Ammetto di non capire pienamente a cosa serva e cosa voglia dire essere femminista oggi.

Io però so di essere donna, cresciuta in una buona famiglia dai valori tradizionali.

So cosa vuol dire essere osservate come se si fosse carne sul bancone di un macellaio; sono altresì certa che in molti momenti della mia vita ho ricevuto sguardi simili, ma non mi sono mai permessa di pensare che fosse normale. Ho anche ricevuto semplici e normali avances da uomini che, anche se con modi discutibili, ridicoli, goffi, in fondo non avevano altro scopo se non quello di rimorchiare. Ed è cosa buona e giusta, questa è invece una cosa normale, e credo che probabilmente il pensiero femminista estremo porti ad individuare tutti gli uomini come potenziali abusatori, stupratori. Non c’è nulla di femminista in questo.

So cosa è il ciclo, ne conosco il dolore ma anche quella sensazione di cambiamento, di imbarazzo che si prova quando ci si ritrova alla “menarca”: un rito di passaggio che sembra segnare una tappa di tipo puramente sociale, in cui le altre donne in famiglia si sentono maledettamente felici per te nonostante si tratti di una gioia senza alcun senso, perché è tutto volere di madre natura. La cultura è come merce in un magazzino; nel loro passato, evidentemente, hanno immagazzinato questo concetto di “menarca=lieto evento da comunicare alla nonna, alla zia, al vescovo, al sindaco e se possibile anche al cugino emigrato in Burundi tramite qualunque mezzo di comunicazione, purché sia immediato”. Del resto, hanno immagazzinato alla grande anche il fatto che gli assorbenti debbano essere considerati beni di lusso. Questo, onestamente non me lo spiego. So di non sapere. So di non sapere come mai oggi le donne debbano ritrovarsi a chiedere una sorta di “diritto ad avere il ciclo mestruale”. Ma non comprendo onestamente nè l’incoerenza in alcuni casi, nè l’estremizzazione in altri. Battersi per il riconoscimento degli assorbenti come bene di prima necessità e poi montare casi mediatici sul tipo di assorbente utilizzato, non ha nulla di femminista. Allo stesso tempo, credere di poter giustificare atteggiamenti arroganti e un odio indistinto verso ogni individuo di sesso maschile con i 7 giorni al mese di sbalzi ormonali, è probabilmente l’atteggiamento di chi non ha più percezione della propria reale condizione di donna. Per non parlare di donne che giudicano, condannano e distruggono altre donne per i più disparati motivi.
Non capisco come si possano definire femministe.

So cos’è il concetto di patriarcato e so di esserne circondata; ne ho la piena consapevolezza: so che ci sguazziamo ancora dentro ma so anche, nel bene o nel male, che mi ha nutrito e “protetto” in molte occasioni. Ma questa è una cosa troppo difficile da ammettere per chi si definisce femminista, per chi combatte il patriarcato sbandierando l’estremo desiderio di una parità tra uomo e donna, per poi “propagandare” intrinsecamente un modello matriarcale, che di femminista non ha nulla e anzi, sarebbe tanto errato quanto il contesto patriarcale di questa epoca.

So bene cosa sia la violenza e l’abuso, perché sfortunatamente queste non hanno un genere specifico di appartenenza, ma una dinamica di “forte contro debole”. Allo stesso tempo io appartengo, volente o nolente, a chi socialmente è “il sesso debole”, quindi posso del tutto capire il regime di continua ansia che può causare il ritrovarsi da sole ad una normalissima fermata del bus, in un viale poco illuminato, o in un locale notturno. Ciò mi fa riflettere però su una questione: perchè battersi per voltare le carte e non far concepire mai più la donna come sesso debole, per poi soffermarsi solo ed esclusivamente sugli abusi e sulle violenze vissute solo ed esclusivamente da donne, avvalorando quindi la posizione di sesso debole? In ottica di parità, anche un uomo può trovarsi in una situazione spiacevole dove impossibilitato a difendersi, subisce. Quindi ancora una volta, non riesco a comprendere cosa significhi essere femminista oggi. Non è questo il femminismo. Nonostante ciò, so che il mio concetto di femminismo potrà essere sempre molto vicino a quello di chi vive quotidianamente sulla pelle tutto ciò; prendo però le distanze non solo da questa attuale concezione distorta di femminismo, ma anche dal cosiddetto “femminismo maschile”. Quello sarà sempre una sorta di femminismo da Caritas, un qualcosa che per quanto ci si possa immedesimare nella donna, comprenderne le sue ragioni, non sarà mai quotidiano. Questo perché un uomo non avrà mai la totale consapevolezza del gesto sbagliato, dell’umiliazione nel vedere un’auto che si ferma accanto a te col conducente così schifosamente gentile da volerti offrire un passaggio, della paura nell’indossare indumenti particolari e, qualora avessi il coraggio di indossarne, dello sguardo addosso che ti sporca la pelle e ti fa sentire in qualche modo colpevole per esserti vestita in quel modo.

