Sequesto Moro: intervista a Claudio Signorile, numero 2 del PSI

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Appena varco la soglia del suo studio privato, di fronte una sterminata libreria. Sulla destra un igienizzante per le mani, necessario in tempi di Covid. Ci dirigiamo verso due poltrone. «Ecco  possiamo accomodarci qui in modo da poter parlare a una distanza di sicurezza». Di fronte a me Claudio Signorile, numero 2 del PSI nei giorni del sequestro di Aldo Moro.

informareonline-salvatore-ventrutoLo incontro per la seconda volta, in mezzo un paio di conversazioni telefoniche. I dubbi ( miei) sono sempre gli stessi: il ruolo di Autonomia Operaia nel corso dei 55 giorni che hanno segnato il destino della nostra Repubblica, la buona fede o meno dei “mediatori” Piperno e Pace nel corso della trattativa per la liberazione del Presidente della DC, la scuola di lingue Hyperion di Parigi e i possibili rapporti dei suoi fondatori, Simioni, Berio e Mulinaris con alcuni esponenti di Potere Operaio, poi confluiti nell’Autonomia o nelle Brigate Rosse. «Lei in questi anni chissà quanti ne avrà incontrati come me» – gli chiedo. «Si tanti – mi risponde – però devo riconoscere (ride) che lei ha una certa pervicacia». «Lei cerca la verità» – mi dice. E iniziamo a conversare.

Quattro anni fa, nel corso di un’altra nostra conversazione, avanzai alcune personali riserve sulla buona fede di Pace e Piperno nella trattativa per la liberazione di Aldo Moro, al punto che, alla fine dell’intervista, Lei definì intelligenti le mie osservazioni. Nel 2018 la figura di Franco Piperno viene “fatta a pezzi” dall’ultima Commissione d’inchiesta, ma lei ha sempre sostenuto che lo stesso Piperno «non sapeva tutte le cose che pensava di sapere» . Allora Piperno è vittima o carnefice?

«Io ho sempre guardato con perplessità chiunque abbia ritenuto risolto nella verità giudiziaria un episodio come quello di Moro. La verità giudiziaria è importante, fatta di inchieste, indagini, prove, ma la verità storica è più complessa e anche più vera.  In questa vicenda Piperno non è né vittima né carnefice.  Lui, a mio avviso, non è un organizzatore dell’agguato di via Fani, ci entra. E io non ho mai sciolto dentro di me il dubbio se sia stata la mia richiesta a far muovere lui, Pace e tutta quell’area dell’Autonomia o se è stato lui invece a cercarci attraverso il rapporto stretto che aveva con Scialoja. Quindi Piperno entra in questo complicato sistema di rapporti e si ritaglia un ruolo, diciamo così, di facilitatore. Lei mi chiede se fosse in buona fede. Anche qui la risposta è complessa.  Lui è sicuramente in buona fede  nel senso che vorrebbe la liberazione di Moro, anche perché è la soluzione del sequestro che lo gratificherebbe di più politicamente, ma nello stesso tempo lui sa di non avere una capacità di decisione diretta. Allora in questo quadro che le sto descrivendo c’è un elemento che mi fa tutto sommato considerare irrilevante il discorso sulla buona fede o meno di Piperno: col passare del tempo mi sono convinto che il tavolo sul quale stavamo giocando le nostre carte era scomparso da tempo rispetto a un percorso di decisioni che venivano prese secondo una filosofia diversa del significato e della gestione del rapimento di Moro. Su questo io la inviterei a riflettere bene. Quando io quattro anni fa le dissi che la sua domanda sulla buona fede o meno di Piperno e Pace era intelligente, lo feci perché lei in qualche maniera  in quella nostra conversazione telefonica avanzò il dubbio che nessuno allora avanzava. Tuttavia l’essere in buona fede o mala fede non è solo un problema personale di Piperno e della sua coscienza, ma è un problema del sistema di relazioni e di rapporti che in quel momento si stavano definendo all’interno del movimento. Noi non sapremo mai con chiarezza il grado di penetrazione del Sistema dei servizi, e  parlo non a caso di sistema, all’interno del fenomeno terroristico di quegli anni».

