare avanti, ansie per il lavoro che chissà per quanto tempo ancora avremo, Sorelle di Avventura che ci lasciano…una vita che avevi sognato in tutta un’altra maniera, con dei colori completamente diversi.
Ecco perché chiediamo a voi di darci voce e io, nel mio piccolo, ci metto anche la faccia, per questo la autorizzo ad utilizzare il mio nome e la mia immagine.
Grazie di cuore dello spazio che ci dedicate.
Namastè

Manuela Ladogana

Ho 50 anni ed ero infermiera

La mia è una storia complicata in quanto sono state scoperte prima le metastasi “anomale” che il primario. Ho avuto la diagnosi a 48 anni, a novembre 2016, ma da almeno 2 anni lamentavo disturbi vaghi (febbricola pomeridiana e stanchezza “strana”), però essendo una persona allergica e con problemi articolari, le indagini diagnostiche si svolgevano tutte nell’ambito dell’allergologia e delle autoammunità..

Ho iniziato a fare mammografie di controllo ogni 2 anni dall’età di 44 anni ed erano sempre nella norma. Essendo infermiera, e quindi a contatto con medici tutti i giorni ovviamente, mi lamentavo dei miei disturbi, ma non avendo nessun riscontro diagnostico (a parte i sopracitati esami sulle malattie autoimmuni mossi), ero considerata un’ipocondriaca.

Ad agosto 2016, in seguito a problemi ad un occhio (dolore al bulbo), faccio una visita oculistica: temevo un glaucoma..ne ho la familiarità. Mi viene prescritta terapia antiinfiammatoria, in quanto l’esame si rivela negativo. I dolori continuano, fino a quando l’8 di agosto, ero al lavoro, inizio a vedere doppio.

Vengo portata al pronto soccorso, mi viene fatta una tac urgente al cranio che non riscontra alcuna anomalia. Vengo visitata da un neurologo che riscontra paralisi del III nervo cranico e mi prescrive una risonanza magnetica che evidenzia presenza di rigonfiamento dei muscoli oculari nell’orbita destra, dovuti probabilmente ad un morbo di Basedow. Faccio quindi ulteriori accertamenti oculistici ed esami per valutare la funzionalità tiroidea (nel frattempo il bulbo oculare destro si era spostato in avanti). Dopo un mese arrivano gli esami tiroidei: normali. Vengo rivista dal neurologo, il quale sospettando una miastenia oculare mi prescrive una elettromiografia con stimolazione ripetitiva: normale.

A questo punto contatto un ospedale di Milano: ad ottobre vengo ricoverata per una settimana e sottoposta ad ulteriori indagini diagnostiche (risonanze magnetiche, elettromiografie, esami del campo visivo…). Vengo anche visitata da una neurooftalmologa, la quale mi prescrive una biopsia del tessuto orbitale.

Il 16 novembre eseguo la biopsia e lì l’amara sorpresa: presenza di cellule neoplastiche di origina mammaria. Appena ricevuta la comunicazione mi metto in contatto con la chirurga che 2 anni prima aveva operato mia madre per k mammario, la quale mi vede il giorno dopo e mi programma immediatamente le indagini diagnostiche.

La mammografia del 30/11/2016 evidenzia due formazioni di 10 e 7 mm meritevoli di verifica microistologica e un linfonodo sospetto di aspetto secondario di 11 mm. La pet fatta successivamente ha poi evidenziato molteplici aree colpite, la mammella e poi fegato, ossa, linfonodi ascellari e la regione oculare di cui ho già parlato e il pancreas, nonchè una sospetta carcinosi peritoneale.

Eseguo una ulteriore tac a dicembre, dove si evidenziano ulteriori aree interessate dalla malattia. Faccio la visita dall’oncologo a dicembre ed inizio terapia ormonale con Enantone e Tamoxifene il 13/12/2016 più terapie oncologiche integrate ARTOI (fitoterapia e omeopatia) e cambio dieta secondo indicazioni prof. Berrino e ARTOI. Faccio Cyberknife alle lesioni orbitali occhio destro ad aprile 2017 (3 sedute). A tutt’oggi permane la diplopia

In data 09/02/2018 mi è stato sostituito il Tamoxifene con il Femara a causa di un aumento dei marcatori (nel mio caso attendibili), nonostante la tac denoti stabilità. Sono in pensione ai sensi della legge 335/95, invalida 100%, handicap grave aticolo 3 comma 3.

