patto mafioso

RUBRICA ANTIMAFIE. Il patto politico-mafioso

Maurizio Giordano 13/07/2023
Updated 2023/12/08 at 1:01 PM
10 Minuti per la lettura

Per il raggiungimento dei loro scopi, le organizzazioni mafiose – in determinati contesti e per specifiche finalità – raggiungono talvolta accordi collusivi con esponenti del mondo politico, comunemente chiamati “patti politico-mafiosi”.

Quando ci si imbatte in tali accordi, l’interprete deve accertare se la condotta dell’esponente politico sia qualificabile in termini di partecipazione al sodalizio, di “concorso esterno” nell’organizzazione mafiosa oppure nella diversa fattispecie delittuosa chiamata scambio elettorale politico-mafioso, prevista dall’art.416 ter c.p.

Cerchiamo di fare luce sulle differenze fra tali condotte, partendo da quella che presenta maggiori profili di complessità e che è comunemente nota come “concorso esterno” nell’associazione mafiosa da parte dell’esponente politico.

In proposito, il tema di prova è il seguente: se sia sufficiente, per delineare la condotta di concorso “esterno” nel fatto associativo mafioso, il mero obbligo (la cd messa a disposizione) assunto dal politico verso il clan in cambio dell’appoggio che il sodalizio garantisce al candidato per le elezioni; oppure, se occorra anche il successivo adempimento, da parte del politico, del patto stipulato con la consorteria camorristica.

Il tema è stato affrontato e trattato dalla Corte di Cassazione con quattro importanti decisioni, che ne hanno scolpito i profili identificativi.

La prima decisione della Suprema Corte sull’argomento venne trasfusa in una sentenza del 2011.

Con essa, i giudici affermarono che, ai fini della configurabilità del delitto di scambio elettorale politico-mafioso, è sufficiente un accordo elettorale tra l’uomo politico e l’associazione mafiosa, purché esso abbia per oggetto la sola promessa di voti in cambio del versamento di denaro. Aggiunsero i giudici che non è necessaria – per il perfezionamento della fattispecie ex art.416 ter c.p. – la conclusione di ulteriori patti che impegnino l’uomo politico verso l’associazione mafiosa, atteso che – nel caso in cui tali ulteriori patti venissero effettivamente conclusi – occorrerebbe analizzarne la portata concreta in termini di sua realizzazione: invero, dall’esecuzione del patto ulteriore fra il politico e l’associazione mafiosa, discenderebbe la configurabilità del delitto associativo (416 bis), se tale esecuzione sia idonea a concretare la partecipazione con un ruolo ben definito nella associazione; oppure, la configurabilità del “concorso esterno” nel caso in cui tale ruolo non possa essere ritagliato in capo al politico, purché sia provata la sua “messa a disposizione” del clan.

In altre parole, con la decisione del 2011, la Suprema Corte stabilì che fra esponente politico ed associazione mafiosa può intervenire un rapporto ascrivibile, a seconda dei casi, ad una triplice fattispecie delittuosa:

  • quella di cui all’art.416 ter (scambio elettorale politico mafioso), se fra le due parti ci sia stato un mero contratto le cui prestazioni siano di do ut facias, in cui il politico versa denaro alla associazione mafiosa in cambio del sostegno elettorale che questa assicura al primo;
  • quella di cui all’art.416 bis c.p., quando tale patto è accompagnato da una serie di ulteriori pattuizioni fra le parti (ad esempio, mediante la promessa di procurare stabilmente appalti alle imprese riconducibili al sodalizio mafioso) che siano idonee a ritagliare in capo al politico, per stabilità e costanza delle controprestazioni, un ruolo specifico nella condotta associativa;
  • quella di tipo concorsuale esterno, riconducibile alle fattispecie di cui agli artt.110, 416 bis, allorché tale pattuizione ulteriore sia isolata ed episodica ed abbia caratterizzato la disponibilità del politico verso il clan come controprestazione di un appoggio elettorale della consorteria mafiosa.

La seconda decisione intervenne due anni dopo, con una sentenza del 2013.

Con tale decisione, la Corte affermò il principio secondo cui integra la fattispecie di concorso esterno in associazione mafiosa la promessa di un esponente politico di favorire, in cambio del sostegno elettorale, il sodalizio nei futuri rapporti con la pubblica amministrazione.

La decisione fu particolarmente importante, perché segnò un ulteriore passo in avanti per la delineazione della casistica sul concorso esterno del politico che abbia ricevuto appoggio elettorale mafioso e che si sia messo a disposizione della consorteria criminosa.

