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RUBRICA ANTIMAFIE. Se denunci la mafia vieni davvero lasciato solo?

Maurizio Giordano 14/04/2023
Updated 2023/12/08 at 12:59 PM
11 Minuti per la lettura

Siamo particolarmente orgogliosi di poter annunciare ai nostri lettori l’inizio di una nuova rubrica sulle mafie curata dal Dott. Maurizio Giordano, Procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia. Entrato in magistratura nel 1999, ha maturato esperienza presso la Procura della Repubblica di Palermo e di Santa Maria Capua Vetere, per svolgere dal 2012 le funzioni di sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli. Dal 2014 è stato assegnato alla Dda dove si occupa di istruire processi legati alla criminalità organizzata egemone sul casertano, in particolare sul clan dei Casalesi. Il Dott. Giordano già dal 2006 si occupa della camorra casertana e oggi è tra i massimi conoscitori dei suoi meccanismi, svolgendo un ruolo chiave nel contrasto al clan dei Casalesi. Siamo felici di averlo nella nostra squadra perché restiamo consapevoli che solo unendo le positività del territorio casertano riusciremo a fare fronte comune contro le mafie. La rubrica sarà incentrata su approfondimenti inerenti alla criminalità organizzata, per offrire ai nostri lettori chiavi di conoscenza utili a identificare e combattere con più determinazione le mafie. (di Antonio Casaccio)

ALLARME RACKET. SE DENUNCI LA MAFIA, VIENI DAVVERO LASCIATO SOLO?

Com’è noto, le organizzazioni mafiose si connotano per l’esercizio della forza di intimidazione che promana dal vincolo associativo e per la condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva. L’intimidazione mafiosa, infatti, produce un timore rafforzato nelle persone verso cui essa si manifesta, in quanto sono molto numerosi, e purtroppo anche drammatici, i casi nei quali i clan hanno severamente “punito” coloro che hanno opposto un rifiuto al pagamento del denaro. Servendosi di tali strumenti di costrizione, le mafie (fra le quali, la camorra, per ciò che concerne il nostro territorio) perseguono alcuni scopi tipici, fra i quali i profitti ingiusti ed il controllo delle attività economiche.

Sono definiti ingiusti i profitti che si ottengono con strumenti non consentiti dal nostro ordinamento e fra questi assumono un significato fortemente identificativo della violenza mafiosa quelli introitati dalle mafie mediante l’attività estorsiva. Si tratta di una condotta di grosso allarme sociale, in quanto viene indirizzata verso tutti gli operatori economici, sia di larga scala, sia di modesta entità: con le estorsioni, infatti, le mafie costringono le vittime a versare del denaro nelle mani degli autori delle minacce o delle violenze, prospettando loro – in caso di rifiuto – gravi conseguenze, sia patrimoniali, sia fisiche. La persona che si imbatte in una richiesta estorsiva di natura mafiosa, infatti, si trova ad affrontare un tragico dilemma: piegarsi alla richiesta illecita, consegnando ai mafiosi del denaro che viene sottratto ai suoi utili e che produce una sofferenza patrimoniale nella vita dell’imprenditore, specie se dotato di piccola struttura aziendale; oppure rifiutarsi di sottostare alla pretesa estorsiva, sfidando così le conseguenze che le organizzazioni mafiose sono capaci di realizzare. La storia giudiziaria del nostro territorio è purtroppo intrisa di danneggiamenti irreversibili ai complessi aziendali, realizzati molto spesso immediatamente dopo un rifiuto di pagare il rateo da parte della vittima di estorsione.

Si tratta di condotte che vengono realizzate con una sequenza in crescendo: dapprima si rivolgono alla vittima i messaggi intimidatori, poi si avviano le condotte minatorie più gravi, quali i danneggiamenti realizzati con esplosivi, i furti e gli incendi, fino a giungere alle condotte di massima gravità, caratterizzate dal ferimento oppure dalla uccisione degli imprenditori riottosi nel pagare il prezzo dell’estorsione. Per fortuna, negli ultimi anni – probabilmente per una accresciuta cultura della legalità e per la fiducia riposta dalle vittime verso l’azione repressiva dei fenomeni criminosi da parte dello Stato e delle sue istituzioni – abbiamo assistito a molti episodi di ribellione al giogo estorsivo da parte di molti imprenditori che hanno avuto il coraggio di rivolgersi immediatamente alle Forze dell’Ordine ed alla Magistratura, denunciando di essere state vittime di richiesta estorsiva da parte di persone associate alle organizzazioni mafiose. Con tale scelta, le vittime delle condotte estorsive hanno scelto di porsi accanto allo Stato, facendo emergere tante condotte che, altrimenti, sarebbero rimaste impunite ed accettando, così, di ribellarsi all’odiosa intimidazione che sui nostri territori le organizzazioni mafiose riescono a manifestare.