Ho in corso una causa con l’INAIL per malattia professionale, visto che per 28 anni ho preso quotidianamente raggi x e fino a 15 anni fa le norme di radioprotezione non erano rispettate (mancavano i dispositivi di protezione individuale e quelli presenti erano inadeguati). L’esordio anomalo ha ritardato la diagnosi. Pur controllandomi sono metastatica all’esordio e quando già avevo i sintomi di una sindrome paraneoplastica la mammografia era comunque negativa. I miei noduli erano impalpabili: neppure la senologa li sentiva, ma mi ha comunque fatto fare tutti gli accertamenti nonostante avessi una diagnosi di istologico “telefonica”.

Orietta Tappa

 

Mi chiamo Patrizia, ho 60 anni, divorziata felicemente single

Era l’8 dicembre 2005, avevo appena finito di fare gli addobbi di natale con mia figlia, vado a fare la doccia e mi sento un bozzetto sul seno destro, era finalmente un momento felice, mio figlio 23 anni si era appena sposato, Ylenia appena finito gli studi aveva iniziato a lavorare, dopo tanti sacrifici per crescerli da sola, finalmente potevo tirare un respiro di sollievo, ero ancora giovane, 48 anni con i figli sistemati, ora potevo godermi la vita, forse… il giorno dopo andai a fare una mammografia a pagamento, decisi volutamente di ritirarla dopo le feste, volevo godermi il primo Natale sereno, il 27 dicembre andai a lavorare, e feci la delega a mia figlia x andare a ritirare la mammo, erano le 12 ero in ufficio e vidi mia figlia dalla finestra immobile sotto la pioggia che guardava verso la mia stanza, non so da quanto tempo fosse li… una mia collega scese a prenderla l’ asciugò alla meglio, la portò su e lei senza parlare mi diede il risultato, lo lessi misi a posto le carte sulla scrivania, mi misi il cappotto e salii sull’auto di mia figlia, dopo una mezz’ora le chiesi dove stavamo andando, lei mi prese la mano e mi disse che aveva chiamato un nostro amico di famiglia senologo e ci aspettava in ospedale, mi tenne la mano tutto il viaggio io ero frastornata non capivo, arrivammo lesse il risultato e mi disse che l indomani avevamo la preospedalizzazione e che il 2 gennaio sarei stata operata…operata? perchè? lui mi spiegò che probabilmente avevo il cancro… ritornammo a casa senza dire una parola, mia figlia mi stringeva talmente forte la mano che mi tagliai con l’ anello che avevo al dito, la notte non chiusi occhio feci preospedalizzazione, quei 3 giorni passarono con uno stato di incoscienza facendo finta di nulla, il 2 gennaio feci quadrantectomia dopo una settimana a casa dopo 2 settimane risultato istologico g2 duttale infiltrante, fine mese inizio la chemio, 6 cicli entro dentro un frullatore passano 5 mesi senza che me ne rendessi conto finisco con la convinzione che è un incidente di percorso, ritorno a lavoro sono felice vado in palestra esco con amici, mi prendo la vita a piene mani fino a non pensarci più, arriva novembre 2008 una notte girandomi sul fianco destro, sento dolore sotto il cavo ascellare accendo la luce inizio ad avere conati di vomito, mi tocco e sento una palla nel cavo ascellare, mi butto sul letto, disperata, la mattina chiamo il mio senologo, stavolta vado sola senza mia figlia faccio subito risonanza magnetica, e ci risiamo, dopo 5 giorni di nuovo in sala operatoria,13 ore di intervento mastectomia bilaterale, tolgono ghiandola, muscolo e 18 linfonodi tutti negativi, passo la notte in ospedale con 6 sacche di sangue e il sottofondo del pianto dei miei figli, esco dall’ospedale, dopo 20 giorni istologico carcinoma duttale infiltrante g3, si ricomincia chemio 8 cicli e 38 radioterapie, finisco distrutta dai disturbi terribili, ma felicissima riprendo la mia vita, controlli a 4 mesi. Dopo un anno ricostruzione con gran dorsale e pelle e grasso della pancia al seno destro al sinistro protesi sono quasi tornata alla norma gennaio 2011 durante un controllo dall’oncologo mentre mi visitava scherzavamo nel toccare il collo tace… prende il telefono chiama radiologia, subito una tac, di corsa biopsia su una lesione al collo, METASTASI G3 AL 4 STADIO DELLA MALATTIA HERP 2 NEGATIVO, faccio pet tac 9 METASTASI SOPRACLAVICOLARERI 3 EPATICHE 4 IN ZONA LOMBALE, DISPERATA STANCA ARRABBIATA, dico di non voler fare più nulla l oncologo chiama i miei figli gli dice che dobbiamo intervenire prima possibile, mio figlio mi invita a cena dopo qualche giorno, e mi dice “MAMMA RICORDI QUANDO HAI FATTO BIOPSIA,IO E VALENTINA NON ERAVAMO LI CON TE? ERAVAMO A FARE LA FECONDAZIONE ARTIFICIALE,STAI PER DIVENTARE NONNA DI 2 GEMELLI!!

