«Rifiuti: questo sistema non funziona». Interviene il Commissario alla “Terra dei Fuochi” Filippo Romano

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Terra dei Fuochi. Poche parole che da anni identificano il dolore di una terra che ha visto il suo ambiente distrutto e che ha patito le morti, troppo spesso giovani, di eco criminali che per il profitto hanno venduto la loro casa e i loro figli. Oggi la situazione è ben diversa da anni fa e i roghi, seppur presenti, sono in diminuzione nella regione Campania. Problema “rifiuti” risolto? No, per niente. Il tema resta un tabù per il nostro Paese, che continua ad allontanarsi da i modelli virtuosi offerti dal Nordeuropa; la causa è una normativa bella sulla carta, ma che non trova riscontro nella realtà (formale ma non sostanziale direbbero i costituzionalisti). Per approfondire il tema abbiamo incontrato l’Incaricato del Ministro dell’interno per la Terra dei Fuochi Filippo Romano, Viceprefetto dal 2010 e da anni Commissario prefettizio in svariati comuni italiani. Il Commissario Romano guida la cabina di regia sul contrasto ai roghi, arrivando a risultati incoraggianti senza omettere aspre critiche al sistema rifiuti. 

Secondo lei qual è il vero problema che c’è dietro il riuso e il riciclo dei rifiuti? 
«Riguardo i rifiuti e il loro riciclo è importante ragionare senza alcun preconcetto o luogo comune, per questo tengo a spiegarvi con linearità qual è il nodo centrale per affrontare il problema. I rifiuti sono il prodotto dell’attività di trasformazione e fruizione dei beni, nella nostra società consumistica ovviamente la produzione di rifiuti è molto elevata, e questa è una costante in tutto il mondo occidentale “avanzato”; non è quindi non è che nella “Terra dei Fuochi” o nell’Agro aversano si producano più rifiuti che in altre zone.  Tempo fa, particolarmente nel Sud Italia, vi era un’idea passiva dei rifiuti, con la creazione di discariche presenti in ogni paese… delle semplici cavità scavate per accogliervi i rifiuti senza adeguate misure di sicurezza. Tali discariche assorbivano la quantità di rifiuti che man mano andava crescendo, fino a quando accadono due fenomeni essenziali. Il primo è l’aumento costante della quantità dei rifiuti, l’altro è la presa di coscienza che quel tipo di smaltimento non era sostenibile per l’ambiente. Più che le varie soluzioni, ipotizzate e messe in campo, voglio precisare il contenuto del codice dell’ambiente che disciplina tutta la politica ambientale e che ha un’intera parte dedicata al ciclo dei rifiuti. La nostra regola, “copiata” da quella europea, afferma che prima di tutto bisogna ridurre la quantità dei rifiuti; questa non vuol essere l’unica soluzione, ma una tendenza verso la quale bisogna muoversi. È un indirizzo anche di prevenzione perché, rimuovere i rifiuti abbandonati per strada significa agire con ritardo, quel problema va risolto alla radice. Oltre questa linea di indirizzo sulla riduzione, che però ha efficacia soprattutto nel lungo periodo e certo non può risolvere in alcun modo l’emergenza, vi è un grande tema: il riuso del rifiuto. Una questione che si scontra con la nostra normativa in tema di attività produttive; pensiamo che in molti Paesi dell’Unione i cittadini consegnano il vetro utilizzato nel suo punto d’acquisto, mentre in Italia un operatore economico ha maggior convenienza nel comprare vetro dal rifornitore piuttosto che riprendere e riutilizzare quello ceduto al cliente, oppure non può riprenderlo perché altrimenti sarebbe “traffico illecito di rifiuti”.  Un paradosso rispetto alla cronaca dei maggiori paesi europei. Dopo la riduzione e il riuso, vi è il riciclo ed è proprio qui che casca l’asino perché molto riciclo si dice che si fa, ma non è così».  
Ci spiega? 

