Santa Maria Capua Vetere, collaboratori di giustizia ed il giusto processo

Santa Maria Capua Vetere Carmelo Zappulla

A Santa Maria Capua Vetere un convegno per ricordare la vicenda del cantante Carmelo Zappulla

 

Un tema più che mai attuale, punto nevralgico dei processi di criminalità organizzata, è l’istituto dei collaboratori di giustizia, ovvero la fonte di prova rappresentata dalle dichiarazioni rese dal coimputato nel medesimo procedimento penale che trova formale regolamentazione nell’art. 210 del codice di rito. Questo è il tema al centro dell’interessante convegno tenutosi lo scorso 5 dicembre presso il salone degli specchi dello storico Teatro Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere. Nel corso del simposio l’Avv. Gaetano Anastasio del foro di Santa Maria Capua Vetere ha presentato il suo libro “Per pentito dire”, tratto da una vicenda giudiziaria vera, seguita dallo stesso professionista allorquando difese il cantante Carmelo Zappulla, ingiustamente accusato da ben 19 chiamate in correità, e processato dai giudici di Siracusa come un membro di Cosa Nostra.

Moderatore dell’incontro è stato l’Avv. Alessandro Diana, già Presidente dell’Ordine degli avvocati del foro. Interventi illustri quelli del Pubblico Ministero, il Dr. Alessandro D’Alessio della DDA di Napoli, la Dr.ssa Corinna Forte, Gip presso il locale palazzo di giustizia sammaritano, l’Avv. Carlo Grillo, attuale presidente dell’ordine forense, ed infine il Sindaco di Santa Maria Capua Vetere l’Avv. Antonio Mirra.

Di grande spessore, l’intervento del Dr. D’Alessio, che di fatto rappresenta il vero cuore dell’incontro. Il magistrato inquirente elogia la tecnica narrativa ed i contenuti del libro di Anastasio, prima di soffermarsi sul tema del convegno. Forte di una lunga esperienza sul campo, con grande cognizione di causa spiega che oggi la dichiarazione di un imputato connesso sia uno strumento d’indagine insostituibile. «Fare a meno dei collaboratori di giustizia – afferma – significa tornare ad una verità formale».

Non sono mancate da parte del PM riflessioni critiche, laddove spiega l’insufficienza del termine di 180 giorni previsto dalla legge entro il quale il collaboratore dovrebbe riferire tutto quello che sa. Aggiunge, però, che il pentito non deve essere considerato un oracolo, ecco perché è fondamentale l’approccio. Rimarca, infatti, la necessità di documentarsi sul collaboratore di giustizia prima di interrogarlo, e richiama il principio della sterilizzazione della fonte di prova per evitare contaminazioni e condizionamenti.

Ugualmente interessanti le argomentazioni di Corinna Forte. Il Gip di Santa Maria Capua Vetere illustra la prospettiva del magistrato giudicante nella valutazione degli indizi di colpevolezza desumibili dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia allorquando è chiamato a valutare una richiesta di applicazione di misura cautelare. La conoscenza sommaria delle indagini svolte dal PM, infatti, carica la sua decisione di grande responsabilità, dovendo egli valutare l’attendibilità del dichiarante solo sulla scorta di verbali riassuntivi, ma senza poterlo esaminare direttamente.

Sullo sfondo del convegno la drammatica vicenda del cantante napoletano accusato dai giudici di Siracusa di un delitto mai commesso. Zappulla dall’inferno del carcere riesce, grazie all’impegno del suo legale Gaetano Anastasio, a dimostrare la sua innocenza. Quella vicenda, salita agli onori della cronaca, al pari della più nota storia di Enzo Tortora, dimostra quanti danni possono causare le false accuse di spregiudicati pentiti.

Quello che oggi è definito un insostituibile strumento inquirente, purtroppo, presta il fianco a possibili rischi di processi fantocci istruiti sulle fandonie di soggetti redenti per utilità. L’equilibrio, dunque, va ricercato nella coscienza e nella professionalità del magistrato inquirente che maneggia quei delicati strumenti, potenziali macchine di fango. Soltanto un giusto approccio, come sostenuto da D’Alessio, può essere la garanzia di un uso consapevole delle dichiarazioni dei collaboratori per evitare che il processo si tramuti in una caccia alle streghe.

di Fabio Russo