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Riforma fiscale. Il calcolo dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani

Nicola Iannotta 27/12/2022
Updated 2022/12/27 at 10:20 PM
13 Minuti per la lettura

L’Osservatorio Conti Pubblici Italiani (OCPI) promuove, attraverso un’opera di studio e divulgazione, la conoscenza delle misure economico-finanziarie messe in atto nel nostro Paese.

Negli ultimi giorni l’ente ha pubblicato un’analisi del funzionamento di una delle riforme contenute nella manovra finanziaria per il 2023. Parliamo della Riforma fiscale voluta dal governo Meloni. Una misura che porterebbe all’allargamento del regime forfettario delle partite Iva con fatturato fino a 85.000 euro.

La misura si pone in linea con la volontà di sottrarre sempre di più redditi dalla tassazione progressiva dell’Irpef per sottoporli a più vantaggiose aliquote cedolari (ritenute d’acconto sugli utili).

Irpef e Riforma Fiscale

In principio l’Irpef era nata come imposta generale su tutti i redditi. Entrò in vigore nel 1974 ed oggi è regolata dal testo unico delle imposte sui redditi (TUIR).

Nella sua stessa definizione l’Irpef è una fonte di raccolta monetaria necessaria per finanziare la spesa pubblica e servire il reddito e trovava la giustificazione per la progressività del tributo.

Ma negli anni si è verificato un progressivo svuotamento dell’Irpef proprio a causa della sua “progressività” , crescente in proporzione con l’aumentare del capacità contributiva dell’individuo, cosicché e la misura è diventata un tema sempre più centrale per la legislazione tributaria.

Negli ultimi decenni poi, una quota sempre più ampia di redditi è stata assoggettata ad una tassazione cedolare più vantaggiosa dell’imposta progressiva e partiti politici di varia provenienza hanno cominciato ad elargire nel corso vantaggi fiscali alle categorie di contribuenti che hanno rappresentato il proprio elettorato di riferimento.

Non potendo però ridurre complessivamente la pressione tributaria, per la necessità di finanziare la spesa pubblica, l’Irpef, nata come imposta generale su tutti i redditi, si è ridotta ad un’imposta progressiva sui soli redditi da lavoro, in particolare redditi da lavoro dipendente e assimilati (i trattamenti pensionistici) che da soli rappresentano ormai l’85 per cento della base imponibile del tributo.

Anche la riforma fiscale voluta dal governo Meloni segue questa tendenza, in quanto sottrae una gran parte dei redditi dei lavoratori autonomi dalla progressività del tributo. Questo pone sia problemi di equità che di efficienza e comporta conseguenze sia sull’Irpef che sull’Iva, dato che i forfettari sono anche esclusi dal pagamento di questo tributo.

La simulazione OCPI

Per illustrare gli effetti della manovra fiscale, l’OCPI parte da esempi concreti e simula il carico contributivo di due figure professionali che potrebbero svolgere la loro attività sia in autonomia che alle dipendenze di un datore di lavoro: un elettricista e un consulente informatico.

Inoltre, al fine di focalizzarsi sulle ulteriori agevolazioni offerte dalla attuale proposta di legge, l’ente ha immaginato che entrambe le figure professionali, lavorando in autonomia, generebbero un fatturato di 75 mila euro. Una cifra che ad oggi farebbe rientrare questi due professionisti nel regime ordinario, mentre a partire dal 2023, se la proposta inclusa nella legge di bilancio venisse approvata, garantirebbe loro l’accesso al regime forfettario.

N.B. (nota dell’ente) Si tenga presente che per poter operare il confronto, visto che i lavoratori autonomi in regime ordinario possono dedurre analiticamente i costi, mentre i forfettari applicano dei coefficienti ministeriali al fatturato per trasformarlo in reddito, si è ipotizzato che questi coefficienti catturino esattamente i costi che anche i lavoratori autonomi in regime ordinario dovrebbero sopportare per svolgere la propria attività. I risultati illustrano con chiarezza i vantaggi del regime forfettario per questa classe di reddito.

