Ritorno alla morale – Ripensare la letteratura da un altro punto di vista

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Qualcuno disse, un giorno qualunque di un anno qualunque, che la modernità non era altro che pezzi di un piatto rotto. Un qualcuno di cui non ricordo il nome e di cui neanche riesco a trovarlo, nonostante i potenti mezzi digitali a mia disposizione. E da adolescente io il mio tempo lo immaginavo così: frammentario, sgretolato, l’immagine di una statua distrutta. E sognavo – e lo sogno ancora – di scendere di casa e di fermarmi alla prima cartolibreria disponibile per chiedere: «Che per caso c’avete la colla?». Pezzo dopo pezzo avrei ricostruito l’effige di ciò che mi sembrava confuso. Ma voi lo immaginate un ragazzino non ancora in grado di comprarsi le sigarette da solo, che vuole riordinare il mondo? No? Neanche io.

Fu così che capii di avere bisogno di maestri e iniziai a leggere Nietzsche. I baffi non mi sono mai cresciuti, ma un’ideuccia qua e là forse mi è rimasta. Nietzsche mi dava ragione e si spingeva anche oltre i miei ragionamenti. La verità non esiste, di conseguenza non esiste giusto o sbagliato e allora anche bene e male diventano concetti da superare. Ho creduto avesse ragione e ho provato a diventare liquido.

Ma era più forte di me, io la statua la volevo vedere per intero, le rovine conservate al museo non mi bastavano più. Allora ho cercato uno strumento, lo strumento dei maestri: ho scoperto la letteratura. Vabbè, non è che non la conoscessi, l’ho riscoperta. Nel senso che ho iniziato a leggere i libri da una prospettiva diversa.

Che oggetto desueto il libro, non si adatta per niente alle forme informi. È troppo rigido, troppo preciso, pieno di virgole e punti, di argomentazioni. Mi accorsi che, in qualche modo strano e subdolo – sì, perché la letteratura è subdola. Tu leggi e pensi d’aver dimenticato e invece i ricordi si attivano quando meno te l’aspetti e ti tradiscono al parco mentre tieni per mano una ragazza e le fai: «’sta siepe mi copre la vista, mi sento Leopardi», mi orientavo nel mondo in maniera cosciente, sbagliando perché continuavo e continuerò a sbagliare, ma in maniera cosciente.

Epifania. Eureka! Avevo capito. Avevo trovato la colla e potevo rimettere i pezzi a loro posto. Mi parve d’aver trovato una guida che m’orientava senza dirmi quale strada seguire. Ero diventato il marinaio più abile che gli uomini avessero mai conosciuto, perché per tenere la rotta non seguivo solo la Stella Polare, ma tutti i puntini luminosi che stanno sopra di noi.

Il reale e la sua complessità mi spaventavano di meno. Tra le pieghe più oscure di quegli oggetti fatti di parole – e carichi di polvere – si nascondeva il segreto per fare ordine: l’empatia. Vivevo vite che mai avrei potuto vivere, provavo emozioni che mai avrei potuto provare e mi pareva di capire che, nella confusione, ci fosse ancora spazio per la verità, per il giusto e lo sbagliato e allora anche il bene ed il male diventavano concetti da recuperare. Guardare alla letteratura cercando di trarne una morale non significa novecentescamente stabilire chi sono i buoni o chi sono i cattivi, ma significa acquisire la capacità di essere coscientemente buoni o cattivi. Questo è quello che ho imparato. E questo è il compito che ogni buon lettore dovrebbe prefiggersi.

di Marco Cutillo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 216

APRILE 2021

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