Scrivere o digitare? Questo è il dilemma

Scrittura

La nascita della scrittura – l’abilità di fissare un significato in una forma, di racchiudere il pensiero in un insieme di segni – è un evento così importante nella storia dell’umanità che viene fatta coincidere con la nascita della civiltà, con la nascita della storia stessa, dato che prima della scrittura abbiamo solo preistoria.

L’abilità scrittoria ha donato prima un segno grafico ai numeri, per stabilire quantità probabilmente, e poi si è concessa alla lingua. Scrittura che dà forma. Forma che rafforza il significato. Abilità tecnica. E poi creativa. Perché l’esistenza di un sistema di “fissaggio” del pensiero non ha meramente generato una corrispondenza tra segno e suono, ma ha stuzzicato l’arte e le emozioni dei più profondi. Di chi scava al proprio interno per dare agli altri qualcosa di molto personale. Così come l’arte pittorica, anche la scrittura è diventata molto di più della tecnica. E’ diventata espressione. Di sentimenti. E’ diventata linguaggio che faccia ritrovare persone che parlano la stessa lingua. E’ diventata bellezza, introspezione. Comunicazione, diretta o indiretta.

«Senza la scrittura le parole non hanno presenza visiva, possono solo essere “recuperate”, “ricordate”», direbbe l’autore di “Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola”, Walter Ong.

Scrivere è in un certo senso fissare l’attimo, dare un rifugio al pensiero o all’emozione. L’apoteosi di questo tipo di operazione è dato dalla classica lettera.

Una comunicazione scritta che dà sicuramente delle informazioni, ma che si porta un carico emozionale e un significato che sono celati – più o meno accuratamente – dietro i segni grafici di cui stiamo parlando. Ed ecco che entra in scena il duello che inevitabilmente caratterizza le generazioni a cavallo tra il 20esimo e il 21esimo secolo: scrittura a mano contro scrittura digitale.

Sì, perché è innegabile che quell’immenso mondo che si celava dietro ai segni grafici che componevano, per esempio, una lettera, si esprimeva anche attraverso le modalità con cui quei segni grafici erano lasciati sul foglio. Esitazioni, fluidità, colore della penna usata, occupazione degli spazi, grandezza delle parole, sottolineature: quasi del tutto involontariamente era la scrittura stessa, prima ancora del significato delle parole, che comunicavano qualcosa al destinatario. O addirittura già l’intenzione di mettersi seduto con carta e penna per “dire” qualcosa, in una comunicazione che forse di più asincrone non ce ne sono.

Persino gli errori, le cancellature, potevano essere foriere di emozioni, di contenuti. E per chi scrive – parere molto personale e opinabile – non è assolutamente un caso che sia proprio questo il tempo in cui la scrittura digitale abbia – almeno quantitativamente parlando – preso il sopravvento. Certo, mi direte che il sorpasso della scrittura digitale su quella a mano è dato dall’avanzare delle tecnologie, dalla riduzione delle stesse quasi interamente in un dispositivo che è diventato prolungamento di noi stessi, lo smartphone. Mi direte che prima non c’erano gli strumenti adatti.

Ma andando più a fondo ciò che salta all’occhio è l’incapacità del mondo contemporaneo di accettare l’errore, la cancellatura, la sbavatura. Siamo in un periodo storico in cui chi sbaglia è da cancellareeliminare. Non va più seguito.

Un palcoscenico H24 che riduttivamente chiamiamo social, ma che in realtà riguarda il modo in cui si vivono le proprio giornate, più che le piattaforme su cui più o meno tutti postano – in alternanza – cose personali e argomentazioni contro chi posta cose personali. Siamo in un periodo storico in cui in tutti gli ambiti della nostra vita siamo in continuo esame, sotto l’occhio attento di chi è pronto a non perdonarci la minima defaillance. Ecco che allora assottigliamo le nostre caratteristiche, la nostra “grafia”, il nostro modo di scrivere le pagine della vita e della nostra quotidianità, su un modo sicuro, che possa piacere a chi – in questa immensa piramide di giudizi – debba decidere sulla nostra operazione e il nostro operato. Ecco che, allora, piuttosto che mostrare il nostro “modo di scrivere”, piuttosto che celare dietro i segni grafici della quotidianità pensieri, emozioni e sensazioni, tendiamo ad omologarci a ciò che è dettato come “giusto”. Nel senso meno fedele di questa parola. Così da non caratterizzare le nostre giornate. Così da provare a non commettere errori da dover cancellare. Non sia mai.

All’elettroencefalogramma della nostra vita, così, vengono eliminate le onde che puntano verso il basso. Ma, inevitabilmente, anche quelle che puntano in alto. Niente down. Ma niente up. Elettroencefalogramma piatto!

