Scatti di denuncia dal Medioriente: intervista al fotoreporter Alessio Mamo

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A volte una singola foto può rappresentare una denuncia più potente di mille parole. È questa la missione di chi, come il fotografo siciliano Alessio Mamo, ha dedicato la propria vita al fotogiornalismo. Alessio ha iniziato la sua carriera nel 2008, concentrandosi su questioni sociali, politiche ed economiche riguardanti specialmente l’area del Medio Oriente.
In questi anni ha ricevuto importanti riconoscimenti; nel 2018 ha vinto il World Press Photo Award per i ritratti con la foto di Manal, una bambina di 11 anni sopravvissuta ad un’esplosione in Iraq che le ha sfigurato il volto, e nel 2020 è ritornato tra i finalisti del premio mondiale nella categoria “General News” con uno scatto intitolato “Madre russa e suo figlio al campo di Al-Hol”.

Ti sei laureato in chimica, quando e come hai preso la decisione di puntare tutto sul fotogiornalismo?

«Ho intrapreso questi studi perché mio padre insegnava chimica all’università di Catania e a 18 anni pensavo che la cosa più naturale fosse seguire le orme paterne. Mi laureai e iniziai a lavorare in un’azienda del catanese, ma nel 2009 entrò in crisi e non mi rinnovò il contratto. Così colsi questa occasione e mi lanciai senza paracadute, seguendo la mia forte passione per la fotografia e iniziando a viaggiare. Avevo già 30 anni ed era un passo abbastanza azzardato, però provai: iniziai frequentare i festival, a conoscere altri fotografi. Nel 2011 è avvenuta la mia prima pubblicazione e da lì ho iniziato ad avere delle collaborazioni soprattutto dalla Sicilia.

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Il 3 ottobre 2013, poi, avvenne una delle più grandi stragi nel Mediterraneo, a Lampedusa, e da quella data mi dedicai totalmente alla questione dei migranti ricevendo commissioni da giornali nazionali ed esteri. Nel 2015 ho iniziato a viaggiare in Medio Oriente perché volevo assolutamente vedere i luoghi da cui scappavano le persone che vedevo arrivare sui barconi a Lampedusa e sulle coste della Sicilia».

In quale dei tuoi lavori ti riconosci di più?

«Uno di quelli che mi ha più appassionato, anche perché mi ha dato la possibilità di conoscere a fondo le persone che ho fotografato, è il lavoro che ho fatto in Giordania, ad Amman, nell’ospedale di Medici Senza Frontiere. Il progetto l’abbiamo chiamato “L’ospedale di tutte le guerre” perché accorre tutti i feriti di guerra del Medio Oriente.

Questo lavoro con MSF è durato 3/4 mesi in cui ho instaurato un forte legame con queste persone. La ciliegina sulla torta è stata la foto della bambina Manal che vinse nel 2018 The World Press Photo nella categoria People. Questo lavoro ad Amman mi ha dato la possibilità di creare una rete, un network di persone che vado a trovare spesso».

Pensi che le immagini che ci restituisci sulla situazione in Medio Oriente possano svolgere un ruolo politico, spingendoci a riconoscere le responsabilità occidentali?

«Qualsiasi fotogiornalista che segue certe storie ha l’ambizione di provare a denunciare affinché le cose cambino. Io penso che più che grazie alle singole foto sia grazie ad un racconto di più sguardi che coprono una realtà, con l’apporto di televisioni, fotografie e altri mezzi mediatici, che la denuncia arrivi al mainstream. Sono rari i casi in cui una sola foto diventa un’icona in grado di mettere in discussione alcune questioni politiche;

penso alla foto del bambino siriano Alan Kurdi che nel 2015 è stato trovato morto sulla spiaggia in Turchia. Quella foto fece ridiscutere diversi trattati europei sulla questione delle frontiere. Se fai questo lavoro non lo fai perché vuoi diventare ricco, lo fai perché ci sono delle questioni che ti stanno a cuore e che vuoi assolutamente denunciare. Questa è la base del nostro mestiere».

di Marianna Donadio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°217

MAGGIO 2021

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