La Rosa Antica di Pompei tra storia, scienza e turismo

Antica Rosa Pompei (Foto di Annamaria La Penna)

La rosa, per i pompeiani, non è solo un fiore ma rappresenta un ponte tra il nostro mondo e quello della bellezza, della cosmesi, del mondo funerario. È legata alle emozioni che essa suscita attraverso il profumo, le raffigurazioni, il valore simbolico. E quando attività di ricerca, di studio delle fonti antiche applicate agli apparati iconografici come quelli di Pompei, s’incrociano con eccellenze botaniche e genetiste, tutto il lavoro si esalta perché gli scienziati riescono a dare forma ad una materia che altrimenti rimarrebbe nel novero dell’immaginario e del possibile. Scopo della ricerca, pertanto, è rendere concreti i percorsi immateriali dell’antico raccontando una realtà legata al benessere della persona, benessere che non riguarda solo la capacità di circondarsi del bello ma “lo star bene”. È quanto l’Associazione La Rosa Antica di Pompei vuole far emergere affidando alla Facoltà di Agraria la cura di una ricerca scientifica sulla rosa antica e del suo rapporto con Pompei.
L’archeologo Amedeo Maiuri sosteneva che non c’è stato momento più tragico ed importante nella storia degli esseri umani che abbia dato tanta felicità come la scoperta della distruzione di Pompei. La città che attraverso le sue immagini racconta tanto, anche del suo fiore. Secondo gli antichi, il fiore pompeiano era profumatissimo, rosso, ricercatissimo, costoso e molto laborioso nella sua produzione tanto che, racconta Plinio, “è indecente il prezzo della rosa a Roma. Costa più dell’oro!”.
Ed è per questo motivo che si vuol legare la rosa antica ad un percorso turistico e non solo scientifico. Luigi Frusciante, docente di genetica agraria del Dipartimento lavora allo studio in collaborazione con Gaetano Di Pasquale, ricercatore di botanica archeologica. Mentre uno ricerca reperti antichi utilizzabili per l’indagine genetica, l’altro prova ad estrarre il DNA da reperti di oltre 2000 anni.

«Alla base del percorso occorre sequenziare il genoma delle rose ovvero cercare di capire quanto di queste sia rimasto rispetto al passato, come abbiano potuto sopravvivere e quali caratteristiche hanno loro permesso di resistere sino ai tempi odierni» dichiara il genetista. «Si sta provando ad identificare le molecole alla base dei profumi, degli aromi e di tutte quelle variabili connesse alla rosa e alle sue essenze. Tutto ciò consentirà di capire se ci sono delle differenze tra di loro e di che tipo. Nell’immediato futuro si proverà ad identificare i materiali più antichi dell’area vesuviana, caratterizzare i reperti ultracentenari e metterli in relazione alle rose che coltiviamo oggi. L’analisi dettagliata sia dal punto di vista genetico che biochimico aiuta a capire qualcosa in più rispetto alla coltivazione di un tempo, quanti e quali geni siano ancora presenti nel materiale coltivato, perché si esprimano in determinate condizioni, quali siano state le interazioni di queste varietà con l’ambiente. Evidenziarne le caratteristiche positive aiuta a riproporre la rosa come patrimonio di Pompei e non solo».
Nel multiforme gruppo di ricerca, l’archeologia botanica riguarda la storia e la cultura dei territori. Racconta Gaetano Di Pasquale che «la rosa di Pompei non è una sola rosa ma tutta una serie di rose anche se la più citata è certamente la rosa rossa, che fiorisce più volte nell’anno ed ha molti petali. La rosa è stata uno dei prodotti principali dell’agricoltura campana antica, nella vasta area che va da Capua a Paestum, fonte di ricchezza ed utilizzata in diversi campi, dal giardino alla cosmesi. È stata una tipicità del territorio e grazie al lavoro degli archeobotanici potremmo ricavare quegli elementi utili ad individuarne un’identità genetica».
Questo è un lavoro di ricerca ma può essere tradotto in marketing del territorio raccontando in maniera semplice e scientifica la tradizione economica e culturale di una regione dove la promozione di alcuni prodotti aiuterebbe nella crescita della zona vesuviana, culturalmente ricca ma ancora poco valorizzata nella promozione del territorio. E se la promozione del territorio passa anche per le emozioni che certi prodotti scaturiscono, ben venga la valorizzazione emozionante e la costruzione di giardini accanto a biblioteche, come avrebbe voluto Cicerone.

di Annamaria La Penna

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About Annamaria La Penna

Pedagogista, si occupa di educazione, formazione e ricerca universitaria prevalentemente nell’educazione degli adulti e del Life Long Learning. Assistente Sociale, mediatrice familiare e consulente tecnico esperto in servizio sociale forense, è impegnata nei servizi e nelle politiche sociali dal 2001. Ha collaborato con alcune testate, tra cui Viewpoint, magazine di promozione culturale umbro (dove nasce e si forma) fino a giungere nel 2016 nella grande famiglia di Informare, dove ricopre il ruolo di caporedattore e direttore organizzativo. Iscritta agli Ordini professionali degli Assistenti Sociali e dei Giornalisti Pubblicisti della Campania. Obiettivo personale e professionale: con passione e dedizione, continuare a migliorare in qualsiasi cosa faccia.