Elettricista

Con Regime Ordinario

  • Fatturato annuo: 75.000 euro
  • Costi: 10.500 euro
  • Reddito imponibile, dopo contributi previdenziali: 47.582 euro
  • Reddito netto, dopo Irpef, detrazioni e addizionali: 32.310 euro
  • Totale imposte e contributi: 32.190 euro

Con Flat Tax

  • Fatturato annuo: 75.000 euro
  • Costi forfettari: 10.500 euro
  • Reddito imponibile dopo contributi previdenziali: 47.582 euro
  • Reddito netto dopo flat tax al 15%40.444 euro
  • Totale imposte e contributi: 24.056

Se dipendente

  • Costo azienda: 64.500 euro
  • Reddito imponibile dopo contributi carico azienda e lavoratore: 44.368 euro
  • Reddito netto dopo detrazioni, Irpef e addizionali: 30.791 euro
  • Totale imposte e contributi: 33.709 euro

Consulente informatico

Con Regime Ordinario

  • Fatturato annuo: 75.000 euro
  • Costi: 24.750 euro
  • Reddito imponibile, dopo contributi previdenziali: 37.069 euro
  • Reddito netto, dopo Irpef, detrazioni e addizionali: 26.161 euro
  • Totale imposte e contributi: 24.089 euro

Con Flat Tax

  • Fatturato annuo: 75.000 euro
  • Costi forfettari: 24.750 euro
  • Reddito imponibile dopo contributi previdenziali: 37.069 euro
  • Reddito netto dopo flat tax al 15%31.509 euro
  • Totale imposte e contributi: 18.741 euro

Se dipendente

  • Costo azienda: 50.250 euro
  • Reddito imponibile dopo contributi carico azienda e lavoratore: 35.159 euro
  • Reddito netto dopo detrazioni, Irpef e addizionali: 25.994 euro
  • Totale imposte e contributi: 24.256 euro

La simulazione OCPI: I benefici

Un elettricista forfettario risparmierebbe più di 8.000 euro l’anno di imposte rispetto al regime ordinario; un operatore informatico, che ha costi più alti secondo il Ministero, più di 5.000 euro.

Una componente importante dei risparmi di imposta è dovuta al fatto che i forfettari non sono neppure sottoposti alle addizionali regionali e comunali sul reddito, che in molti contesti territoriali sono tutt’altro che insignificanti.

Regime ordinario Irpef

Un lavoratore autonomo soggetto al regime ordinario dell’Irpef, rispetto ad un elettricista identico assunto in un’impresa, pagherebbe circa 1.700 euro in più di imposte sul reddito e circa 3.200 euro in meno di contributi, con un reddito al netto di imposte e contributi di circa 1.500 euro maggiore.

Per il consulente informatico i risultati sono simili, con circa 1.700 euro in più di imposte e 1.900 euro in meno di contributi quando esercita l’attività come lavoratore autonomo, con un reddito netto maggiore di circa 170 euro.

Regime forfettario

Passando al confronto con il regime forfettario, i risultati sono naturalmente gli stessi (per costruzione) per quello che riguarda i contributi; differiscono invece radicalmente per quanto riguarda le imposte sui redditi. Un elettricista forfettario pagherebbe oltre 6.500 euro di imposte in meno rispetto ad un elettricista identico assunto da un’impresa, con un reddito al netto di tutte le imposte e i contributi maggiore di quasi 10.000 euro per l’elettricista forfettario rispetto all’elettricista dipendente.

Un consulente informatico forfettario risparmierebbe oltre 3.600 euro di imposte rispetto al suo clone assunto nell’impresa, conseguendo un reddito al netto di tutte le imposte e contributi di circa 5.500 euro maggiore. Anche se il lavoratore autonomo forfettario è maggiormente soggetto al rischio di impresa e non ha tutte le coperture assicurative del dipendente

I pericoli del nuovo regime economico-finanziario

Il forfettario non aiuta i più poveri ma conviene ai ricchi

Le conclusioni sulla forte convenienza del regime forfettario per i lavoratori, specifica l’Osservatorio, emergono dai calcoli basati sui dati della fascia alta di fatturato.

