Scandalo a Venezia

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La vita è complessa nel suo divenire, ma la politica non può orbitare nella complessità progettuale e programmatica.

Se accade, è in primis perché vanifica un principio o monito: ”meglio prevenire che inseguire gli eventi”. Le speranze di vederlo magnificato nei processi dinamico-evolutivi della pubblica amministrazione restano vane, se per avvenuti disastri bisogna intervenire ricorrendo a misure emergenziali. È uno strano paese, il nostro, dove troppa malversazione impera nei piani alti, e non solo, della politica.

Fa d’uopo il Mose, mostro tecnologico nella laguna di Venezia che scuote le coscienze mondiali nel vedere la Serenissima, che tanto serena non appare, innanzi ad uno scenario apocalittico.

L’acqua alta è sempre stata presente in determinate condizioni atmosferiche, lo dimostra il turismo dell’acqua alta, ma livelli altissimi, 165 cm, non  sono mai stati registrati se non nel lontano 1966. È triste la visione di una città, ricca di patrimonio artistico e culturale, preda della furia delle maree, ma ancor più triste è assistere alla solita passerella di attori istituzionali che dovrebbero mostrare vergogna di fronte ad uno scempio, di cui sono attivisti e complici.

Dov’è la morale pubblica e dove sono i moralisti di facciata?

Un’opera iniziata nel 2013 con tante criticità, evidenziate dal prof. Cacciari, mai tenute nelle giuste considerazioni, non ancora completata e costata 6 miliardi euro ad oggi. Di chi sono le responsabilità?

La risposta è semplice: nei salvadanai di pessimi attori istituzionali, a cui sono state spalancate le porte del carcere, dopo la retata effettuata dalla Guardia di Finanza nel 2014 con 35 arresti e  con 20 condanne e varie prescrizioni. Spiccano i nomi di Giovanni Mazzacurati, direttore generale del Consorzio, concessionario unico per le opere della laguna veneta dalle acque alte, che ungeva l’intera filiera da cui dipendeva l’avanzamento del progetto Mose, per non avere ostacoli ai finanziamenti pubblici,  con mazzette, favori e regali.

Un giro di danaro che secondo stime, ammonterebbe ad oltre 200 milioni di euro.

Al banchetto del malaffare  sono stati seduti l’ex Governatore del Veneto Galan, che dopo aver patteggiato, per ottenere benefici di legge, ha subito una condanna a 2 anni e dieci mesi per corruzione continuata e tuttora agli arresti domiciliari; l’ex ministro Matteoli, l’ex sindaco di Venezia Orsini, Baita, e Minutillo, ex segretaria di Galan.

Fuori da ogni responsabilità legale è rimasto l’attuale Governatore del Veneto, Zaia, che nel 2013 occupava il ruolo di vice presidente della regione con Galan presidente. Ciò nonostante ha una responsabilità indiretta, in quanto nelle vesti istituzionali allora ed ancora oggi, dov’era per non vedere cosa scivolasse innanzi a sé? Non si è mai chiesto perché il Mose fosse ancora incompiuto?

Come può ritenere il Mose opera completata, quando tutti possono costatare il contrario di quanto affermato nel giorno della sua passerella politica. A conferma di un bugiardismo politico, ormai di casa in ogni contesto istituzionale, vi è non il mancato collaudo, ma neanche uno straccio di prova per verificare l’efficienza di quanto già costruito.

Questo sconcerto si amplifica, se si va ad una dichiarazione di Zaia del 2010,  che in un impeto di autoreferenzialità, attesta: il Mose è la testimonianza di ciò che siamo capaci di fare e di esportare in ogni angolo del paese.

Lo stupore maggiore, a quanto affermato, insiste nella presenza di giornalisti vari che non si sono preoccupati di chiedergli, dove tenesse quello attestato pubblico. Millanteria politica, nient’altro che millanteria politica, questo è il verdetto accusatorio di cui dovrebbe rispondere.

È possibile, mi chiedo, sradicare la pianta malefica dell’affarismo politico senza un percorso di eticità pubblica e comportamentale? Così come si è e come si opera, la risposta è negativa. Ma si dice anche: “volere è potere”.

Ed allora si operi per volere non solo il potere.

di Raffaele Villani     

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