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Shein, il colosso (illegale) del fast fashion

Chiara Del Prete 27/11/2022
Updated 2022/11/27 at 12:30 AM
14 Minuti per la lettura

Non bastava l’inchiesta che ad ottobre ha scosso l’opinione pubblica, ora anche Greenpeace allarma contro Shein. I suoi prodotti, per composizione, sarebbero illegali ed un pericolo per la salute umana. Tutto è iniziato quando un progetto imprenditoriale s’è trasformato nel colosso fast fashion più noto al mondo. Ripercorriamo gli esordi e la pletora consequenziale.

Nascita e sviluppi

La  pronuncia corretta è all’inglese “she in”, non si legge come si scrive. La nota azienda cinese addetta alla vendita online di fast fashion Shein è nata nel 2008 dall’imprenditore Chris Xu a Nanchino. Inizialmente era orientata alla vendita di abiti da sposa. Ha poi cambiato rotta per concentrarsi prima sulla vendita generale d’abbigliamento femminile e poi estendersi anche al guardaroba maschile e per bambini.

In principio l’azienda acquistava i suoi articoli all’ingrosso. La funzione dell’azienda si basava sul drop ship: agiva vendendo prodotti a clienti finali senza averli mai posseduti. Mancava completamente il ruolo di progettazione o di produzione dei capi che invece è ben presente oggi. Nel 2010 Shein ha esteso la vendita in Spagna, Francia, Russia, Italia e Germania iniziando a vendere anche cosmetici, scarpe, borse e gioielli, oltre all’abbigliamento femminile.

Nel 2012 sbarca sui social media arrivando a collaborare con fashion blogger per omaggi e articoli pubblicitari, nel 2015 ha iniziato a sviluppare il proprio sistema di filiera. Un anno dopo veniva riunito il primo team di designer e stilisti per progettare abiti a marchio Shein. Nel frattempo, gli influencer della moda mostravano di preferire ad altri concorrenti i prodotti Shein pubblicizzandoli in video virali su TikTok.

A novembre 2021, Shein è passata dal valere 15 miliardi di dollari al valerne 30. La pandemia ha fruttato notevolmente all’e-commerce cinese tanto da aggiudicarsi un fatturato di 10 miliardi di dollari. Ciò ha confermato un aumento delle vendite di oltre il 100% per il settimo anno consecutivo.

Un quadro rappresentativo di un’azienda di successo, un meccanismo ben progettato i cui ingranaggi sono stati scoperti. Nel corso del tempo Shein è riuscita a farsi notare anche in negativo divenendo fonte di discussione su TikTok, Youtube e Instagram nel 2020. L’azienda tutt’ora promuove, a suo dire, una moda democratica senza volerne dichiarare tragici retroscena.

Chi paga per noi?

Nella sezione “Responsabilità Sociale” del sito internazionale di Shein si leggono molte espressioni rincuoranti. Peccato non rispecchino la realtà. Una in particolare tiene a sottolineare quanto il lavoro dei dipendenti, dei partner e dei fornitori sia importante. Shein non sarebbe ciò che è oggi senza di loro e per tal motivo si promuoverebbe un ambiente lavorativo sicuro, equo e felice.

Uno scenario pittoresco per abbellire la verità: dietro capi d’abbigliamento a basso costo si nasconde l’insensibilità dello sfruttamento. Neppure con l’acquisto dei capi da loro prodotti vengono ripagati in diritti, salario dignitoso e condizioni di vita equa. Comprare una t-shirt a 3 euro non li ricompenserà della fatica fatta in circostanze disumane. Al contrario, lo shopping di fast fashion incentiva le ingiustizie e così a rimetterci è chi siede dietro una macchina per cucire senza pause né retribuzione minima.

Condizioni dei lavoratori

Ormai è chiaro, la produzione massiva, l’estetica moderna e le perenni promozioni vantaggiose celano un lato oscuro. L’inchiesta rilasciata ad ottobre da Channel 4 intitolata “Untold: Inside the Shein Machine” è solo l’ennesimo campanello d’allarme. Già in precedenza, molti altri hanno tentato di indirizzare l’attenzione sui (mis)fatti del colosso cinese. Dopo lunghe indagini ciò che se ne evince resta sconcertante.

