“Riposare in Pace”: quanto ci costa?

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Sono passate centinaia di migliaia di anni da quando l’uomo, per la prima volta, ha sentito l’esigenza di seppellire i corpi dei defunti, in fosse scavate nelle caverne.

Si sviluppò quindi, già all’epoca, un rispetto per il corpo senza vita nelle fasi immediatamente post mortem.

Così come l’uomo e la società, anche le operazioni e le modalità di sepoltura si evolvono, mantenendo fisso l’obiettivo di preservare la sacralità del corpo lasciato dalla vita terrena e di fornire tutto il necessario per riposare in pace in una vita ultraterrena.

È partendo da queste convinzioni che gli antichi Egizi si servono di sarcofagi all’interno di vere e proprie stanze piene di mobili, cibo, gioielli ed effetti personali del defunto, tutti oggetti a lor parere utili alla nuova esistenza. Ed è sempre partendo da queste convinzioni che anche la culla della civiltà occidentale – l’antica Grecia – vede nella sepoltura un atto di estrema importanza. Secondo loro – così come secondo i Romani – qualora un defunto non riceva sepoltura, è destinato a vagare in una zona posta al di fuori dell’Ade.

La storia ha modificato usanze, ha modificato le teche in cui custodire le spoglie, così come ha modificato i luoghi in cui agglomerare le tombe. Si è passati dalle necropoli meno organizzate, in cui i seppellimenti avvenivano in maniera sparsa, a quelle più organizzate che ricordavano delle vere e proprie città. Dalle fosse comuni fuori dalla città fino agli attuali cimiteri, ancora oggi luogo dove termina la maggioranza degli iter post mortem dei defunti in giro per il mondo, rispettando usi e costumi del paese di appartenenza e della fede professata.

Ma nella società del 21esimo secolo – o del terzo millennio, se preferite – in cui sembrano sovvertite le scale valoriali e in cui ciò che viene dalla storia e dalla tradizione umana viene spesso etichettato come retrogrado, esiste ancora il rispetto e la sacralità della sepoltura, dei cimiteri e dei riti funebri in generale?

Non sarebbe corretto e professionale generalizzare – la nostra società è già piena zeppa di semplificatori – ma l’impressione è che si sia persa la sacralità dell’iter post mortem sradicata dall’animo umano da colui che Socrate individuava come causa di tutte le guerre: il denaro.
Con questo vogliamo dire che all’essere umano non interessa più della morte e non soffre per i cari defunti? Assolutamente no! Si parla della percezione globale del fenomeno morte, di ciò che gira intorno alla dipartita di un’anima. L’inviolabilità di un evento che celebra la fine del viaggio terreno e che per molti ci collega con l’ultraterreno, è rimasta intatta ai nostri tempi?

Ci viene da dire di no per il business che si è creato intorno alla morte, per le cifre da capogiro previste per portare alla sepoltura il corpo esanime di un defunto. Ma ci viene da dire di no anche per l’entrata in campo del business occulto, dell’ormai altra faccia della medaglia del nostro Paese: la criminalità organizzata che entra negli appalti, che gestisce la corrente elettrica, che addirittura estorce denaro!

Ci viene da dire di no perché anche nel sacro rito funebre è entrato – pulito o sporco che sia, lecito o illecito che sia – il denaro.
Il denaro che a volte relega cimiteri o ali degli stessi nelle mani di chi fiuta l’affare.
Il denaro – tanto denaro – che fa truccare gli appalti nei cimiteri.
Il denaro che obbliga le persone che vogliono illuminare le tombe dei propri cari ad allungare una mazzetta alla criminalità organizzata.
Il denaro che impone tangenti per consentire un funerale in questo o quel comune alle agenzie funebri, arrogandosi così il diritto di monopolio.

Andiamo in fondo a questa storia, analizziamo da vicino il business lecito e illecito che si è creato attorno alla morte. Non per fare i paladini, né i moralisti. Ma per serietà, per rispetto del sacro nell’essenza più profonda dell’essere umano.

Parafrasando Totò, almeno in questo discorso aboliamo l’onnipotenza del denaro, perché sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie… appartenimmo à morte!”

di Angelo Velardi

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