In scena in uno degli storici palazzi settecenteschi di Napoli una mostra dedicata a Salvador Dalì, il genio catalano.

Accolti dall’Associazione Viviquartiere La Napoli che non ti aspetti e da uno degli organizzatori dell’evento nel cortile di Palazzo Fondi dei Marchesi di Genzano e Principi di Fondi, e poi condotti nell’arte spontanea di questo personaggio che è riuscito a costruire un vero e proprio brand di se stesso. Un personaggio vissuto in un contesto storico caratterizzato da uno scenario bellico non solo a livello nazionale spagnolo, che vide la nascita del Surrealismo, uno dei movimenti artistici che maggiormente influenzò le arti visive e la letteratura del ventesimo secolo.

Parlare di Dalì non è semplice per le mille sfaccettature che lo hanno caratterizzato e la molteplicità degli interessi in ambito pittorico, scultoreo, scenografico, matematico, psicoanalitico.

Parlare di Dalì significa conoscere e comprendere il suo vissuto che va dal 1904 al 1989 durante i quali vide i grandi cambiamenti del ‘900, e la vicinanza a tanti personaggi ed eventi, che furono da stimolo per la sua arte. L’interesse per la matematica ad esempio, espressa nei suoi orologi sciolti proprio a voler indicare quello scorrere del tempo e della memoria che va al di là del tempo. Orologi che in seguito invece furono rappresentati in modo frantumato quando il pittore catalano si avvicinò alla fisica quantistica.
Il primo interesse psicoanalitico per le concezioni freudiane che gli diede quello spunto per la pittura e la scultura infatti, fu poi sostituito dalla fisica e dalla disgregazione della materia ed ebbe ripercussioni sull’intera produzione artistica.
Ma il fil rouge dell’esposizione delle 150 opere provenienti dalla collezione privata di uno dei segretari personali di Dalí, e per la prima volta in Italia, è l’amore per i soldi.
Non a caso il titolo alla mostra: Branding Dalì. La costruzione di un Mito proprio ad evidenziare come ogni azione dell’artista, durante la sua vita fosse stata rivolta al raggiungimento di ciò che è possibile definire come un’anticipazione della definizione medesima di brand.
Parlare di Dalì significa infatti parlare della trasformazione del personaggio, dell’ immagine, del nome in un marchio che potesse resistere nel tempo, ma soprattutto parlare della sua smania di “fare soldi” che lo porterà a diventare il nuovo Re Mida e a brandizzare il proprio volto con i baffetti all’insù.
La ricerca di nuovi modi di espressione e l’utilizzo di materie plastiche daranno il via all’artista alla ricerca dell’immortalità, ma soprattutto alla ricerca del denaro tanto che, nel 1939 Breton coniò per il pittore spagnolo il denigratorio soprannome di “Avida Dollars”, anagramma di Salvador Dalí.

L’intera produzione artistica di Dalì esula la tradizionale arte pittorica: gli oggetti realizzati tra gli anni ’50 ed ’80 come serie grafiche, manifesti, libri, a oggetti in porcellana, vetro, argento, terracotta nonchè serie di piatti bottiglie rappresentano proprio quel processo di “dalinizzazione” perseguito in modo insistente dal grande surrealista.
Non a caso la scelta di una produzione di litografie come la Tauromachia surrealista (1970) o I dodici apostoli (1977) e di illustrazioni xilografiche come la Divina Commedia (1960-1963), dove in ogni canto ritroviamo il suo immaginario onirico, che seppur in tiratura limitata garantivano un elevato potere economico.
La capillare presenza di Dalì sui media è rappresentata anche dalla sua collaborazione nel 1969 con la la SNCF, la compagnia ferroviaria francese per la quale diede vita ad una serie di manifesti pubblicitari senza però mettere in secondo piano i suoi significati allusivi come in “Roussillon”.

Ma la prova della resistenza al tempo del “volto con i baffetti all’insù” è data dall’utilizzo del nome del personaggio della nota serie “La casa de Papel”, Salvador e dall’uso di una maschera riproducente proprio il volto del grande artista catalano.

di Angela Di Micco

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