Ed ecco che, allora, la nostra scrittura a mano, foriera di cancellature, di emozioni, di esposizioni del proprio animo, viene sostituita da una rassicurante scrittura digitale, da una tastiera su cui pigiare i tasti, il più importante dei quali è rappresentato dal backspace. La possibilità di cancellare, di tornare indietro, di standardizzare, di correggere. Ma, soprattutto, di non lasciare traccia dell’errore. Sia chiaro, nessuno vuole demonizzare uno strumento così utile ed importante come la scrittura digitale e tutto il mondo a cui appartiene. Anzi. La velocità, l’immediatezza e la comodità che la tecnologia ha portato nel mondo della scrittura sono una vera manna dal cielo, soprattutto per chi con questa tecnica/arte ha una familiarità quotidiana per lavoro o per passione. Lo stesso articolo che leggete non poteva che essere scritto e fruito grazie a queste tecnologie. Ma, come diceva l’illustre Margherita Hack,nella vita non c’è nulla da temere, solo da capire“.

Ciò che conta è la consapevolezza che abbiamo negli strumenti che utilizziamo, che scegliamo.

Ovunque si sentono discorsi, si leggono “trattati” su quanto i social abbiano intorpidito le relazioni umane, regalando a tutti uno schermo dietro cui nascondersi così bene da non ritrovarsi più. Ma siamo sicuri che la “colpa” sia dei display, dei social, o di qualunque altro dispositivo/strumento che la mente umana potrà partorire in futuro? O siamo noi che, immergendoci totalmente in questo mondo di tanta forma e poca sostanza, di tanto apparire e poco essere, ci siamo ridotti a preferire un Whatsapp ad una lettera? Siamo, forse, noi che ci siamo ridotti a scrivere come ci fanno capire sia giusto piuttosto che come noi amiamo fare? O siamo noi che ci siamo ridotti a scrivere la nostra vita secondo standard imposti piuttosto che seguendo le nostre vocazioni e il nostro essere più profondo?

Vedete, anche la scrittura digitale può essere foriera di emozioni, pensieri, sensazioni. E’ innegabile. Ed anche un Whatsapp può portarsi con sé immani dosi di affetto. Ma il Whatsapp, la Story e qualunque altro strumento vengono utilizzati per comunicare anche dieci minuti dopo essersi visti, grazie alla loro immediatezza. Vengono spesso sporcati dalla spettacolarizzazione della pubblicazione. E, soprattutto, eliminano qualunque traccia di esitazione e di caratterizzazione.

La lettera impiega tempo per essere scritta, tempo per essere spedita, tempo per essere ricevuta. Tutto il tempo dalla prima volta in cui la penna tocca il foglio fino alla lettura dell’ultimo carattere da parte del ricevente accresce il desiderio di dare un’ulteriore forma a ciò che c’è scritto.

Una forma non ferma su un foglio. Nella scrittura, nella composizione, nella forma delle lettere, nelle esitazioni, nel fluire delle lettere e anche nelle cancellature si comunica la voglia di incontrarsi. C’è un desiderio di un comunicare non inteso come passaggio di informazioni, ma nel senso letterale di tale parola. “Mettere in comune”, “rendere partecipi”, “infondere” nell’altro ciò che si prova. E’ come se chi scrive rinchiudesse nell’attimo della scrittura tutto ciò che prova con un catenaccio particolare, che si apre nel momento stesso in cui il ricevente apre la lettera, sprigionando il mix di emozioni del mittente proprio dalle caratteristiche della grafia, dei segni grafici.

Il partito che sostiene la scrittura a mano non nasce da un voler generare fazioni, né in nome di un inconcludente attaccamento al passato.
Ma la scrittura a mano, la pratica di tradurre attraverso una penna emozioni e pensieri a cui far partecipar qualcun altro, può essere davvero uno strumento rivoluzionario in un mondo in cui la scrittura e la sua evoluzione possono essere metafora di una condizione di apatia totale. Non semplicemente imputabile agli strumenti che ci vengono messi a disposizione. Quelli più importanti ci sono stati dati nel momento stesso in cui è nato l’uomo: testa e cuore. Sta a noi farne un buon uso, non anestetizzandoli sacrificandoli sull’altare della novità, dell’accettazione sociale e della pubblicazione di ciò che è cool e nelle modalità che ci vengono imposte, che seguono le tendenze e che ci fanno accaparrare follower.

Un vero atto rivoluzionario è non piegarsi ad un mondo che ci vuole uguali, ma mantenere il proprio essere più profondo in una società che non vuole far altro che omologarci. Anche se dovesse costarci il mostrare delle cancellature. Perché esse non sarebbero altro che trofei che denotano la capacità e la voglia di correggersi.

di Angelo Velardi

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