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“Un podcast su punk sesso politica cose che succedono e cose che non succedono, ma che dovrebbero succedere”. Non so voi, ma quando mi sono imbattuta in questa frase, contenuta nella biografia della nella pagina Instagram di “Scorretta“, mi sono fiondata su Spotify per ascoltare il suo podcast. Prostituzione, consenso, aborto, femminismo e contraccezione sono solo alcuni dei temi che Elisa, aka Scorretta, affronta all’interno del suo spazio di informazione. Sì perché, come poi racconterà lei stessa, il suo podcast nasce con l’idea di riappropriarsi di uno spazio che sentiva esserle stato rubato, uno spazio dover poter parlare di temi, che purtroppo trovano poco riscontro sulle piattaforma italiane. 

Come e quando nasce il progetto “Scorretta”?
«Spesso penso a tutta la musica che ascolto, i libri o i giornali che leggo, i film che guardo (e via dicendo) e mi rendo conto che, pur considerandomi attenta e politica per la maggior parte delle cose che faccio, consumo cose prodotte da uomini, non giovani e non appartenenti a minoranze. O almeno per la maggior parte. Oltre a cercare attivamente un’alternativa per quello che consumo, voglio anche provare a produrne una, come giovane e come donna. Dato che il formato podcast è relativamente nuovo in italia, ho pensato di creare qualcosa attraverso cui la mia voce avesse valore e venisse sentita, al posto che sentire le esperienze che vivo tutti i giorni raccontate da altri. L’idea è quindi nata dalla voglia di creare degli spazi di discussione in italiano, e ho pensato di dare il mio contributo su temi che mi stanno a cuore, anche a fronte del fatto che nell’orizzonte podcast non ci sono troppe voci femminili (benché ce ne siano). Creare spazi, riprenderci spazi. Il format del podcast permette di avere una piattaforma di relativo rilievo, creando una vera e propria controcultura».
Uno degli obiettivi del progetto è quello di restituire la voce di tutti coloro lasciati fuori dai media nazionali. Chi sono, quindi, i tuoi ospiti?

«Sono persone da cui spero di sentire un racconto in prima persona. Tento di introdurre temi, ma poi di chiedere e ascoltare. Mi dà spesso fastidio leggere o ascoltare fonti che, con un atteggiamento paternalistico senza dubbio, pretendono di spiegare un fenomeno senza interpellare chi vive/ha vissuto quella esperienza in prima persona. Cerco quindi sempre di trovare una persona che possa parlarmi di quello che ha vissuto, e se non riesco invito una persona esperta in materia».

“Meglio fascista che froc*o”, “Freeda non dirmi come essere donna”, “Di prostituzione si tratta”. Il linguaggio tutt’altro che politically correct ti aiuta a lanciare messaggi forti. Secondo te, qual è la giusta chiave di lettura del politicamente scorretto? E come questo ci può aiutare nell’abbattimento di tabù?
«L’idea di fondo, e l’origine stessa di Scorretta, è la voglia di fare e parlare senza filtri e senza lo sbatti di essere politicamente scorretta in un mondo che opprime la mia e altre mille voci. Nasce un po’ dalle domande che mi faccio, quando sono vittima di commenti sessisti e paternalisti da persone sconosciute: come rispondere?Voglio essere libera di rispondere sgarbatamente, di gridare e di insultare, se mi sento dire cose sgradevoli, per strada come in università come in ufficio. È frustrante dover mantenere l’educazione e fare buon viso a cattivo gioco, e sebbene nella vita reale mi capiti di farlo, vuoi per sfinimento o vuoi per non mettermi in situazioni di pericolo, non è l’atteggiamento che voglio avere quando tratto temi per me importanti. La mia chiave di lettura del politicamente scorretto è quella di riprendere spazio, di riprendere parole che sono mie, di riprendere atteggiamenti provocatori e bellicosi, che fanno parte di me. Sono cresciuta in un mondo dove le parolacce “in bocca ad una signorina proprio non si possono sentire”, se ero ambiziosa o mi imponevo ero “la stronza con un palo nel culo”, se reagivo quando venivo attaccata o sminuita dovevo “stare calma e non scaldarmi che mica era sul serio”. Riprendere un linguaggio forte è un ulteriore atto politico di lotta in un mondo che mi vuole carina, educata e docile».
Sesso, aborto, diritti lgbt+ e cultura pop sono alcuni dei temi cardine del podcast. Iniziamo dal tema del sex work. Qual è lo stigma che grava su questo lavoro e quanta strada ancora dobbiamo percorrere per sradicarlo?

