Rinascita-Scott: Maxiprocesso alla ‘ndrangheta

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Mercoledì 13 gennaio 2021. Nell’aula bunker di Lamezia Terme si apre Rinascita-Scott, il maxiprocesso frutto delle indagini della Dda di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri. Oltre 300 gli imputati, con l’obiettivo di stroncare ‘ndrangheta e pezzi deviati dello Stato, grazie anche al massiccio contributo dei collaboratori di giustizia, che ha messo in discussione la storica impermeabilità delle ‘ndrine. Tra i 58 citati a testimoniare, il primo è stato Luigi Bonaventura, ex esponente di spicco del clan Vrenna-Bonaventura-Ciampà e collaboratore ormai storico e di rilievo.

Lei è un collaboratore di giustizia da 14 anni, com’è cambiata la giustizia – se è cambiata – da quando ha iniziato a collaborare e cosa significa Rinascita-Scott per la lotta alle mafie?

«Negli ultimi anni la magistratura ha alzato un po’ il tono. Rinascita-Scott riscriverà la storia della ‘ndrangheta e ci farà capire il vero volto delle mafie e delle masso-mafie. Ma in realtà la giustizia non è cambiata di molto, ci sono ancora lacune significative. Quando viene fuori il coinvolgimento dei “colletti bianchi”, gli stessi magistrati sono sottoposti a un attacco massiccio e non viene dato risalto alla notizia. Ed è una tristezza leggere le ordinanze e trovarci nomi di figli, nipoti e pronipoti di boss, alcuni che ho lasciato giovanissimi. È una prosecuzione che non riusciamo a recidere e che non vogliamo recidere. Perché, in fondo, i mafiosi servono per tanti fini».

Negli anni ha rilasciato diverse interviste accusando lo Stato di carenze nel programma di protezione, che pare le sia stato revocato a causa di atteggiamenti “non collaborativi”. Com’è andata veramente?

«La mia colpa per la “non proroga” è stata rilasciare interviste e denunciare alcuni problemi del programma quando il contratto era ormai scaduto e avevo chiesto io stesso di non rinnovarlo, pur continuando a collaborare. Un altro motivo è stato il rifiuto di trasferirmi in posti che sapevo essere pericolosi. Ho chiesto che il contratto non venisse rinnovato perché non mi sentivo protetto.
Oggi collaborare è impossibile: non è previsto alcun cambio di identità o inserimento lavorativo, come per i testimoni di giustizia; abbiamo solo una casa in prestito e un sussidio. Ma soprattutto, i familiari sono quelli che pagano il prezzo più alto. Occorre una campagna di sensibilizzazione che faccia superare i luoghi comuni e la differenziazione tra testimoni e collaboratori. Io parlerei piuttosto di “denuncianti”, tutti con gli stessi diritti e le stesse opportunità».

Si è trattato e si tratta di inefficienza o addirittura, oserei dire, di convenienza di parti dello Stato a smorzare il pentitismo?

«La volontà politica di fare della collaborazione uno strumento forte di lotta alle mafie non c’è, soprattutto per quella di “alto spessore”. I pesci piccoli li vogliono, ma se conosci “certi livelli”, trovi solo l’inferno per te e per la tua famiglia. Sentiamo parlare nei tribunali di masso-mafia, corruzione, trattative… se è vero che esistono, e io lo so, è normale sia così».
Nell’aula bunker di Lamezia ha parlato degli Invisibili: una figura protetta e nascosta, “tra il mondo delle cosche e altri mondi”. Sono stati presentati come una novità di Rinascita-Scott. Che ruolo hanno effettivamente? Vengono scelti all’interno della “famiglia” e indirizzati verso determinati settori oppure si tratta di legami creati esternamente?
«Gli Invisibili sono quasi sempre parenti di famiglie storiche ma di 2° o 3° grado, spesso con cognomi diversi e per questo difficili da identificare. Fanno parte della ‘ndrangheta intelligente e borghese, quella che siede ai tavoli della masso-mafia. Giovani promettenti che una volta avviati si rivolgono alla famiglia-madre in cerca di sostegno, oppure inquadrati e contattati dalla famiglia stessa una volta che sono cresciuti. Non è una figura nuova, ci sono diversi verbali già dal 2007 ma, con nuovi riscontri, si sta tracciando un identikit più preciso».