Sulla vicenda Moro troppe sono ancora le zone d’ombra, sia su alcune situazioni che hanno rappresentato punti di svolta nella vicenda sia su alcune organizzazioni che in quelle settimane hanno rivestito un ruolo di primissimo piano nell’evolversi degli eventi. Mi riferisco soprattutto ad Autonomia Operaia e a tutta quell’area contigua alle BR, che lei ha conosciuto e frequentato da vicino, sul cui “ruolo” in quei tragici 55 giorni non si è voluto, a mio parere, andare fino in fondo. Lei che idea si è fatto su questo?

«Autonomia Operaia per come me la ricordo io pensava di essere l’anima politica di un movimento del quale le Brigate Rosse dovevano essere il braccio armato, ma non era così.  L’ Autonomia non poteva garantire a chi aveva scelto la lotta armata sostegno logistico e appoggio militare e questo porta fatalmente all’intreccio tra Sistema dei servizi e terrorismo armato. Se si deve addebitare qualche debolezza a Piperno una è sicuramente quella di aver creduto che Autonomia Operaia potesse svolgere un ruolo di questo tipo, l’essere convinto che potesse influenzare e orientare il partito armato.  Così non fu».

Si può considerare la rocambolesca scoperta del covo di via Gradoli come una resa dei conti tra l’ala politica, movimentista e quella armata? Le divisioni all’interno del movimento rivoluzionario come vengono orientate dal Sistema dei servizi?

«Mi permetta, innanzitutto, di mettere in chiaro una cosa: col tempo ho maturato la convinzione che l’operazione che viene messa in piedi a via Fani sia stata un’operazione non addebitabile esclusivamente ai brigatisti, ma di natura mista in cui tutto quello che io chiamo il Sistema dei servizi, il sistema della sottopolitica aveva un solo obiettivo in Italia: far fallire l’esperimento di ingresso organico dei comunisti prima nella maggioranza e poi nel Governo. Il rapimento di Moro è un incrocio fra una ricerca da parte del Sistema dei servizi di trovare un modo per bloccare questa evoluzione e la legittimazione pubblica che il partito armato ricercava studiando il modo e le forme attraverso le quali raggiungere in modo clamoroso questo obiettivo. Moro, e questa è una mia profonda convinzione, non viene scelto a caso e fin dall’inizio la vicenda prefigura la sua fine. Da questo bisogna far partire qualsiasi ragionamento perché è da qui che vengono condizionate tutte  le successive evoluzioni. Non considerammo mai l’agguato di via Fani come un’operazione di criminalità interna e in quei giorni tenemmo attentamente presente il possibile ruolo del Sistema dei servizi. E in questo, devo dire, ci fu anche una partecipazione intelligente. Lei sicuramente ricorderà il viaggio di Napolitano a Washington mentre Moro è prigioniero. Napolitano non voleva andarci, ma fu obbligato da Berlinguer con l’obiettivo di far capire come le cose stavano evolvendo».

I due episodi del ritrovamento del covo brigatista di via Gradoli e del falso comunicato Br sul possibile ritrovamento del corpo di Moro nel lago della Duchessa quanto hanno condizionato il tentativo del PSI di liberare Moro?

«Non hanno avuto nessuna influenza, non ci rivelarono nulla che non avessimo già pensato. Capimmo subito che l’episodio del lago della Duchessa era un depistaggio mirato, finalizzato a farci intendere che una stagione del sequestro si era chiusa e ne era cominciata un’altra e con quell’episodio già allora maturai il dubbio che i guardiani di Yalta vollero sostanzialmente farci capire che potevano fare quello che volevano e quello che volevano era la morte di Moro. Nonostante questi dubbi non lasciai nulla di intentato consapevole che, nonostante  Piperno avesse dei limiti, non potevo lasciar cadere un’opportunità del genere».

