L’insieme di profumi diversi che ti riempie le narici mentre passeggi tra i basoli settecenteschi, i giochi di ombre creati dai raggi del sole, che illuminano e rabbuiano volti e oggetti, l’accozzaglia di rumori, suoni e schiamazzi che creano una melodia fatta di note e strumenti non sempre pensati per essere musicali. In questo scenario, tra la moltitudine di volti che affollano i vicoli del capoluogo partenopeo, tra turisti, residenti e venditori ambulanti, è possibile scorgere quello di Sam Gregg, fotografo documentarista, proveniente dall’altra parte della Manica. 

La fotografia di Sam Gregg

Figlio dei primi anni ’90, Sam, nato e cresciuto a Londra, non è l’esponente di una fotografia convenzionale: chiunque impugni una macchina fotografica e scelga di guardare il mondo attraverso il suo obiettivo, lo fa con la volontà di raccontare la bellezza e la meraviglia delle cose, delle città e delle persone con cui viene a contatto, in una narrazione che, spesso, rischia di essere melensa e distorta. Sam, invece, affamato di realtà e desideroso di immortalare la normalità che abita le cose vere, si è fatto portavoce di una fotografia senza filtri, cruda e brutale, che valorizzi il lato più autentico di ciò che si trova al di là dell’obiettivo. 

«Quando scelgo una nuova città – racconta Sam Gregg ad Informarela cosa più importante per me è la gente. Gli aspetti superficiali per me sono cruciali: il colore, i volti, ma soprattutto l’atteggiamento e la personalità dei residenti di quel posto. Se sono freddi e poco ricettivi alla fotografia, allora è un problema. Devo innamorarmi delle persone prima di prendere in considerazione l’idea di fotografarle».

L’amore per Napoli

Nel 2014, dopo aver visitato Napoli per la prima volta, Sam si innamora, oltre che della città, proprio di quegli aspetti superficiali che la caratterizzano, tanto da lasciare il suo lavoro, comprare un biglietto aereo e trasferirsi lì due anni dopo. «Ho trascorso alcune settimane in un ostello, prima di trovare una camera a Montesanto e un lavoro come insegnante d’inglese. Nelle ore intermedie, fotografavo i quartieri locali della città, in particolare i Quartieri Spagnoli, Santa Lucia, Forcella e Sanità. Ho soggiornato a Napoli per circa 12 mesi e da allora provo a tornarci 2 o 3 volte l’anno. Per quanto mi piacesse insegnare inglese, sapevo che la mia vera vocazione era la fotografia e, per perseguirla, avevo bisogno di tornare a Londra».

Il rientro a Londra

Una volta rientrato, Sam dà vita ad una serie fotografica dedicata a Napoli, dal titolo ispirato ad una nota citazione di Johann Wolfang von Goethe, spesso divenuta oggetto di critica, “Vedi Napoli e poi muori”. «Quando pronunci questa frase, spesso, soprattutto coloro che non provengono dall’Italia, deducono che si riferisca al tasso di omicidi della città – commenta il fotografo londinese – non si rendono conto del vero significato, e cioè, che la città è così bella che molti trovano impossibile andarsene, se non dopo la morte». 

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The Virgin Mary, Rione Sanità, 2018 #seenaplesanddie #samgregg

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Una nuova accezione, dunque, quella di cui si riveste uno degli aforismi più legati alla città partenopea che, oltre ad essere un omaggio ad essa, contiene anche un riferimento ironico al fenomeno della criminalità organizzata. 

Un elemento, quest’ultimo, ampiamente documentato, ma che nelle narrazioni circa la città di Napoli, appare sempre troppo centrale. «Non scredito questo problema, poiché appare come una questione reale ed urgente, ma non ho voluto renderlo un punto focale della serie, specie perché non credo lo sia Napoli. Con le mie foto, ho voluto mettere in evidenza che le persone colpite sono esseri umani tangibili, prima che unità politiche. Ho voluto omaggiare gli artigiani dei quartieri e le persone oneste». 

Una nuova narrazione degli stereotipi

Altra ambizione di “Vedi Napoli e poi Muori”, è quella di cambiare la percezione che si ha sugli stereotipi, elevandoli a punti di forza e, soprattutto di bellezza, che rendono quel determinato luogo unico al mondo. «Non c’è niente di sbagliato negli stereotipi, in quanto sono ciò che rendono speciale la città partenopea e, in un mondo sempre più uniforme e rigido, dove nessuno si distingue, Napoli è un gradito cambiamento rispetto alla banalità che deriva dall’omogeneità». 

Un omaggio agli stereotipi, dalle iconografie religiose all’estetica delle donne napoletane, alle figure che abitano i vicoli dei quartieri del centro storico, dagli scugnizzi ai femminielli, ma soprattutto un omaggio alle innumerevoli contraddizioni che animano la città e che coesistono al suo interno. Un grido, quello di Sam Gregg che istituisce e restituisce voce alla comunità di Napoli, alla grinta, alla fragilità e alla bellezza che possiede, ma che, troppo spesso, non siamo in grado di difendere. 

di Carmelina D’aniello 

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°198
OTTOBRE 2019

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