Santa Pasqua, breve viaggio nelle tradizioni

fujenti

Paese che vai, usanze che trovi. Tradizioni tramandate di generazione in generazione per tenere sempre vivo cosa ci definisce e contraddistingue dagli altri. Nel passato le memorie venivano tramandate attraverso la parola e gli usi e costumi di un popolo trasmessi sotto forma di messaggi orali. Il cantastorie, l’attuale artista di strada per intenderci si spostava di piazza in piazza, di paese in paese per raccontare, a volte anche rielaborando avvenimenti o fatti e i racconti, le storie narrate diventavano parte integrante del bagaglio culturale collettivo di quella comunità.

Ed è grazie a loro se oggi nelle feste di Pasqua sono ancora vivi rituali popolari, che conservano e sintetizzano il nostro folklore. Riti e tradizioni si religiosi ma che derivano quasi sempre dal paganesimo.

I Fujenti (letteralmente coloro che vanno se volessimo italianizzare questo termine napoletano) ad esempio dividono la popolazione campana in due fazioni: perché essere svegliati all’alba da una musica assordante di domenica mattina, non è il nostro più grande desiderio. Ma per i devoti della Madonna dell’Arco, tutto ciò non è affatto anomalo. Già nelle domeniche precedenti la Pasqua, a dire il vero dalla festa di Sant’Antonio Abate che cade il 17 gennaio gruppi di uomini, donne, bambini rigorosamente vestiti di bianco ( simbolo di purezza) con due fasce di colore blu e rosso a rievocare il manto della Vergine Maria ( è questo infatti il particolare abbigliamento dei Fujenti) affollano le strade delle nostre cittadine per fare ‘a cerca, cioè la questua in modo da racimolare offerte da destinare al santuario della Madonna dell’ Arco situato nel paese di Sant’ Anastasia. Nella tradizione cristiana la questua ha un simbolo penitenziale: il devoto per ottenere la grazia richiesta, elemosina delle offerte da donare poi al Santuario. Ma la vera festa ha inizio il giorno del Lunedì in Albis, quando il gallo ancora non ha cantato: è allora infatti che i devoti rigorosamente vestiti di bianco si radunano davanti la sede della “chietta” o “paranza” (questo è il nome dialettale dell’associazione devota alla Madonna dell’Arco) per prendere posto sul camion che porta il “tosello” o il quadro con immagini religiose o allegoriche, i portatori , la banda musicale e le bandiere dell’Associazione.

E così i Fujenti girovagano di paese in paese a suon di musica lasciando il tempo dell’esibizione ai portatori del quadro e della bandiera.

Al pari dei Fujenti si pone l’altro bene culturale Son c’a scet ossia La festa del Gesù Risorto: rito altrettanto antico celebrato nella cittadina di Frattamaggiore per salvaguardare quella tradizione, espressione dell’identità storico-culturale del paese.

Son c’a scet ( “Suona con la tromba del risveglio”) può essere paragonata ad una sorta di opera in fieri. Nel pomeriggio del Lunedì in Albis statue antichissime, portate in spalla da volontari corrono in maniera concitata per le vie del paese nell’intento di ritrovare Gesù Risorto, proprio come indicato nei Vangeli. Le strade diventano lo scenario di una corsa alquanto insolita dove la popolazione partecipa attivamente urlando nella tipica espressione paesana canapiera antica: “l’hanno truveto rint’ ‘a stoppa arravuglieto”,il “ritrovamento” di Gesù Risorto. In un paese dove la produzione della canapa ha fatto si che la città di Frattamaggiore fosse un importante centro canapiero dal medioevo fino alla seconda guerra mondiale, il ritrovamento non può non avvenire proprio in quel luogo tipico frattese: avvolto nella paglia.

La festa che risale al 500 fu istituita come celebrazione popolare del mistero religioso della risurrezione ed ha anche una annotazione letteraria nella descrizione ottocentesca di Francesco Torraca che la considerava nel novero delle feste e dei riti pasquali del napoletano e della Campania.

Se mettiamo per un momento in panchina le tradizioni religiose, ci accorgiamo che il nostro territorio napoletano è ricco anche di un suo specifico rituale gastronomico.

La sera del Giovedì Santo a Napoli vuol dire ” a zupp e cozz” le cui origini ci conducono al tempo dei Borboni. Ferdinando I di Borbone goloso di pesce, frutti di mare e soprattutto di cozze tanto da pescarne con le sue mani nelle acque di Posillipo, fu redarguito dal frate Gregorio Maria Rocco nel non eccedere con peccati di gola, almeno durante la Settimana Santa della Pasqua di Resurrezione.

Poteva mai il monarca rinunciare alle sue prelibatezze preferite?

Così prima di recarsi a via Toledo per lo struscio di rito, Ferdinando si fece preparare dai cuochi un piatto meno “sontuoso” del solito a base di cozze, pomodoro e peperone piccante e da quel giorno il Giovedì Santo, borghesi e popolo vollero seguire l’esempio del monaca non facendo mancare sulle proprie tavole quella gustosa pietanza.

Il fondere il sacro ed il profano continua sulle tavole napoletane con la tradizionale “pizza chiena” (piena) una torta salata da gustoso e ricchissimo ripieno di formaggi e salumi e con il tortano o casatiello variante con uova sode poste come decorazione.

Mi raccomando però non mangiamone troppo perché è di una pesantezza proverbiale: I’ che casatiello infatti si riferisce proprio ad una persona pedante e noiosa.

Le due torte hanno gli stessi ingredienti: farina, acqua, salame, sale , ciccioli di maiale, sugna e formaggio pecorino e la medesima forma tondeggiante. Ed è proprio il formaggio detto caso dialettalmente, che dà il nome al “casatiello”, mentre la forma ciambella allude alla corona di spine di Gesù. Mangiandola distruggiamo uno dei simboli della sua sofferenza.

Altro simbolo della tradizione napoletana dove si mescolano esperienze familiari e scuole di alta pasticceria, è la Pastiera. Varie leggende circolano sulla sua origine ma a me piace pensare che sia stata preparata dalla Sirena Partenope con i sette doni portati dal popolo per ringraziarla della sua voce melodiosa: la farina simbolo di ricchezza, la ricotta simbolo di abbondanza, le uova simbolo di riproduzione, il grano cotto con il latte simbolo dell’unione dei due regni :vegetale ed animale; i fiori di arancio come omaggio a tutti i popoli e lo zucchero per celebrare la sua dolcezza.

E allora non mi resta che augurarvi

Buona Pasqua

di Angela Di Micco