Sabine Lacey. Dalla fotografia alla realizzazione pittorica

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Sabine nasce a Monaco in Germania, giovanissima si trasferisce a Napoli dove vivrà per sette anni. La città partenopea le resterà sempre nel cuore divenendo successivamente all’Irlanda, la sua base operativa. “In Irlanda ho vissuto la mia vita familiare, ma Napoli è la mia casa”

La caratteristica pittorica dell’artista non sta nella riproduzione di una fotografia, ma nelle sensazioni psicologiche che avverte. La mera riproduzione della fotografia non le basta. Sabine vuole “entrare” nelle anime, nell’IO profondo di quelle persone.

Entra in una sorta di empatia con le immagini fotografiche di famiglia o trovate nei mercatini. Ne scruta i punti di forza,  le vulnerabilità, i sentimenti dei soggetti, giocando anche con i titoli dei quadri. “I miei quadri non rappresentano delle belle scene, sono invece inquietanti”.

Accade ad esempio in “Vulnerabilità” dove la goffa immagine della donna rimanda la visione di una persona incerta, insicura, impacciata.

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Vulnerability. 40 x 40cm olio su tela

Lo scatto fotografico restituisce una realtà. Sabine invece destruttura quel momento, cercando di andar oltre quell’immagine scegliendo ciò che è importante per il “pensiero profondo“.

“The Budding”, 100×120 cm, olio su tela

Rimodella l’immagine, ne omette i tratti espressivi, le particolarità incoraggiandoci ed invitandoci a leggere le nostre emozioni interiori.

“Opel Record”, 100×120 cm, olio su tela

I personaggi e i paesaggi descritti sembrano non avere un tempo ed un luogo. Sono avvolti da un alone di mistero, lasciando lo spettatore di fronte a mille quesiti.

” Il mio intento è di scavare nella psiche, nell’essenza umana.

Voglio in qualche modo stuzzicare la memoria, dare una spinta a pensare alla propria vita, a ciò che è stato. Ognuno poi ha differenti  interpretazione dell’immagine riflessa”.

 Sono istantanee di una festa in famiglia, un evento piacevole, di bambini.

“The flower girl”, 80x80cm, olio su tela

I colori sbiaditi, le figure non delineate inondano la tela.

É un “non dire” che scava dentro, che si insinua, che pretende la nostra attenzione.

 Il compito dell’arte, a mio avviso è quello di dare uno spazio al pensiero, di dare la possibilità di vedere le cose in modo diverso”.

Allo stesso modo, l’assenza del colore deciso da un lato rappresenta la perdita del ricordo, ma vuole anche essere da stimolo per chi guarda,  nella ricostruzione della memoria.

Non amo i colori forti. Dopo la morte di mio marito non li tolleravo.

Sembra un’imposizione a chi guarda. Ma anche il “non colore” costringe però lo spettatore ad una introspezione. In questo Hopper mi ha influenzato non poco.”

Comprendere un artista significa guardare nell’insieme il suo operato.

La retrospettiva del 2015, molto cara a Sabine,  ha assolto il suo ruolo.

“Le fotografie le sembravano sempre più “resistere alla realtà interiore” in quanto rappresentavano un’idealizzazione della vita familiare nel modo in cui le fotografie di famiglia tendono a fare. La sua mostra, Unspoken, fa riferimento a ciò che sta sotto la superficie delle immagini, la realtà più complessa delle dinamiche dei rapporti familiari nel corso delle generazioni, le storie nascoste degli individui che compongono le famiglie.”

di Angela Di Micco

 

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