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Nel 1989 Francesco Schiavone, il boss del clan dei Casalesi noto come Sandokan viene arrestato in Francia. Ha una sola possibilità per evitare il carcere e una condanna all’ergastolo: ritardare l’estradizione. Per lui alla prima udienza si presentano i più grandi avvocati transalpini, uno dei quali è Paul Lombard, l’avvocato del presidente francese François Mitterand. In carcere Sandokan è intercettato e usa parole in codice: “Voglio le tute del Napoli…”

Trent’anni fa, Millery, sud della Francia. È la sera del 22 maggio 1989 quando Francesco Schiavone, il boss casalese conosciuto come Sandokan, lascia la casa della famiglia Renna per andare in una cabina telefonica.

È appena arrivato dalla “signora delle cerase”, come la chiamava, e deve avvertire i parenti che è andato tutto liscio, che l’auto – la Mercedes che il fratello Antonio aveva usato per il matrimonio, neppure tre mesi prima – è arrivata a destinazione.

E con essa anche il conducente, il fidatissimo Peppinotto Caterino. La sua fuga finisce qualche minuto dopo. Lo arrestano la polizia francese e la Criminalpol di Napoli.

A distanza segue le operazioni il commissariato di polizia di Santa Maria Capua Vetere, che lo aveva trovato in quel paesino a pochi chilometri da Lione. Inizia quella sera stessa la grande manovra per fargli guadagnare al più presto la libertà.

Stretto tra la legge francese e quella italiana, Schiavone ha una sola possibilità per evitare il carcere di lungo termine e una possibile condanna all’ergastolo per l’omicidio del nipote di Antonio Bardellino, Paride Salzillo: ritardare l’estradizione e giocarsi le sue carte giudiziarie in Italia.

È allora che assieme al padre e agli avvocati Alfonso Martucci e Paolo Trofino, arriva un suo lontano e ricchissimo parente: Nicola Schiavone, imprenditore, l’uomo delle manutenzioni di Ferrovie dello Stato, il vecchio socio dei Magliulo di Afragola.

È lui, con le sue inimmaginabili conoscenze internazionali e il portafogli sempre gonfio, a cercare, trovare e garantire la migliore assistenza legale possibile. E così, nel tribunale di Lione, sfilano i grandi penalisti di Francia.

C’è Paul Lombard, che quindici anni prima aveva inutilmente difeso “in un clima da corrida”, come lui stesso dichiarò anni dopo, Christian Ranucci, condannato a morte in un processo farsa: una delle ultime persone ghigliottinate prima dell’abolizione (nel 1981) della pena capitale.

Abrogazione dovuta a Robert Badinter, amico di Lombard e del presidente François Mitterand, più volte Guardasigilli e poi componente della Corte costituzionale.

Con Lombard – che a quel tempo difendeva anche Vittorio Emanuele di Savoia –  c’è anche Jean Pierre Mignard, amico di François Hollande e di Macron, studio a Rue de Rivoli, uno dei massimi esperti di tutela dei diritti dell’uomo dinanzi alla Corte internazionale, uno dei promotori, con il magistrato Louis Joinet, della “dottrina Mitterand” sui rifugiati politici del dopo-Anni di piombo.

Difensore, tra gli altri di Oreste Scalzone. E poi ancora, Daniel Bouvet e Jean Louis Santelli, parigino il primo, marsigliese l’altro, toghe assai note oltralpe per assistere l’alta finanza massonica e i mafiosi corsi, la Gang de la Brise de Mer.

Due presenze-lampo che a Lione vengono intese come un atto di ossequio all’uomo delle Ferrovie e al cugino capo di un potentissimo clan camorristico.

L’operazione a tenaglia riuscì. L’estradizione fu ritardata fino a quando Schiavone finì di espiare, nel supercarcere di Moulin, la condanna per la detenzione di una carta d’identità falsa.

Nel frattempo, in Italia, al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, un altro dei suoi difensori, Federico Simoncelli, ottenne la scarcerazione del boss per decorrenza dei termini massimi della carcerazione preventiva.

Una liberazione che fu accompagnata fra brusii, chiacchiere e molti sospetti.

Il collegamento con l’inchiesta Rfi

Altri tempi, altro potere, altri denari. Ma i protagonisti di quella storia continuano a far parlare di sé, sia pure da altre postazioni.

