Sallusti contro i napoletani, banali stereotipi e assenza di acume

ALESSANDRO SALLUSTI GIORNALISTA

Preciso subito che non ho alcuna mira difensiva verso Di Maio o Fico, non ho mai simpatizzato per il Movimento 5 Stelle, pur cercando di ricredermi con tentativi di approfondimento in diverse occasioni. Ogni analisi, ogni confronto, ogni valutazione sono miseramente scivolati verso la conferma delle mie ragioni, con la puntuale previsione, mai sconfessata, di accadimenti conditi spesso da apprezzabile teatralità. Realmente interessata a capirne dinamiche e obiettivi, mi sono avvicinata al Movimento nel 2010, al primo tentativo elettorale di Roberto Fico come governatore della Regione Campania. È stato un fallimento, non ricordo affinità politica, mentale o comportamentale, l’unica mia memoria persistente rimane l’euforia dei presenti alle riunioni, tra un’acclamazione, un intervento ed un piatto di riso, in un clima assai simile alle vecchie occupazioni liceali di Istituto.

Oggi devo però intervenire e non a difesa di due deputati del Movimento 5 stelle (azione che non compierei per evidenti motivi), della loro reputazione o della loro competenza, ma per discutere delle offese gratuite e poco dotte sollevate contro due napoletani (erroneamente definiti tali, essendo Di Maio nativo di Avellino). Con fare dal sapore vigliacco, nel suo editoriale del 21 aprile Alessandro Sallusti (il Giornale.it) attribuisce la geniale osservazione ad un suo amico napoletano doc, che gli avrebbe suggerito:

“Un’interessante chiave di lettura, vagamente razzista, di quello che è accaduto in politica dal 4 marzo in poi: Un milanese (Salvini) non può trattare con due napoletani (Di Maio e Fico) senza perdere al gioco delle tre carte”.

Ispirato dal presunto napoletano, Sallusti prosegue nella più scontata e becera esibizione da razzista ‘idiotaliota’, con battute del tipo

Salvini, occhio al Rolex – non so che tipo di orologio sia uso portare Matteo Salvini, ma se per caso fosse un Rolex al suo posto prenderei qualche precauzione, viste le pericolose frequentazioni di questi giorni”

oppure

“Io non penso che Salvini sia un pollo, ma sicuramente Di Maio è un guappo che tra giochi di prestigio e inganni sta cercando di truffare i giocatori della partita politica. Chi abbocca a gente simile nella speranza di vincere il montepremi (che alla prima mano i mascalzoni ti fanno vincere per illuderti che sei tu il più bravo e che non c’è trucco né inganno) non ha scampo. In breve ti si svuota il portafoglio e alla fine te ne vai scornato lasciando in pegno il Rolex”.

Ne emerge un’immagine di Di Maio truffaldina, da vero guappo e mascalzone, e un profilo di Salvini ingenuo, sprovveduto e inetto.  Che Sallusti tema piuttosto la fuoriuscita di Berlusconi dalla coalizione di centro-destra per incompatibilità con il firmamento? Perché è evidente che l’italico leghista non sia un pollo e neppure un fesso, quindi c’è da chiedersi, il pollo (e l’aspetto parrebbe non ingannare) chi è?

di Barbara Giardiello