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Samurai: a Scampia, l’espressione di un grido di periferia

Tonia Scarano 07/05/2022
Updated 2022/05/07 at 11:00 AM
11 Minuti per la lettura

Samurai: a Scampia, l’espressione di un grido di periferia

Le vele di Scampia sono anfratti di interiorizzazioni sociali che si agglomerano in un vortice di forze centrifughe. Solo qualche schizzo ne sfugge e raggiunge i sensi di chi osserva, a volte, colorando; molte altre volte, provocando delle macchie scure e indelebili. Ci sono forze dissonanti in gioco che rendono difficile l’elaborazione di un quadro consultabile schematicamente.

Simone Torrone è nato lì vicino 23 anni fa e, appena quindicenne, ha deciso di lasciare un segno sugli elementi tangibili delle città che lo circondavano.

Ha nascosto la sua identità ai più, taggandosi come “Samurai” nella sua ora di rivoluzione. Secondigliano, Scampia, Piscinola. Di sera ha girato in questi paesini insieme ai suoi amici, uniti da un sentimento di fedeltà all’io-libero, all’amore verso i fratelli e le sorelle: quello della cultura hip-hop.

Dal 2015 ad oggi, Simone ha scoperto qualcosa, giorno per giorno, nella sua arte. Si è scoperto essere l’espressione di un grido dalla periferia.

«Abbandono, inadeguatezza, si nasce marchiati. Ciò che la periferia è, ma non viene raccontato, è l’esistenza di possibilità: le persone».

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L’adolescenza

Simone frequenta l’istituto alberghiero di Scampia, in quegli anni inizia a sentire qualcosa dentro sé che voleva comunicare e il modo in cui avrebbe voluto dirlo.

«Al mattino andavo a scuola, tutti mi conoscevano come Simone, un ragazzo normale, ma magari di sera andavo a fare un graffito su un treno. Ovviamente nascondevo la mia identità da writer».

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“Samurai”

«Samurai mi piaceva per il concetto che fuoriesce dal film “I sette samurai”. Non erano i samurai feudali, quelli assoldati dalle famiglie imperiali, loro erano guerrieri emancipati che decisero di proteggere una famiglia di contadini nonostante questi non avessero la possibilità di pagare i loro servigi. Combatterono e si unirono per umanità; mi piaceva il concetto di samurai come uomo libero, che aiuta in una situazione difficile.

Inizialmente non taggavo “Samurai”, perché era troppo lungo e per le tag veloci scrivevo “Samu”, Samurai l’ho ripreso completo quando ho iniziato a fare i graffiti politici».

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L’ispirazione

Nel 2018 l’incontro con Jorit ispira un’importante scelta comunicativa, quella dei graffiti politici.

«L’unica guida che avevo era la cultura hip-hop, dovevi spammare il tuo nome dappertutto per la città, sui treni, sui palazzi, eccetera. Quando conobbi Jorit, mi dissi: perché consumare risorse ed energie per scrivere soltanto il mio nome, che inizia e finisce lì? Perché non portare un messaggio alla società?»

«Vedevo Jorit che impatto aveva con una cosa così semplice come l’arte. Con lui ho capito che dobbiamo farci sentire. Dentro andavo su di giri quando mi raccontava delle le situazioni palestinesi, le ingiustizie del mondo capitalista. E guardavamo tutto nel dettaglio con dati e testimonianze. Ho sempre avuto dentro di me questa indignazione, anche a 16 anni, quando facevo lettering, mi capitava di scrivere qualcosa di politico, era il modo in cui mi sfogavo di fronte alle ingiustizie del mondo. Poco dopo aver iniziato in questo campo, infatti, ho smesso di nascondere la mia identità, ciò che dicevo erano cose serie, in cui credo».

Simboli e volti: una rivoluzione a piccole dosi

Inizia con stencil di volti noti per atti rivoluzionari: Ernesto Che Guevara, Frida Kahlo, tappezza i muri con la sua firma nell’invito alla conoscenza di quelle storie e alla riflessione. Più di tutto, a una rivoluzione del pensiero, la sua firma è il pugno chiuso nella stretta della resistenza.

«È il simbolo della lotta, dell’emancipazione. Quando gli operai facevano gli scioperi nelle fabbriche usavano sempre il pugno, per dire: “Noi abbiamo la forza, adesso, perché siamo uniti”».

I luoghi dell’abbandono, dalla Palestina ai ghetti napoletani

Simone pone un’attenzione dal generale al particolare sulla situazione delle periferie, quelle che ha vissuto da ragazzo, che hanno innescato la pulsione per raccontare la sua realtà-origine con lo scopo di poterla emancipare.

Tra i suoi lavori politici ha deciso di disegnare sulle vele di Scampia, senza timore, solo con la rabbia di chi vuole dire la verità e sente che bisogna agire immediatamente.

«Usi le vele perché sono un simbolo, oramai. Quando le nomini, le persone si girano e aprono le orecchie. Se fai una cosa politica nelle vele, porti attenzione su un tema, nel mio caso usavo le vele per portare un messaggio dalla Palestina».