Si parla solo di imprenditori e professionisti o anche di elementi dello Stato?

«Le mafie sono trasversali, tanto nel mondo economico che politico. Non hanno pregiudizi. Tutti quelli che portano interessi all’organizzazione sono ben accetti. Basta un prete, un carabiniere o un politico corrotto e si crea una rete ben incastonata, un mondo parallelo. Per questo non si ammazza nemmeno più, non conviene a nessuno».
In altre indagini, però, si è parlato di contatti con logge massoniche deviate già a partire dal primo gradino della “società maggiore”.
«Gli Invisibili fanno parte di entrambi i mondi. Ma anche una parte interna alla struttura della ‘ndrangheta è nelle logge. La carica della “Santa” già permette di stringere le mani con gli apparati istituzionali».

Di fronte a tale livello di organizzazione e connivenze, qual è la migliore strategia di attacco alle organizzazioni mafiose?

«Non c’è una ricetta precisa. Il ruolo delle Procure e delle associazioni antimafia come sostegno alle istituzioni e alla cittadinanza attiva, la gestione delle carceri e i programmi di protezione per testimoni e collaboratori di giustizia sono elementi importanti. I collaboratori sono i “parafulmini” dei magistrati.
Danno spunti investigativi, portano a conoscenza l’organizzazione criminale in quanto figli di quella creatura, e – se reinseriti nella società – consentono di interrompere la catena padre-figlio-nipote. Perché controllare le mafie non è soltanto identificare le famiglie storiche ma riempire gli spazi che vengono liberati, portando istruzione, lavoro, sviluppo nei quartieri degradati, dove bambini/e soldato continuano a crescere. Lo ‘ndranghetista non sempre si fa per soldi, ma per ideologia. Va pensata come un’etnia, una subcultura, con un altro modo di vivere e ragionare. È un’eterna lotta di cultura e di principi, ma il bene è ancora troppo timido e bisogna organizzarlo».

Per approfondire la questione, abbiamo intervistato il Professor Antonio Nicaso, professore di Storia delle organizzazioni criminali al Middlebury College (USA) e alla Queen’s University di Kingston (Canada), giornalista calabrese, storico e autore di numerosi libri sulla ‘ndrangheta. Antonio Nicaso è uno dei massimi esperti di mafie a livello internazionale. Insieme a lui, abbiamo indagato alcuni aspetti emersi nel processo Rinascita-Scott, con particolare attenzione al rapporto della ‘ndrangheta con gli ambienti istituzionali e imprenditoriali.

Rinascita-Scott, per la sua portata, è stato associato al maxiprocesso di Palermo. Ma l’attenzione che i media italiani gli stanno dedicando è inferiore rispetto al clima che si respirava nel ‘86. La televisione era protagonista, nonostante il processo si basasse quasi del tutto su eventi avvenuti in Sicilia e non tenesse ancora conto dei rapporti con lo Stato. Sta volta, invece, le telecamere sono spente.

«Il Maxiprocesso di Palermo ha spazzato via l’interpretazione “comportamentistica” di Cosa Nostra, ovvero la convinzione che esistesse il mafioso e non la mafia, intesa come organizzazione strutturata e complessa.
Rinascita-Scott è importante per il numero di imputati, anche se nella lotta alla ‘ndrangheta non è la prima volta che si celebra un processo del genere. È paradigmatico della sua capacità di relazione, cioè di fare sistema ed espandersi sul territorio, potendo contare su soggetti estranei ad essa. È vero, ha suscitato più attenzione all’estero che in Italia: le grandi testate giornalistiche straniere stanno scoprendo una mafia che non conoscevano».

Forse le parole di Buscetta sono ancora attuali e lo Stato non è pronto a certe dichiarazioni. Del resto, si è sempre parlato di mafia come antistato, ma è evidente come essa viva anche grazie a parti di esso.

«La mafia va immaginata come una tavolozza su cui non c’è solo il bianco e il nero, ma una lunga serie di gradazioni di grigio. Come ogni sistema di potere, ha bisogno di legittimazione e ha capito che ciò che un tempo si faceva con le armi, oggi si può fare con la corruzione. Un collaboratore di giustizia, Gennaro Pulice, spiega che ai livelli più alti la ‘ndrangheta si avvale di rapporti confidenziali con esponenti delle istituzioni. Attraverso il controllo di attività economiche e la disponibilità di posti di lavoro, gode di consenso sociale e, disponendo di pacchetti di voti, arriva a controllare la politica».

