Scioperare contro la DAD: che lezione!

informareonline-Scioperare-contro-la-DAD-che-lezione

L’acronimo DAD (didattica a distanza) per forza di cose è diventato, accanto ad altre situazioni legate al covid-19, una delle parole più usate (e abusate) dell’ultimo periodo. È notizia di pochi giorni fa, infatti, che migliaia di studenti, in tutta Italia, siano scesi in piazza per manifestare contro l’utilizzo continuativo delle lezioni in remoto mediante piattaforme che, da marzo scorso, sono diventate una sorta di scialuppa di salvataggio per la scuola intera.

La scuola agli studenti”, “la scuola uguale futuro”, “siamo stanchi di una scuola così fittizia”… Questi sono solo alcuni degli slogan che, nei giorni passati, hanno campeggiato in più “spazi” per indicare il disappunto e l’insofferenza che ormai la didattica a distanza semina nel cuore di chiunque abbia a che fare con la scuola, alunni e professori compresi. Posto che una certa stanchezza si avverte davvero, in particolare dinanzi ad una consapevole e malcelata incapacità da parte delle istituzioni nel garantire un rientro a scuola in sicurezza, occorre, tuttavia, fermarci a riflettere su alcuni elementi che, in questa fase storica, delicata e difficile, ci si pongono dinanzi con prepotenza.

Anzitutto, occorre chiedersi se lo sforzo e il sacrificio di centinaia di migliaia di studenti e docenti non sia da considerare meno prioritario rispetto alla fatica di esercenti, ristoratori e commercianti che vivono da mesi in un tunnel dal quale non riescono ad uscire e, anzi, sembra ispessirsi sempre più con la mancanza di lavoro che aumenta. Lungi dallo sminuire l’importanza della scuola e del suo ruolo nella società, occorre domandarsi, però, se davvero le proteste di tanti studenti e operatori del campo scolastico, in questo periodo, non siano un po’ fuori luogo rispetto a tutto il resto. Ciò non per sminuire il diritto di manifestare per ragioni assolutamente importanti com’è quella della riapertura delle scuole, ma solo per evidenziare che esiste una certa priorità, per indicare l’urgenza di situazioni rispetto ad altre che in questo periodo storico sono al collasso ancor di più, portando morte e disperazione.

In secondo luogo è necessario domandarsi, senza imbattersi nella macchina mediocre della generalizzazione, se tutti gli studenti scesi in piazza in questi giorni e con loro i tanti genitori che hanno dato manforte alla protesta, abbiano sempre avuto chiaro, soprattutto negli anni passati, il ruolo della scuola in presenza. Siamo certi che, la maggior parte di coloro che reclamano il diritto a tornare a seguire le lezioni in aula oggi, abbiano sempre guardato con rispetto all’ambiente scolastico del quale si sentono, in questo tempo così faticoso per tutti, privato? La scuola e tutto ciò che le gira intorno (in termini professionali ed educativi), è stata, spesso, maltrattata e sciupata. E, il più delle volte ciò è accaduto proprio per mano di chi, oggi, grida, la possibilità un diritto negato. Dovrebbe rafforzarsi l’idea che la scuola è sempre importante, al di là delle modalità con cui essa è attuata. Insomma, a volte serpeggia l’idea che scioperare in questo modo dopo una storia scolastica nazionale non propriamente brillante sia solo il pretesto di buttare altra benzina sul fuoco col tentativo di spegnerlo.

Infine: molti hanno tenuto a sottolineare i grandi sacrifici che in questi lunghi mesi sono stati fatti da genitori, alunni e personale scolastico per portare avanti decentemente un discorso che non defraudasse il più possibile le nuove generazioni di opportunità. Nulla da obiettare, ci mancherebbe. Tuttavia, è lecito chiedersi se i frutti di tali sacrifici non avrebbero dovuto portare altro rispetto a proteste che poi, di fatto, nulla hanno ottenuto. Non dovrebbe, il sacrificio, in qualsiasi forma si presenti, far maturare lì dove talvolta è difficile farlo? Non dovrebbe il sacrificio far aumentare un senso di responsabilità collettivo che sappia leggere con esattezza i tempi che si vivono optando per una costruttività che, seppur lentamente, nel tempo, possa portare del bene a tutti? In fondo, chi non vorrebbe che la situazione tornasse alla normalità? Chi non spera che ciò accada per ogni ambito e settore? Il punto è che la lamentela e la recriminazione, più facili da concretizzare e, per questo, più distruttive si sono sostituite alla volontà di non lasciarsi abbattere, alla voglia che dovremmo avere tutti di urlare che no, non siamo dei vinti. Nonostante tutto.

E invece sembra, purtroppo, che la sola mappa da dover seguire sia quella della massa urlante e scioperante. A dispetto di una ragionevole, marcata maturità che grida ancora d’essere ascoltata e seguita.

di Francesco Cuciniello

Print Friendly, PDF & Email