Felice ritrovo la voglia di lottare, non voglio morire non ora.decido di andare dall’oncologo che mi propone 4 compresse di XELODA la mattina e 4 la sera e vinelbine calcetepina 2 settimane si 1 no per 13 mesi, tanti disturbi stavo malissimo ero talmente spossata da camminare con il bastone nel frattempo mi faccio anche 2 polmoniti entro ed esco dall’ospedale, ma la mia luce in fondo al tunnel era arrivare a vedere i miei nipotini, che hanno fretta di uscire, e nascono prematuri di 6 mesi di gestazione, mentre ero nella pet tac appena finito fuggo con l ago nel braccio, sono riuscita a realizzare il mio sogno.

Finisco questo durissimo periodo di chemio, ma stavolta con la consapevolezza che non guarirò più le metastasi quasi tutte in regressione, ma l’oncologo con il quale ho un ottimo rapporto, nella disgrazia del cancro ho avuto la fortuna di incontrare per la professionalità tempestività e umanità, mi mette al corrente che non avrò piu un futuro certo, perchè ormai metastatica, l’ospedale è diventato ormai la mia seconda casa per i controlli ravvicinati, e l’unica soluzione continuare a curarmi per allungare la mia vita in attesa di nuovi farmaci.

Aprile 2012 inizio faslodex ogno 28 giorni ,nonostante facessi terapia, ad ogni controllo pet c era piccola ripresa di malattia, che andava in necrosi alla pet successiva, andiamo avanti fino ad aprile 2016 quando mentre facevo terapia mi viene 1 broncospasmo, ricovero immediato, accertamenti e scopriamo che ho il fegato ingrossato da intossicazione da farmaco e vie respiratorie compromesse, l’oncologo decide di sospendere tutto approfittando del periodo di stabilità di malattia, e portando i controlli a 3 mesi,a novembre 2017 nell’ unico lembo sano una tac rileva una formazione sospetta in mezzo al seno,mi operano con urgenza ma per fortuna formazione, benigna.Gennaio 2018 pet capta qualcosa dietro l’ unico capezzolo sano, a giorni aspetto intervento di rimozione.

Questa e la mia vita da 7 anni dalla recidiva metastatica in questo momento ho stabilità di malattia,consapevole che si possa risvegliare in qualsiasi momento,prego che la ricerca mi proponga una cura certa e che la sanità investa su di noi,purtroppo ogni giorno muoiono donne metastatiche per cure non sufficientemente da garantire una cura efficace,per la sanità siamo pazienti di serie B, una volta diagnosticata METASTATICA 4 STADIO DELLA MALATTIA, purtroppo è una triste realtà.

HO SCRITTO LA MIA STORIA COME TANTE DI NOI, PER DIRE CHE NOI CI SIAMO, E SPERIAMO DI RESISTERE PER POTER TESTARE FARMACI CHE CI DIANO UNA PROSPETTIVA DI VITA PIÙ LUNGA.

Nel frattempo i miei nipoti hanno compiuto 6 anni, mia figlia mi ha donato la gioia di un altra nipotina, vivo giorno per giorno cogliendo il meglio che la vita mi dà, senza progetti per il futuro, i continui controlli mi impediscono di farli, ma vivo con la speranza per me e le mie tante donne che vivono come me

Grazie per l’attenzione.

De Maso Patrizia

 

di Girolama (Mina) Iazzetta