Nel peggiore dei casi ci sarà uno slogan, una maglietta e un proposito di starci attente, per poi tornare a fare le stesse battute sulle donne che fanno carriera perché sanno vendersi, sulle donne che hanno successo perchè sono più brave delle altre ad essere puttane, sulle donne che sanno usare bene la propria femmilità tanto quanto gli uomini che sanno usare bene la propria viriltà, sui gusti sessuali di quelle che si tingono i capelli di rosso o su quelle che “se la sono cercata”, perché sono state troppo gentili o avevano la gonna troppo corta. Il tutto con annessi gli stessi sguardi, gli stessi pensieri. Solo indossando una maglietta rosa che recita “mai più abusi”.

Nel migliore dei casi invece ci sarà un impegno continuo, invitando a stare attenti tutti ad ogni frase, ogni pensiero, ogni azione e non per paura di essere puniti dalla legge, bensì per paura di non aver compreso abbastanza cosa sta avvenendo, e per volontà di reagire a tutto questo insegnando a rispettare le donne sin da bambini, come dovessero imparare a camminare da zero, o come chi crede in un mondo diverso da quello in cui sta vivendo.
Eppure non potrà mai né essere continuo, né costante. Ci saranno sempre cadute, fallimenti, silenzi e omissioni.

Ci sarà ancora la donna che ha conquistato la parità, anche se con lo stipendio inferiore a quello dell’uomo. La donna che viene licenziata se rimane incinta, la donna che non può allattare in pubblico perché è un’oscenità e che riceve l’etichetta di assassina se favorevole all’aborto, nonostante sia regolato dalla legge. Ci saranno ancora le donne che sentono necessariamente il bisogno di appiccicarsi addosso l’etichetta di “femminista” per sport, che vorranno imporre il loro punto di vista in quanto femminista. Ci saranno ancora uomini che fingeranno di supportare le campagne contro le violenze per poi tornare a casa ed insultare la propria compagna, così come continueranno ad esistere le donne contro il femminicidio che allo stesso tempo rendono martiri i propri compagni. La donna può schiaffeggiare, insultare, torturare nel totale silenzio della società. Nessuno parteciperà mai a cortei contro la violenza sugli uomini, e davanti ad un giudice la verità di un uomo vittima di violenza sessuale non sarà mai tale, se non davanti a prove inconfutabili.

Quindi si prova, si lotta, si fanno passi per avvicinarsi, ma non funziona ancora. I passi falsi fanno crollare interi discorsi. Una parola fuori posto fa rovesciare interi propositi. Ma comunque ci si prova, femministi o meno. Si cade, si guarda il mondo da diversa prospettiva, ci si rialza, ma soprattutto si fa qualcosa di decisamente complesso per chi non ha mai davvero prestato attenzione a certe cose.

Servirebbero anche delle scuse da parte di chi si nasconde dietro questa serie di ipocrisie, senza andare a fondo nella storia di un movimento, snaturandolo. Scuse che magari non servono a molto, ma a furia di ripeterle, potrebbero insegnare a dare spazio alla possibilità di cambiare le cose.
Ammetto quindi di non comprendere cosa voglia dire essere femminista oggi, per un semplice ed unico motivo: neanche chi si professa tale, donna o uomo che sia, lo ha veramente compreso.

di Daniela Russo

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