Nel passo della motivazione dedicata all’analisi strutturale della fattispecie dedotta in impugnazione, la Corte afferma che si realizza la condotta di concorso esterno nel delitto di associazione mafiosa le volte in cui il contributo dell’extraneus sia concreto, specifico, consapevole e volontario ed esso integra la fattispecie concorsuale allorché tale contributo sia connesso ad un accordo di scambio con il quale l’esponente politico si impegni – verso la promessa di voti in sede di elezioni amministrative – a favorire il sodalizio nei futuri rapporti con la pubblica amministrazione.

Il principio di diritto si conclude con l’affermazione secondo cui la condotta offensiva del bene giuridico tutelato viene integrata dallo scambio sinallagmatico fra le due promesse (l’appoggio elettorale e la agevolazione dell’ente) restando pertanto irrilevante la mancata esecuzione delle promesse in discorso.

Dunque, fino al 2013, è stato affermato il principio che il patto elettorale politico-mafioso è integrato tutte le volte in cui vi sia stato uno scambio sinallagmatico fra il politico, che promette il suo impegno per l’associazione mafiosa in cambio del sostegno elettorale da parte di quest’ultima, e l’organizzazione mafiosa, che con tale patto si obbliga a sostenere elettoralmente il candidato politico.

In altre parole, la pronuncia afferma che non è affatto necessario, per integrare la fattispecie delittuosa, che il patto sia stato in concreto eseguito da parte del politico, essendo sufficiente per l’incriminazione che il patto raggiunto fra le parti sia connotato da serietà, sotto il profilo oggettivo, e da coscienza e volontà sotto quello soggettivo.

Il principio cominciò, però, a vacillare successivamente, allorché la Suprema Corte – con una decisione del 2017 – sembrò sconfessare l’argomentazione che abbiamo appena esposto.

Con la decisione appena richiamata, infatti, la Corte affermò che – ferma restando la necessità di provare, per la fattispecie concorsuale “esterna” in associazione mafiosa, la conclusione del patto fra il politico e gli esponenti della organizzazione mafiosa – la fattispecie tipica esigesse un ulteriore segmento, ossia la controprestazione da parte del politico mediante l’individuazione delle condotte concrete successivamente poste in essere per favorire l’associazione.

Per l’integrazione della fattispecie, è necessario che:

  1. gli impegni assunti dal politico verso l’associazione mafiosa presentino il carattere della serietà e della concretezza, mutuabili dalla affidabilità e dalla caratura dei protagonisti dell’accordo, dai caratteri strutturali del sodalizio criminoso e dal contesto storico di riferimento dei contenuti del patto;
  2. gli impegni assunti dal politico abbiano inciso effettivamente e significativamente sulla conservazione o sul rafforzamento delle capacità operative della associazione mafiosa, a prescindere da successive ed eventuali condotte esecutive dell’accordo.

Basta, dunque, che un accordo di tipo politico-mafioso sia stato concluso in maniera seria fra i mafiosi ed un esponente politico, di tal che quest’ultimo si impegni a ricambiare tale appoggio con future promesse di beneficio a favore della associazione mafiosa la quale, confidando su tale seria promessa, articoli la sua organizzazione in maniera tale da farsi trovare pronta all’occorrenza.

Nella motivazione è anche esplicitato tale principio attraverso condotte esemplificative, tratte da ulteriori pronunce della Cassazione sul tema: ad esempio, se un esponente politico ha promesso, in cambio del sostegno elettorale, alla controparte mafiosa l’assegnazione di appalti, è sufficiente – per integrare la condotta concorsuale esterna del politico –  che il sodalizio mafioso abbia costituito delle società nel settore a cui gli appalti promessi si riferivano.

La decisione del 2017 appena commentata è stata ripresa con una sentenza del 2018,la quale  affermare un principio che possiamo oggi definire consolidato in tema di patto elettorale politico-mafioso, ossia:

  • è configurabile il concorso esterno nel reato di associazione mafiosa nell’ipotesi di scambio elettorale politico-mafioso, in forza del quale il personaggio politico, a fronte del richiesto appoggio dell’associazione alla competizione elettorale, s’impegna ad attivarsi, una volta eletto, a favore del sodalizio stesso, pur senza esserne organicamente inserito;
  • gli impegni assunti dal politico devono avere il carattere della serietà e della concretezza, desunti dall’affidabilità dei protagonisti dell’accordo, dalla struttura dell’associazione, dal contesto di riferimento e dalla specificità dei contenuti;
  • gli impegni assunti dal politico devono essere idonei ad incidere effettivamente ed in maniera significativa sulla conservazione e sul rafforzamento delle capacità operative del sodalizio criminale, a prescindere da successive ed eventuali condotte esecutive dell’accordo. Queste ultime, se rivenute, offrono soltanto la conferma della serietà dell’accordo stesso.

di Maurizio Giordano

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