Sarah, uccisa per una bandiera arcobaleno: intervista a Bernardo Diana

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Le discriminazioni perpetrate verso la comunità LGBTIQ+ sono questioni ampiamente affrontate, ma ancora, purtroppo, molto attuali come dimostrato dagli innumerevoli episodi di omofobia che accadono nel mondo. Un caso recente è quello dell’attivista LGBT Sarah Hijazi.

La sua tragica storia ha inizio il 22 settembre 2017, quando durante un concerto al Cairo, Sarah e un suo amico sventolarono la bandiera arcobaleno, un atto innocuo in diversi paesi, ma non in Egitto, dove il gesto viene pesantemente condannato in quanto l’omosessualità è reato punibile con la reclusione.

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Sarah, in quanto persona Trans, venne reclusa in un carcere maschile dove fu torturata e sottoposta a continui abusi, fino a quando, un anno dopo, grazie all’accesa campagna a favore della sua scarcerazione, venne liberata e accolta in Canada. Lo scorso 14 giugno, Sarah si è tolta la vita, lasciando una lettera:
“Ai miei fratelli e sorelle, ho provato a sopravvivere e ho fallito, perdonatemi. Ai miei amici, l’esperienza è dura e sono troppo debole per resistere, perdonatemi. Al mondo, sei stato davvero crudele! Ma io perdono”.
Della storia di Sarah e della ripartenza delle associazioni LGBT ne abbiamo parlato con Bernardo Diana, presidente di Rain Arcigay Caserta.

Dopo aver letto la storia di Sarah, c’è un messaggio che vuoi comunicare ai giovani in Italia?

«Siamo tutti molto addolorati per quello che è accaduto a Sarah, è tutto molto triste. Sicuramente la situazione in Egitto non è comparabile con la realtà italiana. Se vogliamo lanciare un appello ai giovani che magari leggendo la storia sono rimasti turbati potremmo dire di cogliere il messaggio che lei ci ha lasciato, inteso come speranza di resistere e stare in piedi. Il suo messaggio di speranza va raccolto e dovrebbe essere inglobato in noi».

Questi sarebbero stati i mesi dei Pride, come state procedendo all’organizzazione?

«In maggioranza sono stati annullati, altri sono stati spostati a settembre, altri si sono trasformati in flashmob con meno persone. Diciamo che le manifestazioni tradizionali quindi con i carri e le parate sono state annullate. Tutto questo per mantenere la sicurezza ed evitare assembramenti. Dobbiamo trovare delle modalità nuove per riuscire a combattere per i nostri diritti. Dopo la storia di Sarah potrebbero esserci nuovi attivisti che vogliono impegnarsi e portare avanti il suo messaggio, la sua esperienza e il suo ricordo. È importante mantenere viva la memoria».

Durante il periodo della quarantena avete ricevuto maggiori richieste di aiuto rispetto al solito?

«Le segnalazioni che sono arrivate direttamente a noi riguardavano perlopiù un’assistenza economica. Durante il periodo della quarantena abbiamo offerto due diversi servizi: uno sportello psicologico online in videochiamata, per telefono e per sms e un altro per dei sostegni economici con dei voucher.
Facendo una proporzione sono stati maggiormente richiesti i voucher. Le domande che abbiamo ricevuto per l’assistenza psicologica riguardavano la fascia d’età tra i 13 e i 16 anni, perché diciamo che sono questi gli anni in cui si inizia a prendere coscienza della propria identità sessuale. Il gruppo giovani è stato sospeso per le nuove restrizioni, ma vogliamo cercare di organizzare una sorta di edizione estiva per offrire supporto».

Per quanto riguarda il mondo del lavoro si verificano ancora molte discriminazioni?

«Le difficoltà principali nel mondo del lavoro sono delle persone trans. Dobbiamo pensare che alcune volte si tratta di persone che non sono riuscite a completare gli studi, questo perché quando una persona si dichiara trans è maggiormente soggetta ad essere cacciata da casa o costretta alla prostituzione in strada per sopravvivere.
Diversamente nei lavori senza specializzazione, è difficile che un datore di lavoro assuma delle persone trans a causa dei pregiudizi. Fortunatamente ci sono anche datori di lavori che non attuano discriminazioni. Se vogliamo essere ottimisti le cose nel corso del tempo andranno sempre meglio, ma ogni tanto, come per l’episodio di Sarah, facciamo dei passi indietro».

di Martina Cotumaccio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°207
LUGLIO 2020

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