Sfizzicariello: contro lo stigma del disagio psichico

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Sfizzicariello: contro lo stigma del disagio psichico

Quarantuno anni fa, la legge 180 chiuse definitivamente i manicomi in Italia restituendo ai pazienti psichiatrici la dignità di esseri umani.

Franco Basaglia, psichiatra e promotore della riforma, aveva compreso che “se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità e della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento”.

Ma come insegna anche la storia, abbattere un muro fisico è facile, la parte più lunga e difficile è distruggere quei muri che imprigionano il pensiero. Infatti, nonostante siano passati anni dallo smantellamento degli ospedali psichiatrici, c’è tanta strada da fare per abbattere i muri del pregiudizio e dello stigma ed evitare l’esclusione e la segregazione di persone con disagio mentale.

Non è un caso la frase dipinta su una delle pareti di Sfizzicariello, che recita: “Voi mi odiate e io per dispetto vi amo tutti”, riassumendo la filosofia del riscatto di chi, senza iniziative come questa, sarebbe costretto a vivere ai margini della società. Sfizzicariello si trova nel centro storico di Napoli, precisamente al Corso Vittorio Emanuele, ed è una “gastronomia sociale”, ovvero un negozio che fonde il gusto della tradizione napoletana all’inclusione sociale.

Una realtà unica e speciale che rappresenta anche una novità dal punto di vista delle imprese sociali, in quanto non gode di finanziamenti pubblici.

All’interno ci sono circa dieci ragazzi con problemi di schizofrenia, psicopatia, disagi comportamentali e sociali che si alternano in varie mansioni, supervisionati da Carlo, Lina e Lisa.

«Inizialmente si pensava a un luogo dove fare iniziative artistiche, ma questa visione la vedevo un po’ ristretta, se non stigmatizzata» – spiega Carlo – «Mi sembrava più giusto stare in un posto a contatto diretto col pubblico dove le persone non sarebbero dovute venire da noi solo perché eravamo una cooperativa sociale. Serviva un posto che funzionasse come attività commerciale, ma allo stesso tempo avesse in sé il sociale. La cosa più banale che mi venne in mente fu quella di aprire una gastronomia: semplice come idea, ma rivoluzionaria perché non esistono realtà dove le persone con disagio psichico lavorano, cucinano, lavano, stanno dietro al bancone».

«Molti non sanno che si tratta di una cooperativa. La prima cosa che gustano è il cibo e solo più tardi capiscono» – continua Lina – «Qui c’è molto affetto, molta unione e rispetto per la persona. Nessuno è migliore dell’altro, siamo esseri umani e sbagliamo tutti. Il messaggio più importante è che i ragazzi con disagio psichico non si devono emarginare. Per la fragilità e la cattiva autostima che si ritrovano, l’emarginazione è la fine della vita».

Da Sfizzicariello i ragazzi imparano ad essere autonomi nella vita di tutti i giorni, a prendere i mezzi pubblici da soli, a rispettare regole e turni.

Imparano a stare insieme, a supportarsi a vicenda e a relazionarsi con le altre persone. Imparano a recuperare il contatto con la realtà, già caratteristico della patologia e che andrebbe ad acuirsi stando troppo tempo in casa.

E soprattutto, partecipi di una realtà nella quale possono sentirsi utili e bravi, recuperano autostima e acquistano uno scopo. «Le mie ore non passavano mai. Stavo sempre a casa a guardare il soffitto, mi scocciavo moltissimo, non avevo amicizie, stavo sempre da solo. Poi all’improvviso un raggio di luce, mi sono ritrovato in mezzo a persone che mi vogliono bene veramente.

Prima non sapevo che fare, adesso ho uno scopo. Anche dal punto di vista economico, prima dovevo sempre chiedere aiuto a mamma, adesso mi sento più autonomo» – a parlare è Francesco, uno dei ragazzi. La cooperativa è la dimostrazione che l’aspetto relazionale è la migliore psicoterapia.

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Alcuni, infatti, grazie a questo lavoro e ai vari corsi organizzati, hanno compiuto molti passi in avanti.

A confermarlo è lo psichiatra Luigi Varuzza, che periodicamente fa visita ai ragazzi per fare il punto della situazione: «Ci sono voluti anni, ma gli aspetti patologici si sono ridimensionati».

Poi spiega: «Le nostre fantasie sono aspetti deliranti della nostra mente che riconosciamo come fantasie. Invece il malato mentale ha difficoltà a distinguere ciò che fa parte del suo mondo fantasmatico interno e ciò che fa parte della realtà. È ciò che spaventa di questi ragazzi, la loro emarginazione nasce dalla paura di affrontare questi fantasmi interni. Escludendo loro proviamo, non riuscendoci, ad escludere i nostri fantasmi».

Insomma, Sfizzicariello è un luogo dello spazio in una zona quasi deserta di Napoli. Ma anche, e soprattutto, un luogo dell’anima che fa da cura non soltanto ai ragazzi problematici, ma ai clienti stessi, che una volta entrati si ritrovano avvolti in una luce difficile da dimenticare. Il posto giusto per incontrarsi con il “diverso” e per rapportarsi con un mondo con cui spesso, per timore o pudore, si preferisce non entrare a contatto.

Perché è vero che non ci sono più fili spinati a segnare il confine tra loro e il resto della società, ma è compito nostro cambiare davvero le cose e imparare a convivere con i fantasmi della nostra mente. È compito nostro far cadere il muro.

di Giorgia Scognamiglio
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°196
AGOSTO 2019

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