Con Pace invece che rapporti aveva?

«Non ci ho mai parlato. A me lui non è stato mai presentato quando mi incontravo con Piperno».

Però Pace nelle audizioni delle due commissioni parlamentari d’inchiesta su Moro parla molto di Lei e lo fa come se tra di voi ci siano stati dei colloqui e vari scambi di opinione…

«Onestamente no. Io sapevo ovviamente chi era, ma ho preferito non aprire percorsi che non avrei potuto controllare. Piperno invece lo conoscevo, potevo controllarlo, avevamo vissuto insieme una stagione universitaria, Pace invece non sapevo chi era e non volevo neanche saperlo».

Perché non voleva saperlo? Non le era molto simpatico?

«No, per carità. Semplicemente perché non ho mai voluto sapere i rapporti di Piperno. Se io l’avessi saputo diventavo complice di un reato».

Mi permetta di aprire e chiudere una piccola parentesi, che mi è venuta in mente adesso e che esula in parte dal ragionamento che stiamo facendo. Lei come spiega il fatto che molti appartenenti all’area della contiguità in quegli anni  siano poi diventati giornalisti importanti, editorialisti, punti di riferimento autorevoli nel sistema di informazione del nostro paese?

«Alcuni di loro avevano capacità intellettuali, altri facevano parte di un sistema di relazioni che era autoreferenziale. Non si dimentichi mai i famosi salotti…»

Mi incuriosiva un suo pensiero su questo perché è indubbio che nel corso degli anni molti di questi personaggi hanno fornito varie versioni su quanto realmente accadde in quei 55 giorni, hanno omesso alcuni fatti o circostanze o, ancora, non si sono dimostrati particolarmente disponibili a fornire elementi di chiarezza, ma forse sono un po’ maligno….

«Si, lei è maligno. Diciamo che la mia convinzione è che in tutta questa vicenda sia stata costruita una verità ufficiale alla quale hanno fortemente concorso coloro che operavano sul versante della verità giudiziaria e coloro che hanno partecipato alla verità storica. Però la cosa non è affatto conclusa perché la verità giudiziaria è stata costruita sulla base di un memoriale, quello di Morucci, al quale non ci crede più nessuno. E partendo da questo le dico una cosa ancora peggiore: non ci sarà mai una verità, perché noi abbiamo vissuto un momento di tale complessità e durezza che non è riconducibile alla semplice ricostruzione di un fatto….»

Quindi è come se Lei mi stesse dicendo:  i dubbi e le questioni che Lei pone sono interessanti, ma non potranno mai essere provati….

«Assolutamente! Infatti è questo uno dei motivi per i quali il giorno dopo l’assassinio di Moro, presi le carte, le chiusi e dissi: parliamo di economia».

Lei ricorderà sicuramente l’inchiesta “7 aprile” che il giudice Calogero fece su Autonomia Operaia a Padova. Calogero fu il primo a parlare dei possibili rapporti tra alcuni esponenti di Potere Operaio, poi confluito in Autonomia Operaia, e Simioni, Berio e Mulinaris, fuoriusciti dal Collettivo Politico Metropolitano prima della nascita delle Brigate Rosse e fondatori della scuola di lingue Hyperion a Parigi. Giovanni Pellegrino in un suo libro definì Hyperion come uno strumento creato per mettere in atto azioni comuni contro eventuali sconvolgimenti dell’ordine mondiale uscito da Yalta. Lei che idea si è fatto su Hyperion? Possiamo definirla come la longa manus dei guardiani di Yalta?

«Quella di Calogero fu un’inchiesta molto importante che venne delegittimata. Lui aveva ragione, ma fece  l’errore di ideologizzarla. Aveva però individuato un percorso che poi fu avviato da altri e cioè tutto quel discorso sulla scuola di lingue Hyperion di Parigi. Mi ha molto colpito la considerazione che Lei fa su Hyperion come strumento degli altri e su questo non posso andare oltre una semplice intuizione e percezione…»

E cosa le dice l’intuito?

