Informareonline -criminalita-minorile-possibile-affrancarsi-da-un-destino-gia-scritto

RUBRICA ANTIMAFIE. Perché la criminalità organizzata utilizza i minori

Redazione Informare 08/08/2023
Updated 2023/08/07 at 9:50 PM
9 Minuti per la lettura

Leggendo i dati statistici dell’ultimo anno giudiziario, emerge –con tutta evidenza – che la criminalità minorile è in netta crescita. A partire dal 2021, infatti, ossia dal periodo legato all’uscita dalla prima fase emergenziale del Covid, l’incremento dei delitti commessi dai minori di anni 18 segna un aumento medio del 16%, coinvolgendo oltre 30.000 minori, denunciati o arrestati dalle forze dell’ordine per avere commesso reati anche gravi, per lo più contro il patrimonio e contro la persona.

Anche la criminalità organizzata non si sottrae a tale lettura, nel senso che le indagini sull’operatività delle mafie registrano un forte incremento della presenza minorile fra coloro che realizzano i delitti tipici della organizzazione mafiosa, quali lo “spaccio” di droga e le estorsioni. Mentre, però, l’analisi dei dati inerenti la criminalità “comune” è strettamente collegata a ragioni sociologiche (quali, su tutte, il disorientamento post-Covid e la difficoltà nel trovare lavoro), al contrario ci si interroga sulle ragioni per le quali le mafie ricorrono alla “manovalanza minorile” per attuare il loro programma criminoso.

L’esperienza giudiziaria ci restituisce un dato molto interessante. Le ragioni di una presenza così marcata di minori nella realizzazione di condotte mafiose, in quanto tali portatrici di pericolosità qualificata, sono essenzialmente ancorate a tre cause. Una prima causa è essenzialmente legata alla finalità di eludere il trattamento sanzionatorio previsto dal nostro ordinamento per i reati commessi dai minori. Com’è noto, infatti, l’art.85 c.p. stabilisce che nessuno può essere punito per un reato se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile. In estrema sintesi, l’imputabilità è una nozione strettamente connessa al concetto di capacità di intendere e di volere, intesa come idoneità fisiopsichica a comprendere il significato di un proprio comportamento (capacità di intendere) ed a controllarne la produzione degli effetti (capacità di volere).

Tale disposizione – per quel che concerne espressamente i minorenni – si completa con una disciplina specifica, sancita dagli artt.97 e 98 del codice penale. Secondo tali norme, dettate principalmente con finalità tutorie, i minori degli anni 14 non sono mai imputabili (art.97 c.p.), mentre coloro che hanno un’età ricompresa fra i 14 ed i 18 anni sono in astratto imputabili (ossia, destinatari in astratto di una imputazione, da cui potenzialmente discende l’applicazione di una pena), ma nei loro confronti deve essere accertata in concreto la capacità di intendere e di volere; nel caso quest’ultima venga riconosciuta, la pena applicata al fatto di reato dovrà essere diminuita dal giudice. Se tale è la disciplina prevista per i minorenni che commettono fatti di reato, si comprende allora perché le organizzazioni mafiose si avvalgano dei minori per la commissione di taluni gravi reati, fra cui – su tutti – la cessione di sostanze stupefacenti. Ricorrere, infatti, ad un minore degli anni 14 per la commissione di tali fatti significa eludere la potestà sanzionatoria dello Stato, assicurando così al minore una sorta di “patente di impunità”, alla quale andrebbero invece incontro gli affiliati al sodalizio, che possono così dedicarsi ad altre condotte delittuose. Ed anche quando a delinquere sia un minore ultraquattordicenne, le sanzioni penali sono molto più lievi e postulano, in concreto, un rigoroso accertamento da parte del giudice e dei consulenti tecnici della capacità di intendere e di volere.

