“Selfie”: un film da cellulare per raccontare il Rione Traiano

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“Il mezzo è il messaggio”. Questa la tesi più famosa di Marshall McLuhan, uno dei più grandi studiosi della comunicazione.

La riflessione del sociologo canadese – in parole semplici – ruota intorno all’ipotesi secondo cui, il mezzo tecnologico utilizzato determina di fatto il contenuto dell’informazione veicolata, diventando esso stesso il messaggio.
Agostino Ferrente, regista e sceneggiatore del docufilm “Selfie”, avrà considerato questa dottrina per raccontare, o meglio, far raccontare a Pietro Orlando e Alessandro Antonelli, con il solo aiuto di un cellulare, la realtà di un quartiere difficile di Napoli: il Rione Traiano. I due sedicenni, registrando un selfie lungo 72 minuti, attraverso il telefono, diventano loro stessi il messaggio. A distanza di un anno dall’uscita del film, candidato nel 2019 agli European Film Awards e in corsa per il David di Donatello 2020 come miglior documentario, i due attori, raccontano la loro esperienza.

Cos’è “Selfie” per un adolescente che abita al Rione Traiano?

A: «Selfie è la speranza per i giovani che, come noi, cercano una strada migliore da quella presa da molti al Rione Traiano. Qui, a tredici anni scendi e non hai dove giocare, ti ritrovi per strada o in sella a un motorino. Il film aveva l’obiettivo di mostrare le cose per come stanno veramente qui e un ragazzo, vedendo questo messaggio, potrebbe riflettere sulla scelta giusta da fare. Vale anche per chi già cammina su una via pericolosa, gli sbagli si recuperano, non è mai tardi per cambiare».
P: «Selfie è uno specchio: è vedere attraverso noi. È la nostra vita sullo schermo, dove riusciamo a vedere il passato, ma non il futuro».

Attori e cameraman per la prima volta. Quanto è stato difficile?

A: «Stavo lavorando al bar, quando Ferrente che stava prendendo un caffè con il papà di Davide Bifolco mi chiamò. Mi chiese dove stessi andando così di fretta, il mio nome e quanti anni avevo. Mi consegnò il suo telefono chiedendomi di riprendere ciò che potevo. Quando rientrai gli mostrai la scena, una manifestazione dedicata alla Madonna. Lui mi scelse per il film ma gli serviva un altro ragazzo, così gli presentai Pietro».
P: «Dissi ad Agostino che se avesse girato il documentario senza di me sarebbe stato incompleto. Io e Alessandro siamo cresciuti insieme. Recitare il ruolo di noi stessi è più difficile che interpretare un personaggio. Ci abbiamo messo la faccia, beccandoci critiche che colpiscono le nostre persone direttamente».

Chi era Davide Bifolco?

P: «Un ragazzo come noi, pieno di vita e avergliela tolta in quel modo è stato ingiusto. Se ne parla male perché abitava qui e non al Vomero, non era figlio di dottori o avvocati. Quando è stato sparato, hanno pensato che era solo uno in meno, e invece no».
A: «Quando si parla di Davide, è come se si parlasse di me e di Pietro. Eravamo suoi amici, anche se in comitive diverse. Il Davide che conoscevamo è diverso da quello dei giornali».

Come hanno preso gli amici l’idea di girare un documentario sulla loro quotidianità?

A: «Bene, il film per loro era un’occasione per chiedere aiuto. C’è chi vedendolo ha cambiato strada e chi invece continua a fare quello che faceva prima. Abbiamo ricevuto molti complimenti. Alle prime proiezioni, i ragazzi del quartiere ci hanno ringraziato davanti a tutti, fieri di me e di Pietro».
P: «Anche chi non ha partecipato, ha visto nelle riprese una denuncia di una quotidianità diversa da quella di altri ragazzi appartenenti ad altri quartieri».

La stampa, la tv, raccontano una realtà diversa da quella vissuta qui ogni giorno?

P: «I media spesso esagerano. Per capire la realtà di questo posto, devi stare in mezzo a noi, osservare dal nostro punto di vista. Qui c’è gente che si sveglia al mattino e lavora duro. Quando leggo solo cose negative del mio quartiere, non lo accetto. Io lavoro, faccio sacrifici e conosco tante persone per bene, non è giusto
enfatizzare esclusivamente la parte peggiore».
A: «Come in ogni quartiere, famiglia ed educazione sono importanti. Qui cercare un lavoro è già un lavoro. Spesso siamo sottopagati e ci vuole forza d’animo, perché l’alternativa è una vita rischiosa, ma più comoda. Molti non ce la fanno ad affrontare una gavetta come quella che abbiamo affrontato io e Pietro, dieci euro al giorno no stop. E allora ci si arrende, imboccando così una via sbagliata».

di Pasquale Di Sauro
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°204
APRILE 2020

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