La convenienza ad accedere al regime forfettario è crescente nel fatturato, un risultato non sorprendente visto che l’aliquota media del forfettario rimane piatta al 15 per cento per tutti i livelli di reddito, mentre è crescente per il lavoratore autonomo in regime ordinario. Il forfettario è dunque vantaggioso per i lavoratori autonomi più ricchi; in effetti, per livelli di fatturato inferiori a circa 16.300 euro il regime ordinario è più conveniente.

Il forfettario può ferire il mercato del lavoro

Spiega l’ente che un primo scenario problematico riguarderebbe la tendenza per le grandi società di professionisti di potersi scindere in più piccole unità così da poter usufruire dei benefici fiscali garantiti dal forfettario.

Questo nuoce al funzionamento del mercato in quanto la forma organizzativa dell’impresa è tipicamente più efficiente di quella di tanti piccoli produttori indipendenti, potendo sfruttare economie di scala e di scopo (sinergie) che sono precluse ai lavoratori che agiscono singolarmente.

In secondo luogo, l’espansione del forfettario potrebbe incentivare l’impresa a scegliere la collaborazione con un lavoratore autonomo piuttosto che l’attivazione di un rapporto di lavoro dipendente producendo il cosiddetto fenomeno delle finte partite Iva.

La collaborazione: un fenomeno pericoloso per l’impresa italiana

Cosa potrebbe conseguire dalla scelta delle imprese di instaurare una collaborazione anziché un contratto di dipendenza con i propri lavoratori?

Da un lato, il lavoratore autonomo perderebbe le garanzie associate alla condizione di lavoro dipendente, finanziate a parte dai maggiori contributi versati.

Dall’altro, per la società nel suo complesso, si tratterebbe probabilmente di una perdita di efficienza. Con il mantenimento di un rapporto di collaborazione invece che di dipendenza si potrebbe perdere la possibilità di sfruttare le economie di scala e scopo che sono alla base del vantaggio competitivo della forma societaria di organizzazione della produzione.

Il problema è particolarmente serio per l’Italia, data la già elevata quota di lavoratori autonomi nel panorama dei paesi sviluppati, probabilmente una delle ragioni della bassa produttività generale del paese.

Secondo i dati offerti dal OCPI, esclusa la Grecia, l’Italia è il paese con l’incidenza maggiore di lavoratori autonomi, il 55 per cento in più della Francia e circa il triplo rispetto a Germania e Stati Uniti.

Iva, le distorsioni del forfettario

I forfettari sono partite Iva che però non sono soggette al regime dell’Iva, cioè né sottraggono l’Iva sugli acquisti né impongono l’Iva sulla vendita dei propri servizi.

Questa differenza rispetto ai lavoratori autonomi in regime ordinario e alle imprese può causare ulteriori distorsioni, particolarmente gravi se il forfettario venisse portato agli 85.000 euro di fatturato, coprendo cioè una larga parte del mondo degli autonomi e dei professionisti.

Spiega l’OCPI:

«Non portando in detrazione l’Iva pagata al fornitore sugli acquisti, i forfettari risultano a tutti gli effetti come dei consumatori finali; di conseguenza hanno tutti gli incentivi a comportarsi come tali, non richiedendo fattura quando possibile se ciò serve a ridurre i costi (quella che viene definita “evasione di consenso”). Si perde così uno dei vantaggi del sistema dell’Iva per le fasi intermedie di produzione, la convenienza a richiedere fattura sugli acquisti in modo da ridurre il proprio debito d’imposta.

Inoltre, i forfettari non devono neanche imporre l’Iva sulla vendita dei propri servizi, godendo pertanto di un vantaggio competitivo rispetto a produttori analoghi sottoposti a regime tributario ordinario e quindi soggetti a Iva. 

È vero che questi ultimi, oltre a dover imporre l’Iva sulle proprie vendite, possono anche scaricare l’Iva sugli acquisti (a differenza dei forfettari), ma la differenza di regime tributario tendenzialmente giocherà a vantaggio dei forfettari poiché il valore delle vendite è tipicamente maggiore del valore degli acquisti. 

In pratica, i forfettari possono vendere a prezzi finali minori rispetto a quelli praticati dai produttori sottoposti a regime ordinario oppure possono trarre profitto da quest’ulteriore vantaggio fiscale, vendendo i propri servizi ad un prezzo uguale ai competitori tenuti al versamento dell’Iva».

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