A Guangzhou, nord-ovest di Hong Kong in Cina, i giornalisti della rete televisiva britannica hanno lavorato da infiltrati per scoprire l’orrore delle produzioni Shein. Sono diciotto le ore da coprire quotidianamente, si lavora tutto il giorno tutti i giorni. Non esiste domenica, solo un giorno libero al mese. Tutto ciò risulta estremamente in contrasto con la stessa legge cinese che prevede 40 ore lavorative settimanali e 36 ore di straordinari mensili. Assurdo come lo stesso stato cinese non abbia a cuore le condizioni lavorative dei propri cittadini.

Lo stipendio rasa la povertà. Ammonta a 4,000 yuan, circa 540 euro mensili per produrre cinquecento capi al giorno. Una cifra che non basta a sfamare la famiglia, a sostenere l’educazione scolastica dei figli, non consente loro di vivere e forse neppure di sopravvivere. In altri stabilimenti la situazione è ancor peggiore perchè la paga è al pezzo prodotto, 40 centesimi l’uno. Errare poi non è concesso, se l’oggetto in questione risulta difettoso allora due terzi della paga giornaliera vengono detratti.

A gravare sui lavoratori è anche la condizione dei luoghi di lavoro. Siti poco sicuri, piccoli e soffocanti. La portata delle produzioni e la distribuzione a livello internazionale collocherebbe idealmente Shein in strutture spaziose. Invece le fabbriche racchiudono tante unità lavorative in spazi ristretti, scale e corridoi sono colmi di tessuti ed accessori che lasciano poco spazio di movimento in caso d’emergenza. Il tutto potrebbe senza alcun dubbio rievocare il disastro del Rana Plaza in Bangladesh, a distanza di quasi 10 anni da quel tragico crollo ben poco è cambiato.

Inquinamento

Comprare a poco sembra conveniente ma un pericolo da non sottovalutare è la scarsa qualità dei prodotti che lo stesso Shein immette sul mercato e sul pianeta. L’impiego di microplastiche nella produzione tessile vive un ciclo di vita che termina direttamente nei nostri mari, le lavatrici odierne non sono in grado di filtrarle. Dal mare giungono alla nostra tavola e direttamente a noi che le ingeriamo. Nell’arco di un anno il 60% dei capi del marchio cinese viene acquistato e gettato, una moda a breve termine danneggia l’ambiente mentre il fast fashion ne beneficia continuando imperterrito a produrre.

Oltre alle microplastiche molte sono le sostanze chimiche utilizzate nei capi d’abbigliamento, causa delle principali emissioni di CO2 nocive per l’ambiente. Quanto di più allarmante poi è ciò che emerso dalle indagini del programma Marketplace di CBC Canada. La notizia risale ad un anno fa e ha visto protagonisti 38 campioni tra abbigliamento ed accessori venduti su app fashion low cost e siti online tra cui Shein. Prodotti semplici, convincenti grazie al connubio dell’estetica accattivante con prezzo irrisorio.

Dalle analisi effettuate dalla docente all’Università di Toronto e chimica ambientale Miriam Diamond, è stato possibile scoprire cosa contengono concretamente questi vestiti. Su 5 campioni almeno 1 presentava un’alta presenza di sostanze chimiche, ben superiori rispetto ai limiti stabiliti in Canada. Tra questi piombo, pfas, ftalati erano presenti persino in indumenti per bambini.

Il piombo, in particolare, causa gravi effetti sulla salute del cervello, del cuore, dei reni e del sistema riproduttivo. I neonati, i bambini più grandi e le donne incinte sono i soggetti più a rischio. I vestiti sono quindi composti in parte da piombo, sostanza impiegata nei pigmenti coloranti tessili a cui esistono per certo alternative più valide. Il fattore piombo è un dato altamente allarmante perché non coinvolge solo i consumatori finali ma tutta la catena di approvvigionamento. Va ricordato inoltre che una volta dati via, questi indumenti intrisi di piombo et similia finiscono per contaminare il nostro ecosistema.

