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Tra le icone della nostra storia industriale sicuramente il posto d’onore spetta alle motociclette Guzzi, non solo perché prestigioso prodotto del made in Italy, ma anche perché hanno segnato la vita e le opere di più di un artista.

Immaginiamo di tornare indietro nel tempo, chiudiamo gli occhi e da questo futuro elettronico che diviene passato senza fermarsi nel presente, ritorniamo invece ad un momento, ad un’epoca dove ancora un mezzo meccanico, un artificio tecnico poteva sembrare un’eccezione in un panorama immobile da secoli. Inizio degli anni Venti, nebbie mattutine dalla Bassa reggiana, silenzio all’improvviso rotto da un ritmico scoppiettare.
Da una curva della strada polverosa ecco apparire uno strano animale rosso, metallico ma con un buffo cavaliere, dal viso asimmetrico, la barba incolta e i baffi lunghi, un naso importante e sopracciglia folte.
Legati alla schiena, quadri che forse saranno acquistati dai signori terrieri della zona. Questo cavaliere errante era Antonio Ligabue e quell’animale strano era una Moto Guzzi, la sua grande passione. Chi visita la casa-museo di Gualtieri, dove Ligabue visse e morì nel 1966, può vedere alcune delle 16 Guzzi appartenenti al genio naïf. Alcune di queste moto sono protagoniste dei suoi dipinti, come Autoritratto con moto del 1952 e Autoritratto con moto, cavalletto e paesaggio del 1953.
Ligabue inserisce la moto nei dipinti non come oggetto del dipinto stesso ma come elemento di vita, della sua vita. Non è la descrizione della velocità futuristica ma del rapporto intimo e simbiotico dell’artista con il mezzo, che da oggetto meccanico si anima catalizzando l’angoscia esistenziale dell’artista.
Celebri le parole di Edmondo Berselli: “Quando era disperato, saliva sulla moto e sfidava la nebbia dei viottoli di campagna, perché la testata scoppiettante e calda della Guzzi era l’unica consolazione contro il gelo dell’inverno e l’ostilità imperscrutabile del mondo”. È lei, la Guzzi.
È lì, rossa, viva in questo autoritratto del 1953, opera d’arte fra paesaggi e strumenti d’arte. È quasi lei l’anima del dipinto. Una stupenda GTV500cc, essa stessa un capolavoro di estetica meccanizzata o di meccanica estetizzante, fate voi cari lettori. Un mito che poi evolverà proprio nel 1952 nella versione Astore e in quella maggiore Falcone.
I colori accesi, dal forte tratto espressionistico, le figure che si staccano con un contorno netto, quasi ad esigere il primo piano, segnano in questi autoritratti una maggiore libertà espressiva, quella libertà che è scritta anche sul suo epitaffio: “il rimpianto del suo spirito (…) è rimasto in quelli che compresero come (…) egli desiderasse soltanto libertà e amore”.
Forse almeno un po’ di quella libertà, Ligabue la trovò nella sua Guzzi GTV e ce l’ha consegnata per sempre sulla tela e il suo rombo pittorico sembra dirci “libertà va cercando, chè sì cara..!”.

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

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N°230 – GIUGNO 2022

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