«Io mi metto nei panni dei palestinesi e mi vengono i brividi, è disumanizzazione, a partire dai soprusi che avvengono tutti i giorni da parte dei soldati israeliani. Il fatto è che Israele potrebbe pure vivere in Palestina, però perché distruggere? Vivete insieme, cazzo».

I nati per ultimi sono le mentalità più promettenti per un miglioramento sociale, e Samurai si è rivolto a loro per la consegna del suo messaggio.

I parallelismi tra la provincia occlusiva, per cui Scampia diventa il microcosmo totalizzante, la cinta muraria e le oppressioni da parte dell’esercito israeliano per cui qualcuno non ha più la propria vita quotidiana, sono evidenti e presentano un fattore comune: l’emarginazione.

È proprio con i più giovani che ha lavorato nel suo ultimo progetto insieme all’attivista Miriam Granata, al reporter Vincenzo Metodo e al giornalista Gianluca Grimaldi, a Scampia, per documentare che è possibile insegnare la pace, la solidarietà, costruire le basi per una comunità più consapevole di ciò che c’è intorno e altrove.

«Quando andavo nelle vele vedevo che i bambini si interessavano a quello che stavo facendo, mi chiedevano perché stessi scrivendo quelle cose. Io facevo quest’esempio: “Se a Scampia arrivasse all’improvviso l’esercito di un’altra nazione, ad esempio l’America, la Germania dicendo che questa è la loro casa, mettendo la bandiera del loro paese poi cacciando via tutti, che fareste?”. I bambini erano contrariati, dicevano “no, non esiste” e ne erano convinti. Questo è il mio scopo, porre all’attenzione una storia, una tematica che porta con sé emancipazione».

Scampia ferve di associazioni, centri territoriali come il “Mammut”, che si impegnano continuamente per offrire possibilità di crescita a ragazzi e ragazze attraverso la messa a disposizione di spazi liberi, l’organizzazione di progetti, workshop, eventi.

«Ho tatuato “Mammut” sul mio braccio, è l’unico tatuaggio che ho. È la realtà migliore che abbia mai conosciuto e mi ha cambiato la vita.

Fanno educazione con i bambini, gli danno una strada. È un centro territoriale gestito da insegnanti, sociologi, gente che ne sa qualcosa di come si cresce e come si insegna…con le carezze e non con le cazziate, per esempio. Danno mezzi ai più piccoli perché conoscano le loro potenzialità e capiscano di avere potere sulle loro vite».

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La partenza

Da quasi un anno Simone vive ad Amsterdam, dove lavora come dipendente di una catena di alberghi. L’essenzialità del lavoro per poter vivere serenamente la propria vita e le proprie passioni ha fatto luce sui problemi che affliggono molte realtà lavorative napoletane.

«Oggi a Scampia si sta meglio, sì, ma con l’80-90% di disoccupazione, ci sono solo palazzi…è lasciata a sé stessa. Manca l’essenziale: mi sono trasferito ad Amsterdam per fare un lavoro che avrei potuto fare ovunque, ma che a Napoli non garantisce uno stile di vita nemmeno dignitoso. Ho odiato Napoli per questo motivo»

«Ho lavorato 12 ore al giorno per un trattamento misero, questo mi ha offerto la città. L’orario di spacco non esisteva, mangiavo al volo e ricominciavo a lavorare, ogni giorno. L’ho accettato per investire nelle mie energie, le mie forze, le mie risorse: so che valgono. Ho resistito perché pensavo che mi sarei trasferito. Sono andato avanti godendo delle piccole cose durante la tempesta».

Crescendo, Simone ha sperimentato sulla sua pelle l’importanza della qualità del lavoro propedeutica ad un benessere sociale condiviso. Ha incontrato i suoi ideali di appartenenza a un luogo in una città lontana da quella in cui è nato.

«Amsterdam in pochi mesi mi ha accolto come un figlio, ad oggi questo è il luogo in cui ho trovato il mio spazio, la patria non è una bandiera o altro, è se ti senti parte di quel luogo, come diceva Darwish. Napoli è dove sono cresciuto e mi ispirerà sempre arte, da lì è iniziato tutto e io voglio ancora parlarne, sono sempre in contatto con associazioni, realtà e persone che vivono lì. Loro sono il mio unico collegamento con Napoli. E voglio ancora parlare di Palestina. Anche qui voglio riprendere a pittare al più presto, magari ricominciare a fare i volti con la bomboletta. Sono passato da essere succube della mia città ad esserne il turista, vediamo come va, io continuerò a dire la mia».

Questa è la storia di Simone Torrone, che parla di espatrio, di condizioni lavorative inaccettabili, di reazioni umane, di passioni, di arte. La voce si può usare in molti modi e, spesso, quando viene usata per evidenziare una verità, per denunciare un’ingiustizia, non riceve ascolto. Oggi Dam Square sarà attraversata da “Samurai”, qualcuno che conserva nelle mani tanto da dire, e che presto potrebbe tornare a presentarci la realtà in modi davanti ai quali sarà difficile voltare lo sguardo.

Foto di Vincenzo Metodo

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