«Che c’è qualcosa e anche qui il mio è un discorso, come dire, volgare che segue il denaro: chi sosteneva economicamente questa scuola di lingue? In che maniera veniva mantenuta? Era una realtà che sicuramente costava molto».

Lei ha mai conosciuto Corrado Simioni?

«No, non l’ho mai conosciuto».

Ha mai parlato di lui con Craxi?

«Craxi mi disse che non lo considerava uno degli inner circle. Qui c’è però da precisare che nell’inner circle craxiano di Milano c’era un’ampia area anticomunista, alla Simioni per intenderci. Quindi a Milano c’era una realtà che può far pensare a una contiguità. Tuttavia, Craxi non ha mai consentito a Simioni di operare per suo conto. Simioni lo definireei come una scheggia impazzita con dietro una filosofia di contiguità al Sistema dei servizi».

Ritorniamo un attimo all’inizio di questo nostra conversazione. Lei ha detto che Piperno entra nel sequestro Moro dopo l’agguato di via Fani….

«Ci entra a seguito del manifestarsi di quella rottura interna al movimento brigatista di cui abbiamo parlato prima…»

L’ultima Commissione d’inchiesta ha appurato la presenza di Piperno nel condominio di via dei Massimi 91, dove vi sarebbe stata una delle prigioni di Moro. Questo fa pensare al fatto che Piperno avesse potuto dare un contributo decisivo alla liberazione del Presidente della DC. Perché non l’ha fatto?

«Questo non lo so. E poi forse Moro non era lì, si ponga anche questa domanda».

Lo dice la Commissione d’inchiesta..

«Sì, lo dice, ma non è detto che Moro fosse lì, anzi probabilmente non era lì».

Un’ultima domanda. L’operazione delle BR prende le mosse dalla convinzione che Moro fosse il «custode» e il simbolo di un sistema politico altamente corrotto e viene invece portata tragicamente a compimento come da Lei affermato in altre occasioni per soddisfare «interessi estranei al movimento brigatista». Questo passaggio può essere avvenuto nel preciso istante in cui Moro dalla prigione del popolo inizia a fare alcune rivelazioni o meglio a scrivere quel memoriale che, come accertato da una sentenza del Tribunale di Milano del 2015, sarà pesantemente sfoltito al momento del suo ritrovamento nell’appartamento milanese di via Monte Nevoso? 

«Io conoscevo bene Moro, perché avevamo anche un rapporto personale. L’idea che Moro si metta a raccontare i segreti di Stato non esiste al mondo. Ci fu sicuramente lo sfoltimento del memoriale, ma la gente pensa che siano state censurate chissà quali informazioni. Le faccio l’esempio di Gladio, che fu molte volte oggetto di conversazione con Cossiga. Lo sapevamo tutti che c’era Gladio e che era una cosa rientrante quasi negli adempimenti doverosi. Io escludo che Moro sia stato il rivelatore di chissà quali cose durante la prigionia».

Ma Lei come spiega il cambio di strategia delle Brigate Rosse rispetto alla divulgazione dei verbali degli interrogatori di Moro?

«Io la vedo in un modo molto più semplice. All’inizio le BR sono convinte che Moro possa rivelare chissà quali informazioni o segreti di Stato e quindi annunciano la volontà di non tenere nascosto nulla, ma poi scattano due cose: la prima è che i brigatisti si rendono conto che Moro ha il controllo delle cose che dice. La seconda è che ormai la morte di Moro è stata decisa e quindi non conviene enfatizzare continuamente gli interrogatori di Moro perché ci si avvia ormai verso il tragico finale. E credo che tutto questo, dal tono delle ultime lettere, Moro non l’avesse capito».

di Salvatore Ventruto

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°208
AGOSTO 2020

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