Ammetto di non capire pienamente a cosa serva e cosa voglia dire essere femminista oggi.

Io però so di essere donna, cresciuta in una buona famiglia dai valori tradizionali.

So cosa vuol dire essere osservate come se si fosse carne sul bancone di un macellaio;

sono altresì certa che in molti momenti della mia vita ho ricevuto sguardi simili, ma non mi sono mai permessa di pensare che fosse normale.

So cosa è il ciclo, ne conosco il dolore ma anche quella sensazione di cambiamento, di imbarazzo che si prova quando ci si ritrova alla “menarca”:

un rito di passaggio che sembra segnare una tappa di tipo puramente sociale, in cui le altre donne in famiglia si sentono maledettamente felici per te nonostante si tratti di una gioia senza alcun senso, perché è tutto volere di madre natura.

La cultura è come merce in un magazzino; nel loro passato, evidentemente, hanno immagazzinato questo concetto di “menarca=lieto evento da comunicare alla nonna, alla zia, al vescovo, al sindaco e se possibile anche al cugino emigrato in Burundi tramite qualunque mezzo di comunicazione purché sia immediato”.

Del resto, hanno immagazzinato alla grande anche il fatto che gli assorbenti debbano essere considerati beni di lusso. Questo, onestamente non me lo spiego. So di non sapere.

So cos’è il concetto di patriarcato e so di esserne circondata;

ne ho la piena consapevolezza: so che ci sguazziamo ancora dentro ma so anche, nel bene o nel male, che mi ha nutrito e “protetto” in molte occasioni.

So bene cosa sia la violenza e l’abuso, perché sfortunatamente queste non hanno un genere specifico di appartenenza, ma una dinamica di “forte contro debole”.

Allo stesso tempo io appartengo, volente o nolente, a chi socialmente è “il sesso debole”, quindi posso del tutto capire il regime di continua ansia che può causare il ritrovarsi da sole ad una normalissima fermata del bus, in un viale poco illuminato, o in un locale notturno.

Allo stesso modo, so che il mio concetto di femminismo potrà essere sempre molto vicino a quello di chi vive quotidianamente sulla pelle tutto ciò, ma sempre distante dal cosiddetto “femminismo maschile”.

Quello sarà sempre una sorta di femminismo da Caritas, un qualcosa che per quanto ci si possa immedesimare nella donna, comprenderne le sue ragioni, non sarà mai quotidiano.

Questo perché un uomo non avrà mai la totale consapevolezza del gesto sbagliato, dell’umiliazione nel vedere un’auto che si ferma accanto a te col conducente così schifosamente gentile da volerti offrire un passaggio, della paura nell’indossare indumenti particolari e, qualora avessi il coraggio di indossarne, dello sguardo addosso che ti sporca la pelle e ti fa sentire in qualche modo colpevole per esserti vestita in quel modo.

Nel peggiore dei casi ci sarà uno slogan, una maglietta e un proposito di starci attente, per poi tornare a fare le stesse battute sulle donne che fanno carriera perché sanno vendersi, sui gusti sessuali di quelle che si tingono i capelli di rosso o su quelle che “se la sono cercata”, perché sono state troppo gentili o avevano la gonna troppo corta.

Il tutto con annessi gli stessi sguardi, gli stessi pensieri.

Nel migliore dei casi invece ci sarà un impegno continuo, invitando a stare attenti tutti ad ogni frase, ogni pensiero, ogni azione e non per paura di essere puniti dalla legge, bensì per paura di non aver compreso abbastanza cosa sta avvenendo, e per volontà di reagire a tutto questo insegnando a rispettare le donne sin da bambini, come dovessero imparare a camminare da zero, o come chi crede in un mondo diverso da quello in cui sta vivendo.

Eppure non potrà mai né essere continuo, né costante. Ci saranno sempre cadute, fallimenti, silenzi e omissioni.

Ci sarà ancora la donna che ha conquistato la parità, anche se con lo stipendio inferiore a quello dell’uomo.

La donna che viene licenziata se rimane incinta, la donna che non può allattare in pubblico perché è un’oscenità e che riceve l’etichetta di assassina se favorevole all’aborto, nonostante sia regolato dalla legge.

Si prova, si lotta, si fanno passi per avvicinarsi, ma non funziona ancora. I passi falsi fanno crollare interi discorsi.

Una parola fuori posto fa rovesciare interi propositi.

Ma comunque ci si prova, femministi o meno. Si cade, si guarda il mondo da diversa prospettiva, ci si rialza, ma soprattutto si fa qualcosa di decisamente complesso per chi non ha mai davvero prestato attenzione a certe cose.

Servirebbero anche delle scuse… Che magari non servono a molto, ma a furia di ripeterle, potrebbero insegnare a dare spazio alla possibilità di cambiare le cose.

di Daniela Russo

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