«Voglio ribadire un concetto chiave: non è detto che la strada per il riciclo sia la differenziazione domestica, anche se è un’opinione impopolare. Il rifiuto non genera ricchezza di per sé, anche perché altrimenti non sarebbe un rifiuto. Quest’ultimo acquista un valore nel momento in cui, nel riciclo, vi è dietro un lavoro. La carta, ad esempio, conviene raccoglierla perché costa meno e, infatti, costituisce una fonte di guadagno per i comuni, specialmente il cartone delle aziende commerciali. Se chiedete alla SIA (la ditta comunale che si occupa della nettezza urbana di Napoli) vi dirà che il 95% del guadagno che producono dalla carta viene dai cartoni dei commercianti, mentre dalla carta utilizzata a casa proviene poco e nulla dato che viene maltrattata prima di essere gettata. La raccolta a casa, quindi, non ha guadagno mentre ha dei costi costituiti dal lavoro dei netturbini, ad esempio. A questo punto dalle mie riflessioni sorge una domanda: ma nessuno ha mai pensato di raccogliere la carta insieme a plastica e metallo, per poi passare nello stabilimento che vaglierà il rifiuto? Per separare questi materiali bastano tecnologie estremamente semplici fondate sul peso e sulla corrente. Negli altri paesi questo è il metodo utilizzato e, spesso, hanno meno sacchi rispetto all’Italia (nel caso più semplice: “secco” e “umido”). In Italia probabilmente il servizio porta a porta c’è perché garantisce lavoro, oltre al fatto che fare la raccolta differenziata suscita nelle persone un sentimento ambientalista: in quel momento si sta facendo un gesto a tutela dell’ambiente. Ed è anche per quest’ultimo motivo che poi i cittadini si arrabbiano se, nonostante la loro raccolta, vedono che nella loro città vi sono rifiuti abbandonati per le strade e i costi della differenziata aumentano». 

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Costi in aumento e territorio sporco, una responsabilità grave che i cittadini imputano al Comune. Lei ha avuto spesso a che fare con la gestione comunale, qual è il suo parere? È unicamente responsabilità degli amministratori? 

«Dal 2004 ho ricoperto il ruolo di Commissario prefettizio in diversi comuni e ho dovuto affrontare direttamente questo tipo di problematiche. Molti cittadini pensano che questo fenomeno sia completamente imputabile al comune, ma non è esattamente così. Per spiegarlo meglio stavolta prendo come esempio la plastica, la quale è quasi tutta recuperabile grazie a degli impianti molto complessi. Il problema è che di impianti ce ne sono pochissimi, quindi il comune deve affidarsi ad un privato per la raccolta della plastica, ergo un gran costo ai danni delle casse comunali. Capita frequentemente che i privati addetti a questo tipo di servizio conservino la plastica in grandi capannoni che primeggiano nelle cronache quando vengono incendiati. In molti casi questi imprenditori danno fuoco ai loro capannoni senza che subiscano perdite economiche irreparabili, dato che il business dietro la plastica è molto oneroso. La stessa cosa accade per l’umido che ha bisogno di impianti specializzati per diventare compost, ma qui ritorna lo stesso discorso che vale per la plastica, anzi peggio, dato che vi sono ancora meno impianti. Il grande problema è che i cittadini non vogliono queste strutture, che quindi finiscono in mano ai privati e ci costano cifre esorbitanti. Buona parte dell’umido della regione Campania va verso altre regioni, dove ci sono impianti privati, per un costo comprensivo di trasporto che oggi in media raggiunge i 220/240 euro a tonnellata». 

Torniamo al percorso dei rifiuti: dopo riuso e riciclo? 

«Recupero energia e infine la discarica, che è l’ultima soluzione. Il vero “diavolo” è la discarica non il termovalorizzatore! Grazie a quest’ultimo, mediante la combustione, il rifiuto diventa energia. Comunque, se di male si tratta, un male minore rispetto agli incendi illegali di rifiuti presso i “campi Rom” e in altre aree nel territorio ormai di tutto il Sud». 

Crede che l’informazione abbia delle responsabilità sulla narrazione di questo sistema? 

«Il tono dell’informazione è continuamente allarmista e a caccia di like; invece occorrerebbero approfondimenti che inquadrino correttamente il deficit inerente ai rifiuti. Spesso i media gridano allo scandalo perché ci sono ancora incendi… e ovviamente attribuiscono questo disagio a chi dovrebbe contenere i roghi. Mi è capitato di sentirmi chiedere se sapessi che il “campo Rom” di Giugliano – Ponte Riccio, quello regolarmente autorizzato, nasce su una discarica, mentre in realtà nasce accanto un’area industriale che ai bordi è stata letteralmente riempita di rifiuti.  Di questo ne siamo certi, anche grazie alle nostre attività di controllo tramite droni che hanno ripreso i camion scaricare i rifiuti che di lì a poco sarebbero stati incendiati. Bisognerebbe spiegare, spesso paradossalmente a chi fa informazione, che nei nostri territori è presente un solo termovalorizzatore (ad Acerra) che è costantemente sottoposto a grandi sforzi produttivi, con probabile danno per la sicurezza e la salubrità». 

