Siamo davvero tutti sulla stessa barca?

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Il Coronavirus può colpire tutti, senza distinzione, ma l’uguaglianza finisce qui. Questioni come la disponibilità economica, la condizione lavorativa, la casa, cambiano completamente il modo in cui le persone stanno vivendo il dramma sanitario e cambieranno completamente il loro ritorno alla normalità.

C’è chi ha un impiego sicuro e può godere di protezioni e risparmi e chi, invece, deve fare i conti con contratti precari o irregolari, con la perdita del lavoro, la mancanza di ammortizzatori sociali, tasse e affitti insostenibili da pagare.

Sono 30 anni ormai che M. lavora a nero come traslocatore. A casa lo aspettano sua moglie, i suoi tre bambini e sua suocera. M. è un “invisibile” come tanti altri, non ha garanzie e non ha diritto ad alcun tipo di sussidio. Ogni mattina, nonostante il divieto, percorre le strade interne per andare a lavorare e sfuggire i controlli. M. non ha paura del virus, o meglio non può averla se l’unica alternativa è quella di fare la fame o finire per strada.
C. lavora, o meglio, lavorava, come cameriera in un ristorante. Si era trasferita al Nord da sei mesi e questo era già il terzo lavoro.
Un contratto di 4 ore settimanali, ma un lavoro effettivo di 8/12 ore al giorno. Il ristorante ha chiuso e le buste paga degli ultimi due mesi non sono mai arrivate. Avendo un contratto “da extra”, non ha diritto alla cassa integrazione né agli ammortizzatori sociali previsti dal governo.
G. ha una piccola pasticceria da cui provengono tutte le entrate della famiglia. Il lock-down l’ha costretto a sospendere la sua attività e adesso, dopo più di un mese, si trova a dover scegliere tra fare la spesa o pagare l’affitto del locale. Probabilmente le sue serrande resteranno chiuse anche a fine emergenza.

C’è poi chi può mettersi in quarantena in una casa sicura, spaziosa e connessa e chi, invece, deve fare i conti con l’assenza di un tetto, abitazioni poco dignitose e condizioni igienico-sanitarie pessime. “Dicono restate a casa, non vi preoccupate, ma io una casa non ce l’ho da anni”.

F. è un senza fissa dimora e prima dell’emergenza tirava avanti con lavoretti miseri o come venditore ambulante.
Adesso non c’è nessuno a cui vendere e nessuno per cui lavorare. Le mense, i centri diurni, i punti doccia sono chiusi. F. è più solo che mai, può contare solo sull’aiuto di alcuni volontari. T. è una donna pensionata e vive sola in un basso di 25m quadrati, senza finestre, solo una porta che affaccia sul vicolo. “E’ peggio che essere in galera”. Prima dell’epidemia la sua porta era sempre aperta, un po’ per far entrare la luce e prendere aria, un po’ per cercare la compagnia dei vicini.
P. è un bracciante agricolo, vive insieme ai suoi compagni in un insediamento improvvisato in campagna, senza acqua corrente, internet ed elettricità. Non ha i documenti e non potrà richiedere l’accesso ai bonus.

Questi nomi, queste storie potrebbero essere di chiunque. Quel delicato e fragile equilibrio che teneva in piedi la società si è scheggiato, facendo emergere tutte le sue falle e rendendo le disuguaglianze ancora più evidenti.

Come può il diritto alla salute entrare in competizione con il diritto al lavoro, alla casa o alla vita? I diritti non sono come merce al supermercato: non c’è un diritto più costoso o più bello. I diritti, se sono tali, si devono garantire e rafforzare a vicenda, altrimenti crolla tutto. Se non è così si parla di altro, non di diritti. A quale normalità torneranno queste persone? Alla normalità dell’emergenza: da quella sanitaria, a quella economica a quella sociale. Non fa neanche differenza.

Bisogna tornare a dibattere sui muri come si faceva prima del Covid-19. D’improvviso quei muri non si trovano più solo ai confini dell’Europa o dell’Occidente, ma sono i muri delle nostre case, mentre le strade si sono trasformate in solcati.

Non è affatto vero che in quest’emergenza “siamo tutti sulla stessa barca”. O almeno, se fosse la stessa barca, c’è chi sta a poppa, chi a prua, chi in stiva e chi sta lì lì per cadere in acqua. Sono le persone più deboli, il cui destino sembra segnato. Ed è davvero curioso che nel silenzio delle nostre città deserte nessuno riesca a sentire questo urlo.

 

di Giorgia Scognamiglio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

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