Sergio Castellitto: «Le donne: il mio mondo, il mio tutto»

Sergio Castellitto

Lattore e regista Sergio Castellitto riesce a far rivivere storie vere in cui rispecchiarsi grazie ai personaggi che interpreta e racconta. “Fortunata” è la sua ultima fatica cinematografica. Jasmine Trinca, interpretando magistralmente il ruolo di Fortunata, è stata insignita del Nastro D’Argento come miglior attrice protagonista. Abbiamo incontrato e intervistato Sergio Castellitto al Cinema Hart di Napoli in relazione alla serata conclusiva del Napoli Film Festival. Il regista ha sottolineato come tutto il suo mondo ruoti intorno a quello femminile perché incornicia la donna nei suoi film come una sorta di eroina nella quale chi guarda possa rivedersi, possa rispecchiarsi. «Sono nato in mezzo alle donne, mia madre, le mie sorelle: conosco bene il mondo femminile, loro sono il mio mondo, il mio tutto».

Cosa prova nel fare il regista, qual è la cosa più difficile del suo mestiere?
«Fare un film è innanzitutto un privilegio che condiziona un numero elevato di persone, non si può sbagliare. Ogni qual volta creo un progetto cinematografico provo un entusiasmo fanciullesco perché cerco sempre di raccontare la realtà, le passioni, i turbamenti, le gioie. Non cerco mai di creare film teorici o moralistici, è un gesto megalomane. Pensavo che i megalomani fossero gli attori ma in realtà ho scoperto che ad esserlo realmente sono i registi».

Per quanto riguarda la scelta degli attori perché Jasmine Trinca, cosa trova in lei che non ha percepito in altre attrici tanto da sceglierla nuovamente dopo Nessuno si salva da solo?
«Jasmine è l’unica attrice italiana dotata di un’autentica umanità fragile. Un artista dovrebbe essere debole e dovrebbe sapersi commuovere:: e secondo me Jasmine è l’unica attrice italiana che ha questo talento».

C’è un legame tra “Fortunata” ed Italia di “Non ti muovere”?
«Sicuramente c’è un legame soprattutto nell’incarnare donne fragili: sono portatrici di storie da raccontare. Amo quei personaggi che hanno qualcosa da dire, amo descrivere donne che vivono sul filo di un rasoio e, in questo caso, sia Italia che Fortunata sono anime stanche. Sia io, in quanto regista, che Margaret, come scrittrice, vogliamo raccontare donne irrisolte che chi guarda arriva a dire: “io non sono come lei, ma vorrei avere quel coraggio nel poter scegliere, nel poter dire NO!”».

In tutti i suoi film l’elemento costante è l’esaltazione dei sentimenti, l’amore in tutte le sue sfaccettature. Un amore malato, passionale, odiato, urlato: perché questa ricerca?
«È una ricerca che per me deve esserci sempre, sembra una frase fatta ma l’amore è ciò che rende tutto e tutti vivi, anche quando sembra finito, anche quando non è quello passionale dei primi anni ma maturo e stanco dell’età adulta. Nei film grazie alla finzione tendo sempre a raccontare come i sentimenti logorino, irrigidiscano, ma nello stesso tempo rendano vive le persone. Unisco degli attori che di fatto non hanno nessun tipo di legame nella vita reale eppure grazie al melodramma di cui io sono un estremo fautore e ad una realistica finzione riescono a raccontare l’amore in tutte le sue contraddizioni».

Oggi lei è un regista apprezzato ed amato dal pubblico, ma c’è qualcosa che la tormenta, che paradossalmente la rende come il protagonista dei suoi film?
«A dire il vero io sono un po’ nevrotico, ho mille angosce che mi tormentano, ho sempre la sensazione di non riuscire a fare tutto quello che vorrei. In questo mi sento legato emotivamente ai personaggi che metto in scena, alle storie che vivono grazie soprattutto alla scrittura di Margaret ma quello che sento mancare è essere del tutto felice. Raggiungere la felicità è cosa più complessa».

A tutti quei giovani che hanno perso l’entusiasmo, che non trovano più una speranza alla quale aggrapparsi, cosa consiglierebbe?
«Io vorrei dire ai giovani quello che avrei voluto sentirmi dire io quando ero ragazzo e che nessuno mi ha mai detto: non perdere mai la speranza anche quando tutto sembra remarti contro. I giovani chiedono uno spazio, chiedono attenzione, il problema non sono loro ma gli adulti che governano la cultura di questo Paese. La giovinezza è un momento della vita che in verità dura anche poco e un ragazzo ha il diritto di poter dire “io voglio sognare, ho il diritto di essere felice” ed è un po’ come la protagonista di Fortunata: la vita l’ha segnata, l’ha delusa ma ha ancora voglia di dire io ci credo, esisto e voglio poter esser felice».

di Martina Giugliano

Tratto da Informare n° 175 Novembre 2017

About martina giugliano

Nata il 05/02/1991 a Napoli. Laureanda presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II in Lettere Moderne. Addetto Stampa dell’Associazione “Social Evo“. Speaker radiofonica, tutti i venerdì curo la rubrica free time sulle frequenze di Radio Amore.