Nicola Schiavone, per esempio, l’insospettabile (insospettabile?) uomo d’oro di Rfi, colui il quale il suo omonimo “compariello” di battesimo, nonché figlio di Sandokan, ha definito un facilitatore alla stregua di Bisignani.

Oggi è indagato per associazione camorristica, concorso esterno, corruzione, turbativa d’asta, in complicità con alcuni manager di Reti Ferroviarie Italiane e con altre persone ancora sconosciute, verosimilmente i politici (e i faccendieri) che nel corso degli anni lo hanno aiutato nella sua scalata imprenditoriale.

Oggi come trent’anni fa, il semisconosciuto imprenditore di Casal di Principe, può vantare una fitta rete di relazioni creata grazie agli input di un altro personaggio misterioso, a metà tra il corruttore di magistrati, il millantatore, il massone: Elio Della Corte, falso avvocato ma efficiente aggiustatore di processi.

Della Corte spiegò il come, Francesco Schiavone “Sandokan” pensò al quanto. Fu lui a fornire, come ha raccontato la moglie Giuseppina Nappa in un recente interrogatorio reso dinanzi alla Dda di Napoli (i pm Antonello Ardituro e Graziella Arlomede), il lievito madre per trasformare la piccola Heureka in un colosso dei lavori ferroviari.

Fu lui, si è fatto scappare durante un colloquio con la figlia Angela, ad arare la terra che si è poi rivelata prolifica e produttiva.

Il colloquio tra padre e figlia risale al 5 marzo del 2016, tre anni fa, due giorni dopo il compleanno del capoclan condannato all’ergastolo e detenuto al 41 bis.

Mostra lo spaccato di una famiglia allo sbando, senza più soldi, senza più amici. Angela Schiavone è alla vigilia del matrimonio (si è sposata ad agosto di quello stesso anno).

Parlano di “zio Nicola”, il boss chiede notizie, la ragazza risponde a gesti: stanno sempre fuori, cioè non a Casal di Principe, non si fanno più vedere.

All’ennesimo diniego fatto con la testa, Francesco Schiavone sbotta:

“Ehm, mi fai una cortesia ??? Digli, digli…non tu. Le donne mai. Diglielo: ha detto papà due tute, X X X, del Napoli originale (con la mano mima il numero tre, toccando il vetro divisorio) e poi dici a tuo fratello che si sta comportando in modo schifoso !!! Schifoso !!! E mio padre sta a soffrire…sta…sta…per diciotto anni lo hanno torturato in tutte le maniere e lo stanno ancora torturando e voi state a fare i signori, tutti quanti…tutti…”.

Tre come trentamila, trecentomila, chissà. Il risultato finale è ben più magro: Angela Schiavone riceve come regalo solo tremila euro, al fratello Nicola il compare ne aveva dati ventimila.

“Ci va Walter o Ivanhoe, uno dei due (due dei figli di Sandokan, ndr.): ha detto papà, vuole due cose di….perché tu mi sei zio e mi devi aiutare…zio Nicola, no !!! È cugino a mio padre e….io, pure io, io ho arato le terre, alle volte gli davo una mano, tante di quelle cose…voglio due tute del Napoli e che s’interessasse ogni mese, pure, per tutti quanti, un poco, noi, perché mio padre è stato per te, non come uno zio, ma come un fratello, e sta là dentro là, pure per te”.

Ma dal colloquio emerge anche la spaccatura interna alla famiglia.

La ragazza fa notare che “zio Nicola” non è il solo ad averli abbandonati. E il padre: “…tutti…incominciando da mio fratello Antonio che Walter (l’altro fratello del boss, pure lui ergastolano e al 41 bis, ndr.) mi scrisse: io non lo voglio vedere più e non gli scrivo più”.

Due anni dopo, il figlio del vecchio capoclan casalese, pure lui condannato all’ergastolo, inizia a collaborare con la giustizia.

Nel suo primo interrogatorio, a luglio del 2018, fa i nomi del suo ingrato parente omonimo e del fratello Vincenzo. La madre, che non collabora ma ha accettato di entrare nel programma di protezione, ha confermato.

di Rosaria Capacchione 
Tratto da FanPage

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