Una seconda causa di “reclutamento” dei minori da parte delle mafie –per come emerge dalle indagini – è legata alla finalità di eludere i controlli della polizia giudiziaria. Solitamente, desta meno sospetti la figura di un ragazzino che quella di un adulto, sia nei controlli da parte di operatori stradali (si pensi, ad esempio, al personale impiegato per il controllo del territorio attraverso i cd Nuclei Operativi Radiomobili dei Carabinieri o le “Volanti” della Polizia), sia nelle attività propriamente investigative, nelle quali è più difficile per gli investigatori seguire gli spostamenti dei minorenni o registrarne le conversazioni, visto che essi, ad esempio, non utilizzano le autovetture.

Una terza causa– forse la più importante ed insidiosa – ancorabile alla presenza di minorenni nelle associazioni mafiose è poi quella della “appartenenza familiare”. Quasi sempre, infatti, i boss mafiosi educano i loro figli alla cultura della sopraffazione, alimentando in loro la necessità di continuare ad intimidire gli altri in forza di un retaggio familiare consolidato, che li connota all’interno di determinati contesti socio-territoriali e che permette loro, per il solo fatto di appartenere ad una famiglia mafiosa, di imporsi rispetto agli altri e di ottenere rispetto e timore da coloro con cui entrano in rapporti. Si tratta, a ben vedere, di una causa deterministica, fortemente radicata nella cultura mafiosa di alcuni contesti territoriali. Essa, a ben vedere, è molto più insidiosa delle forme di “reclutamento” minorile: mentre, infatti, quest’ultima segna una evoluzione della “appartenenza” – nel senso che il minore reclutato per il compimento delle azioni delittuose non è mafioso ma potrà poi diventarlo – al contrario, l’appartenenza familiare attribuisce la caratura e la collocazione mafiosa di un minorenne ab initio, con pochissime possibilità di discostarsi dal modello familiare negativo.

La nostra esperienza ci dice che, in forza di tale regola ambientale, molto spesso i figli dei boss mafiosi sviluppano un forte senso di emulazione del genitore, accreditandosi verso l’esterno e divenendo così strumento del genitore per estendere sul territorio il controllo mafioso. In tale ottica, allora, recentemente il nostro apparato ordinamentale ha cercato di arginare il fenomeno: nel 2017, infatti, il Consiglio Superiore della Magistratura ha approvato una interessante risoluzione in tema di “tutela dei minori nell’ambito del contrasto alla criminalità organizzata”. Finalizzata, infatti, a tutelare i “minori di mafia”, tale risoluzione parte dal concetto che i boss mafiosi negano l’adolescenza ai propri figli inserendoli, fin dalla tenera età, nelle dinamiche criminose dell’associazione mafiosa; osserva, ancora, il Consiglio Superiore che la famiglia mafiosa, agendo in spregio ai propri doveri di educazione e salvaguardia del minore, finisce per essere una “famiglia maltrattante”̧ sicché occorre intervenire per garantire tutela ai minori, esattamente come nel caso di genitori alcolisti o tossicodipendenti.

In tal senso, si assegna al giudice minorile il compito di valutare il caso concreto, partendo dall’analisi sul contesto territoriale e sociale in cui la famiglia del minore è inserita e prevedendo la necessità di un drastico intervento (mediante la sottrazione della potestà genitoriale in capo al mafioso) allorquando venga dimostrata l’esposizione del minore all’uso delle armi e ad attività delinquenziali, l’appartenenza di uno o di entrambi i genitori a sodalizi mafiosi, oppure l’assenza di educazione, derivata dalla lunga detenzione di uno o di entrambi i genitori. Molto importante, poi, è il rimedio che si appresta in casi siffatti, allorché viene ritenuta essenziale l’attivazione di percorsi di assistenza psicologica e di recupero delle competenze dei genitori detenuti, così introducendosi un ulteriore deterrente alla spinta mafiosa ed all’incentivo verso il discostamento dal modello camorristico.

di Maurizio Giordano

Condividi questo Articolo
Lascia un Commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *