San Patrignano vista dall’interno

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«Se non avessi affrontato questo percorso non avrei avuto un futuro». Queste le parole di una giovane ragazza, che chiameremo Martina per garantirne l’anonimato, espresse su San Patrignano. Martina è entrata in comunità quando aveva ancora quattordici anni, per uscirne che era ormai quasi maggiorenne. «San Patrignano mi ha insegnato a volermi bene». Basterebbe questa frase per abbattere i giudizi su una realtà su cui non è stata fatta luce, ma spettacolo. Ciò che si vede non sempre corrisponde a ciò che è, ma per vedere meglio bisogna andare oltre le apparenze, noi l’abbiamo fatto intervistando Martina.

Avresti preferito percorsi alternativi?

«No, mia mamma ha provato a portarmi dallo psicologo, ma è stato uno sforzo vano. Mi opponevo a tutto perché vivevo in una bolla della cui gravità ero all’oscuro: non mi fidavo di nessuno, vedevo tutti contro di me, quando la verità è che ero io contro me stessa. San Patrignano è stata la scelta migliore: lì non sei una persona da aiutare, sei una persona e basta».

Come trascorrevi le giornate?

«Le mie giornate erano piene: mi svegliavo alle 6 e mezza, facevo colazione in una sala comune, poi in base al giorno era prevista un’attività da svolgere. Io andavo anche a scuola, i voti erano alti perché iniziavo a prendere consapevolezza che nella vita riesci ad affermarti solo se ti impegni, perciò anche le cose più piccole cercavo di realizzarle al meglio».

In cosa consistevano queste attività?

«Dipende dai settori, ma in generale si trattava di pulire, sistemare, fare sport, stare a contatto con la terra. Con il tempo ho capito che lo scopo delle varie attività non era farci lavorare, ma farci stare insieme. È vero fai fatica, ma l’affaticamento ti mette nelle condizioni di confrontarti con te stesso. È proibito tenere i cellulari proprio per questo: non puoi isolarti in uno schermo».

Credi che possa esistere violenza usata a fin di bene?

«Parto dal dire che in comunità non ho mai assistito a episodi di violenza. Nella docu-serie SanPa le immagini di ragazzi incatenati nelle celle mi hanno fatto riflettere e sono giunta alla conclusione che la violenza non esiste nei mezzi, ma nelle intenzioni. Vincenzo Muccioli non picchiava i ragazzi, non li trattava come animali, se li metteva in una cella poi stava dentro con loro. La violenza più grande sarebbe stata abbandonarli a loro stessi, d’altronde non esiste arma più letale della droga e bloccarli era il male minore. Tutto quello che ha fatto Vincenzo non l’ha realizzato perché mosso da una brama di fama, al contrario, la sua volontà era quella di fare il bene e se la comunità ancora oggi riesce a curare tanti ragazzi è solo grazie a lui».

Credi che il documentario di Netflix abbia avuto un’influenza negativa sull’opinione pubblica?

«Sì. Tutti a San Patrignano conoscevano il rischio che correvano dando il permesso a Netflix di intervistarne gli ex ospiti. Il progetto in sé era in contrasto con la linea di riservatezza che vige in comunità, un princìpio adoperato non per nascondere ciò che accade, ma per difendersi dalla superficialità di alcune persone, che non hanno la sensibilità necessaria per comprendere certe tematiche. San Patrignano non manda spot ovunque, non pubblicizza fuori tutto quello che si fa dentro. Vincenzo ha insegnato anche questo: fare in silenzio. Questo a volte, è il miglior applauso».

Il problema della droga in Italia può dirsi superato?

«Io penso di no. Magari la differenza con il passato è che prima la droga la vedevi con i tuoi occhi: anche se non ti drogavi in prima persona, attraverso l’evidenza fisica di chi invece era un tossicodipendente, potevi vederne gli effetti. Oggi è diverso, il problema esiste, ma non abbiamo la stessa percezione di prima: le persone si drogano e si nascondono. Io ho urlato che volevo aiuto perché sapevo che in quella vita non stavo bene, ma sono tante le persone che si lasciano trascinare nel vortice. A volte si tratta di professionisti anche molto prestigiosi che fanno uso di cocaina per potenziare le loro capacità, salvo poi accorgersi di star distruggendo il loro stesso lavoro, la loro famiglia e la loro esistenza».

Ho conosciuto Martina quasi per caso, ma da quell’incontro è nata in me una forte consapevolezza di quanto a volte il confronto con gli altri sia il mezzo più efficace per conoscere sé stessi. C’è sempre qualcosa dietro una persona, un comportamento, una realtà e se non abbiamo il coraggio di indagare è solo perché temiamo di non riuscire a sopportare il peso di mettere in dubbio la nostra stessa coscienza.

di Vittoria Serino

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 214
FEBBRAIO 2021

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