CONSEGUENZE E RIMEDI

Ma quando un cittadino decide di denunciare le mafie, quali sono le conseguenze a cui va incontro e quali sono i rimedi che lo Stato appronta per garantirgli una adeguata tutela? Sicuramente, la vittima della condotta vessatoria che ha deciso di non sottostare alla forza di intimidazione mafiosa è una persona esposta al rischio di pagare a caro prezzo tale scelta, anche con la vita. Per questa ragione, il nostro ordinamento ha ideato ed attuato una serie di strumenti che offrono, da un lato, garanzia di protezione al denunciante e, dall’altro, che lo aiutano dal punto di vista finanziario, specie quando costui sia stato vittima di ingenti danneggiamenti oppure quando abbia dovuto subire un sensibile decremento della sua attività a causa della esposizione al rischio a cui si è volontariamente consegnato denunciando i suoi estorsori.

Sotto il primo profilo, dunque, è bene rimarcare che tutte le vittime di vessazioni mafiose vengono protette dallo Stato. Secondo il grado di esposizione al rischio, infatti, la legge prevede che sia assicurata una forma di tutela delle persone offese e dei loro familiari a cura di organi istituzionalmente a ciò preposti, i quali hanno il compito di dare attuazione alle indicazioni provenienti da un organo collegiale (il Comitato Provinciale per l’Ordine e per la Sicurezza Pubblica, istituito dall’art.20 della legge n.121/1981) presieduto dal Prefetto e di cui sono componenti il Questore e le massime autorità provinciali delle Forze dell’Ordine. Tale organo, dopo avere richiesto alla magistratura requirente le necessarie informazioni, valuta le concrete situazioni di esposizione al rischio e adotta le varie forme di tutela nei confronti della vittima di estorsione, delegandone l’attuazione agli esponenti delle Forze dell’Ordine. Oltre, però, a quelle in tema di tutela dell’incolumità fisica, sono molto efficaci anche le forme di assistenza associativa delle vittime della camorra.

Aderendo alle associazioni a ciò preposte, infatti, tutti coloro che hanno subito un’azione prevaricatrice da parte delle mafie – e che hanno deciso di denunciarne gli autori – vengono protetti dallo “scudo associativo”, ossia dagli strumenti che tali enti posseggono per conseguire un duplice scopo: da un lato, non lasciare isolata la persona fisica che abbia subito l’intimidazione, offrendole il riparo dell’inserimento nella compagine associativa, così da evitarle pericolose sovraesposizioni; dall’altro, assi[1]curare tutela legale alle persone offese, garantendo loro sia un adeguato supporto difensivo, sia l’iniziativa processuale della costituzione di parte civile nel processo contro i mafiosi.

Ultima, ma non certo per importanza, è la tutela della persona offesa che lo Stato assicura sotto il profilo finanziario. Con il D.P.R. n.455/1999, infatti, venne istituito il Fondo di Solidarietà alle vittime delle richieste estorsive e con successiva legge n.512 /1999 venne istituito il Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime di tipo estorsivo. Entrambi i fondi vennero, poi, unificati dall’art.1, comma 6 sexies della legge n.10/2011, che istituì il Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell’usura. Infine, da ultimo, l’istituto è stato modificato nella denominazione con la legge n.122/2016, istitutiva del Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime di tipo mafioso, delle richieste estorsive, dell’usura e dei reati intenzionali violenti.

Tale strumento finanziario (demandato ad un Comitato di Solidarietà nominato su proposta del Ministro dell’Interno e di cui fanno parte alcune persone scelte fra esperti di provata esperienza nel contrasto alle attività antiracket) si rivela come un importante sostegno posto a favore di coloro che abbiano subito condotte prevaricatrici di tipo mafioso e da cui è derivato loro un decremento patrimoniale: grazie, infatti, ad una rapida istruttoria (rimessa allo stesso Comitato, che acquisirà le denunce presentate dalle vittime oppure i relativi atti processuali e che accerterà il danno patrimoniale e personale subìto per opera delle associazioni mafiose), la vittima del racket che abbia denunciato la condotta illecita potrà ottenere un consistente ristoro in danaro, commisurato al danno patrimoniale patito oppure all’entità delle lesioni inferte, secondo lo schema classico della tutela risarcitoria sancita dall’art.2043 c.c.

La legge giunge, poi, a precedere la concessione di una “provvisionale” – dell’entità pari al 70% del danno subìto – da erogare a seguito di una istruttoria sommaria, grazie alla quale la vittima dell’azione estorsiva potrà rapidamente riavviare la sua attività produttiva e reimmettersi nel circuito commerciale nel quale era collocata prima dell’azione intimidatoria.

di Maurizio Giordano

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