Greenpeace Germania, dopo un’attenta analisi, ha pubblicato un’inchiesta in data 23 novembre dichiarando i prodotti Shein illegali. Nel 15% dei casi le sostanze chimiche presenti negli abiti supererebbero addirittura i limiti imposti dell’UE. Nel 32% invece sarebbero presenti in quantità impressionanti. Greenpeace afferma che “i dati dimostrano il disinteresse di Shein nei confronti dei rischi ambientali e per la salute umana”. Si sottolinea poi come a pagare il prezzo più alto siano i lavoratori che operano nelle filiere dell’azienda, in quanto esposti a seri rischi sanitari.

Malus in fundo: la piaga del packaging fedelmente in plastica. La bustina che racchiude tutti gli ordini Shein lascia intravedere il contenuto, ha il logo nero ed una facile chiusura. Se il numero dei prodotti realizzati è pari a quello delle rispettive pochette non c’è da stupirsi sull’ingente problematica inquinante. Con ordini rivolti a 150 paesi nel mondo, ogni giorno tantissimi sacchetti in plastica viaggiano liberamente in giro per il pianeta.

Furto di proprietà intellettuale

Un business che frutta tanto è pronto a tutto, non teme neppure le accuse per furto di proprietà intellettuale. Con un’intera landing page dedicata a questo tema, sul sito Shein c’è l’indirizzo e-mail ufficiale a cui rivolgersi in caso di reclamo per infrazione di diritto d’autore. Tuttavia l’azienda tiene a sottolineare che i contenuti, servizi e applicazioni disponibili a loro nome online sono proprietà di Shein e pertanto sono protetti dalle leggi internazionali sul copyright. Furbamente il colosso tutela se stesso ma non il prossimo sfruttando le creazioni altrui senza consenso.

Per un periodo il grido al furto di idee è impazzato. Promuovere una moda accessibile non implica rubare ad altri progetti per svenderli. Tra tanti casi portiamo ad esempio quello di Levi’s scagliatosi contro il produttore sinico per essersi appropriato illegalmente di una particolare impuntura su jeans registrata a nome Strauss. Anche Dr Martens e Ralph Lauren sono intervenuti citando in giudizio l’e-commerce di fast fashion per violazione del copyright.

Con meno potere ci sono i designer emergenti che non potendo contrastare il furto delle proprie idee in assenza di risorse economiche usano i social. È il caso di Tracy Garcia, founder di Transformation by Tracy. Appreso che Shein aveva immesso nel proprio catalogo una delle camicette da lei ideate, Tracy ha creato una clip per TikTok riscuotendo successo. Le visualizzazioni per la video denuncia online corredata dal tag #sheinstolemydesign ha spinto l’e-commerce a rimuovere le bluse di Tracy dal proprio campionario.

Per reclamare i propri diritti ed evitare di darla vinta all’azienda, mandare mail  non basta perché la controparte può semplicemente ignorarle. Nel migliore degli scenari, agiscono senza ammettere pubblicamente l’errore o risarcire i malcapitati. Purtroppo internet è pieno zeppo di immagini a confronto tra quelli che sono gli articoli brandizzati e quelli sfornati da Shein. Con a proprio vantaggio solo i prezzi bassi, le copie non eccellono in qualità, non eguagliano la manifattura degli originali né hanno chance di durare.

Alternative ed identità

Fortunatamente si possono mettere in circolo gli abiti usati senza doverne creare di nuovi. Esiste l’opzione del secondhand, dell’upcycling, ci sono piattaforme vintage e tantissime iniziative volte a promuovere una moda più sostenibile. L’acquisto consapevole è importante per noi come per l’ambiente.

I prezzi irrisori di Shein possono tuttavia trarre in tentazione soprattutto se non si hanno disponibilità economiche. Basti pensare però a ciò che questo e-commerce rappresenta, Shein non ha una propria identità ma ne vende a centinaia. Intercetta le mode e le ripropone il più velocemente possibile sul mercato globale. Capta il trend setting del momento per creare prodotti di successo. Popolarizza un indumento o un accessorio, induce il target di riferimento al desiderio. Shein vende stili e lo fa a cifre ridicole, a spese di lavoratori senza diritti e macchiando il pianeta e la nostra salute di mali irreversibili.

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