Tornando su Giugliano, la questione legata al campo rom resta di evidente attualità. Ci sono soluzioni per lei? 

«Gli individui che presso quegli insediamenti fanno traffico illecito di rifiuti  semplicemente si inseriscono in un vuoto amministrativo. Immaginiamo, invece, di creare una cooperativa che si occupi della vagliatura della plastica e all’interno della quale possano lavorare queste persone. Ho avanzato tale proposta a diversi amministratori; alcuni mi sono apparsi interessati, da altri mi sono sentito osservare come dar occupazione ai rom e la costruzione di una piattaforma per i rifiuti siano due fattori che creerebbero rabbia ai cittadini. Diciamocelo chiaramente: se restiamo impantanati in questi steccati non vi sarà mai una soluzione». 

Qual è la risultante di questa carenza? 

«L’effetto di questa assenza di soluzioni il rifiuto per strada. Una delle illusioni che circola sulla questione è che i rifiuti sarebbero il prodotto di aziende che lavorano a nero, il che è vero solo in parte (diciamo al 25%) dato che per strada vediamo rifiuti urbani e non industriali, oltre al fatto che un’impresa che lavora abusivamente avrà di sicuro pattuito patti “a nero” con un privato per lo smaltimento illegale dei suoi rifiuti. Il porta a porta, invece, ha insito anche il problema delle abitazioni abusive, soprattutto in queste aree vi sono interi villaggi abusivi che ovviamente non usufruiscono del servizio di raccolta a casa…ecco perché proprio su questo litorale sentiamo vicende di incendi all’esterno dei lidi balneari». 

Crede che ci troviamo ancora in piena emergenza “Terra dei Fuochi”? 

«La situazione della “Terra dei Fuochi” non è dissimile a quella di altre regioni da Roma in giù, ad esempio, lo scorso anno la Sicilia ha superato la Campania per numero di roghi. Davanti a questi dati possiamo dire che ormai la “Terra dei Fuochi” è oggi un’etichetta, che è certamente utile per continuare a insistere sui temi della prevenzione, ma che potremmo purtroppo estendere a molte altre aree del Sud».  

Oggi parlare dei rifiuti è diventato più difficile? 

«Il politicamente corretto ha contribuito a far sì che il tema “rifiuti” sia diventato intoccabile: è sempre più complesso fare discussioni approfondite e aprire nuovi impianti. Io non ho soluzioni in tasca, e non so quali tipologie di impianti siano le più indicate per le diverse esigenze dei territori, perché queste sono materie di scelta tecnica delle regioni e degli enti locali, secondo i piani regionali appositamente previsti dalla legge; so però che senza impianti continueremo a esportare rifiuti, con costi esorbitanti, ovvero a ritrovarceli ovunque, nell’ambiente». 

Il suo intervento ci fa comprendere che le falle nel sistema non dipendono unicamente dall’infiltrazione della criminalità… 

«Il problema persisterebbe anche se a gestire il servizio ci fossero i frati francescani. Qui c’è un intero sistema che non funziona. Ovviamente se poi nella gestione si infiltra la criminalità organizzata, allora è molto peggio». 

Quali sono i risultati dal giorno dal conferimento del suo incarico ad oggi? 

«Io sono incaricato per il contrasto dei roghi direttamente dal Ministro dell’Interno. Il mio obbiettivo è dunque di tipo “repressivo”, cioè si identifica con il contrasto a questo fenomeno e dallo scorso anno abbiamo registrato una diminuzione del 30% dei roghi tossici. Un risultato possibile grazie anche all’impegno di grande qualità e quantità del contingente “Terra dei Fuochi” dell’Esercito italiano, che ci permette di assicurare 14 pattuglie 24/h sul territorio. L’organizzazione e il calendario degli interventi vengono strutturati in una cabina di regia presieduta dal sottoscritto insieme a tutte le forze di polizia, anche municipali. Insomma, stiamo avendo ottimi risultati, ma tengo a sottolineare che anche se riducessimo a zero i roghi il problema dei rifiuti non sarebbe risolto, perché permarrebbero i rifiuti abbandonati che ne sono causa».

di Antonio Casaccio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE 

N° 220 – AGOSTO 2021

 

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