«Senza dubbio tantissimi. Una statistica che amo è quella secondo cui un uomo su tre in Italia è andato almeno una volta con una prostituta. Vuol dire i nostri padri, fratelli, cugini, ma in qualsiasi ambito la prostituzione (e il sex work in generale) è un argomento completamente sconosciuto e se vogliamo invisibile. La cosa che fa’ piacere vedere è tanto attivismo sui social, che pur non essendo sempre luoghi di democrazia danno la possibilità a voci diverse di emergere, in questo caso le voci di sex workers in prima persona, che possono educarci con la loro esperienza diretta. La strada da fare come sempre è tanta, ma credo che la popolarità che piattaforme come Only Fans abbia raggiunto ci possa aiutare a portare questo tipo di temi nel dibattito pubblico, almeno quello giovane».

 

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Too Fat, Too Slutty, Too Loud: The Rise and Reign of the Unruly Woman“, un testo di Anne Helen Petersen da te citato e consigliato sul tuo account Instagram, che ci fornisce un dato interessante: le donne stanno minacciando lo status quo? Perché fa paura il loro potere?
«Le donne che minacciano lo status quo e superano i limiti di quello che è considerato un comportamento femminile accettabile, sia questo nello sport, politica, nel mondo dei media o dovunque, sono sempre esistite, ma oggi più frequentemente condividono un’altra caratteristica: avere accumulato troppo potere. Il che è un linguaggio un codice per dire “tanto potere quanto un uomo bianco”. Senza dubbio questa minaccia alle fondamenta di un potere centenario e patriarcale è dovuta al fatto che se una donna ce la fa, nonostante gli ostacoli posti davanti sin dai suoi primi passi in qualsiasi ambito (perché anche in campi dominati da donne, la dirigenza non è automaticamente al femminile), vuol dire che le cose stanno veramente cambiando. Vuol dire che ci stiamo liberando da fardelli come la cura degli anziani o degli infanti in famiglia, della casa, da stereotipi di genere, da dubbi sul nostro valore che ci vengono innestati dentro fin da piccole. E questo fa paura perché minaccia le fondamenta di un sistema sociale ed economico basato sullo sfruttamento sistematico delle donne (come il lavoro della moglie-domestica-cuoca-babysitter-governante) , e mette una pulce nell’orecchio: che le cose si possano fare diversamente? Che funzioni meglio se si fanno in maniera (veramente) diversa? Il rovescio della medaglia sono però il resto delle donne tagliate fuori dal potere, quelle non bianche, con una identità di genere e con un orientamento sessuale non conformi alla norma, e non ricche. Quando anche le loro vittorie ci travolgeranno, credo che la paura sarà diventata terrore e forse a quel punto potremmo cantar vittoria».
In Italia, il 37% dei giovani ritiene inutile l’utilizzo combinato di pillola e preservativo. Come si spiega, secondo te, questo dato allarmante? È legato ad una scarsa educazione sessuale?

«Certamente c’è una stretta correlazione, anche guardando i dati alla mano. I tabù e l’imbarazzo delle famiglie a toccare questi argomenti porta a disinformazione che in certe situazioni può essere veramente dannosa. Ci si chiede come sia possibile che l’educazione sessuale a scuola non sia un modulo obbligatorio, ma facoltativo a seconda degli istituti. La risposta a questo quesito è ovviamente l’ira dei bepensanti, che però se aprissero gli occhi si renderebbero conto che l’educazione al sesso non è un invito a fare sesso, ma solo una spiegazione di una sfera comune a tutte le persone che non può che giovare alla sicurezza, salute e benessere della intera popolazione».

 

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Parliamo di cultura patriarcale e spieghiamo una volta per tutte, perché la battaglia femminista ha come obiettivo quello di sovvertire un sistema sociale di cui anche gli uomini sono “vittime”…
«Beh, perché un sistema rigido che impone ruoli di genere fa male anche al maschio machissimo che non ha mai detto “ti voglio bene” a suo papà, non ha mai pianto con un amico, che compensa le sue insicurezze con atteggiamenti provocatori o spaccandosi di palestra. Insomma, gli effetti più evidenti della cultura patriarcale colpiscono le donne e la comunità queer, ma basta scavare un minimo per vedere quanto gli uomini vengano danneggiati da un sistema che li innalza, ma a patti di sottostare a rigidi schemi e regole. La cultura che determina che io sia una troia perché mi metto la gonna corta è la stessa che reputa un uomo sfigato e fallito se non scopa tanto. Il trucco sta lì, nel comprendere che l’oppressione è comune, e lavorare insieme per smantellarla».

di Carmelina D’aniello

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