È una storia che si ripete da decenni. Nel silenzio di tutti. I Palazzi sono lontani dal luogo del delitto. Torna il caldo e torna il fumo e la puzza di bruciato. Un olezzo dal sapore acre che sollecita tutto l’apparato sensoriale.

Una sniffa che sa di cadavere industriale. Ma è meglio tenere lo spettro della morte fuori. Le finestre restano serrate. Brucia la monnezza, i copertoni, stock di panni inzuppati di veleni. La plastica e il cellophane agricolo vengono dissolti dal calore delle fiamme appiccate dallo straniero o dall’indigeno che ha rinunciato a fare i conti con la propria coscienza. Il polistirolo diventa una pozza di liquido nero bollente.

Le periferie dei paesi diventano tanti piccoli inferni danteschi. Intanto la canicola estiva ed il caldo fanno crepare. Dopo una nottata trascorsa insonne, alle prime ore dell’alba ci si sveglia in un pozzo d’acqua. Di sudore. Chi può, sfrutta il fresco dei condizionatori. Ma nella cosiddetta terra dei fuochi e dei veleni non tutti se li possono permettere.

Tutte le sere tra le province di Napoli e Caserta, come appena si avvicina l’estate, torna il lurido “gioco” degli assassini, degli avvelenatori dell’aria, dell’acqua e della terra.

In quella che fu Terra di Lavoro e Campagna Felice l’estate porta con sé questa tragicommedia che le parti istituzionali convolte non riescono a risolvere. I controlli militari hanno in parte ridotto le curve esponenziali del fenomeno. Perché questo lurido gioco al massacro?

Perché, chi può e deve, evidentemente, o non ha i mezzi economici a disposizione o non lo sa fare. I conti dei comuni cui compete la bonifica dei siti sono in profondo rosso. Gli addetti ai controlli sono pochi e male organizzati. Di vero c’è che le Istituzioni hanno da un quarantennio perso completamente il controllo del territorio.

Non è vero forse neanche questo. Perché se si analizza la storia politico-sociale ed ambientale della nostra maledetta terra ci si rende conto che è stato sempre così: qui lo Stato non c’è mai stato. E se c’è stato, chi di dovere ha mosso giusto il dito per dimostrare la presenza. Molti hanno brigato e poi hanno gettato la spugna. Quasi tutti gli ecomafiosi sono riusciti a farla franca.

I cittadini, vittime del cronico scaricabarile, stanno sempre più lasciando la loro terra di origine. Scappano via. Ma quella della fuga è di fatto la strada più semplice. Ma resta l’unica via percorribile stando agli avvenimenti. Tutto cambia perché nulla cambi.

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Dal 2018 a quest’anno sono cambiate tante cose. Nuovo ministro, nuove idee, nuovo personale, ma stesso dramma ambientale. Dunque, un gioco delle parti che serve solo a giustificare ruoli e stipendi.

Il litorale casertano-giuglianese e l’Agro aversano vivono una realtà ambientale paragonabile ad una discarica a cielo aperto: in alcune aree le matrici ambientali sono fortemente contaminate. In prossimità dei “letti” di roghi c’è il deserto. Nemmeno più un filo d’erba cresce.

Eppure c’è chi coglie verdura ed ortaggi immettendo tutto sul mercato.
Pesche e prugne hanno una coltre nerastra in superficie. Le nuvole di fumo che sprigionano diossina e veleni si spandono nel buio della notte. Il frinire di cavallette interrompe il rumore delle fiamme. I social impazziscono.

Pagine su pagine di lamentele. Piagnistei. Per chi non ha la strumentazione tecnica adatta non risulta facile andare alla ricerca del rogo venifico. L’ultimo rapporto presentato presso la Procura di Napoli Nord (28 giugno u.s.) parla di tremila siti e discariche presenti nel territorio di competenza giurisdizionale.

Il territorio cerniera tra Napoli e Caserta è zeppo di siti contaminati da bonificare e ripulire. I dati dell’incidenza ambientale tra inquinamento e patologie cancerose ed ematiche sono spaventosi. Nulla di nuovo sotto il cielo.
È tutto noto da decenni.
Il problema resta purtroppo di natura economica. Soldi a palate ci vorrebbero per ritornare ad essere la straordinaria e fertile Campania Felix.

di Nicola Baldieri
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°195
LUGLIO 2019

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