Si inizia a parlare di Trattativa Stato-mafia solo a partire dagli anni ’90, con riferimento al periodo stragista e in particolare al ruolo svolto da Cosa nostra. Si può affermare che la “collaborazione” tra mafie e istituzioni sia iniziata in quegli anni o era già radicata, soprattutto a livello locale?

«La storia delle mafie è una storia di tante trattative, ma probabilmente non riusciremo mai a dimostrarlo in tribunale. Sono rapporti fisiologici: senza la legittimazione di chi avrebbe dovuto combatterle, non esisterebbero e non sarebbero sopravvissute così a lungo.
Le mafie sono sempre state relazionali, fenomeni di classi dirigenti, dalla parte del potere e non della povera gente. Due date emblematiche sono: 1860, quando dopo l’arrivo di Garibaldi, il maggiore ‘ndranghetista di Reggio venne nominato capo della Guardia Cittadina per mantenere l’ordine pubblico, ottenendo in cambio il controllo del porto e del mercato nero; 1869, quando la destra cavouriana, liberale e massonica si servì della “setta degli accoltellatori” per cambiare l’esito delle elezioni».

Invece a livello nazionale quando si potrebbe individuare l’inizio delle trattative?

«Il fallito Golpe borghese del 1969 potrebbe essere una delle prime trattative a livello nazionale, in cui vengono messe assieme le risorse di rappresentanti dello Stato e quelle delle mafie per sovvertire l’ordine istituzionale. Sono molte le testimonianze circa i rapporti in quel periodo tra logge deviate, istituzioni e mafie».

Rinascita-Scott ha confermato l’importanza della mafia intelligente e borghese, dei professionisti in grado di investire nell’economia legale. Quali sono i settori che si prestano meglio alla ‘ndrangheta?

«Quando ricicla utilizza sistemi ancora riconducibili alla falsa fatturazione. Il suo non è un riciclaggio sofisticato. Investe laddove è più facile camuffarsi, sia in Italia che in Europa (commercio, ristorazione, trasporti privati, edilizia, alimentare…). Sempre più spesso cybercrime e scommesse clandestine sui siti online, grazie a società costituite in paesi con legislazioni meno affliggenti».

Il potere economico, unito alla capacità di adattamento, ha consentito alla ‘ndrangheta di inserirsi bene anche nell’emergenza Covid-19.

«È riuscita ad adattarsi alla pandemia molto meglio di tante altre realtà. Negli ultimi mesi ci sono state 47 mila aziende passate di proprietà. Non solo, il traffico di droga non si è mai fermato. Sono solo cambiate le rotte, preferendo i porti stranieri piuttosto che italiani. E sono cambiate le modalità, attraverso le consegne a domicilio dei riders: la potremmo definire l’Uberizzazione dello spaccio».

L’inchiesta Rinascita-Scott ha prodotto risultati importanti. La lotta alla mafia, però, riprendendo le parole di Borsellino, non dovrebbe essere una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale.

«Se pensiamo di risolvere il problema delle mafie con le manette e le sentenze siamo fuori strada. Va combattuta la mentalità mafiosa. I mafiosi amano le persone che mettono i neuroni a loro servizio e odiano la capacità critica. Invece noi la scuola la impoveriamo, non investiamo nella ricerca e sui giovani, non ci preoccupiamo dell’abbandono scolastico e della desertificazione culturale di certi territori. Così come non riusciamo a selezionare dei politici che abbiano veramente a cuore il riscatto della Calabria e di altre regioni del Sud. Il problema è che in Italia la lotta alle mafie non è nell’agenda di nessun partito politico. Tutta la nostra legislazione è nata sull’onda emotiva di una strage o di un delitto eccellente: come al solito, è più facile ricostruire che prevenire, soprattutto perché ci sono cricche politico-mafiose che ci lucrano».

di Giorgia Scognamiglio

TRATTO DAL MAGAZINE INFORMARE N° 215
MARZO 2021

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