È ancora tempo di Fase 1 nella lotta al Coronavirus, ma già da qualche giorno si è cominciato, quasi ad esorcizzare il virus, a parlare della cosiddetta  Fase 2, quando cioè potremo ricominciare, seppur differentemente e lentamente, con le consuetudini di una vita “normale”, ben consci che dovremo essere ancora più attenti nel mantenimento delle distanze di sicurezza e nell’uso corretto dei dpi. Ripensando però al presente, non si può non sottolineare che questo sentirsi a disagio, preoccupati per la situazione stressante in cui gioco forza ci siamo trovati a vivere, è – e sarebbe strano il contrario – del tutto normale. Il virus ci ha fatto drammaticamente rendere conto che non siamo invincibili, ed è proprio da questa nuova consapevolezza che dovremo ripartire. Un momento di sfida che può rappresentare la possibilità di uscirne meglio di come eravamo entrati. Capire che nulla è scontato, neanche il pranzo della domenica con la famiglia o gli amici. E tutto ciò potrebbe portarci a dare un senso diverso alle nostre “vecchie abitudini”. 

Ho così chiesto a tre amici, Carla Di Stefano, Simona Marino e Paolo Vittoria, ciascuno nell’ambito della propria esperienza lavorativa, di aiutarci a comprendere meglio ciò che è stato e che è e ciò che potrebbe essere.

Il punto di Carla di Stefano

Preliminarmente, Carla ci ha informato che «… un golden team di ricercatori di varie universitàla School London of Economics, il Massachusetts Institute of Technology di Boston, e le università di Oxford, Princeton, Chicago e Warwick oltre all’italiana Luiss Guido Carli – ha analizzato il comportamento degli italiani dall’inizio della quarantena. Lo studio ha evidenziato che inizialmente le richieste da parte delle autorità politiche e sanitarie sono state accettate dal comune cittadino, il quale ha compreso la gravità dell’emergenza sanitaria in corso. Successivamente, gli autori hanno riportato un significativo disagio psicologico dovuto all’isolamento sociale; un aumento delle incertezze per il futuro lavorativo, ed una serie di altre reazioni come ansia, stati depressivi, frustrazioni e attacchi di panico per il trascorrere di intere giornate a casa, dopo lunghi periodi di iperattività, non riuscendo ancora ad intravedere una fine certa e sicura».   

Inoltre, Carla sottolinea «Ed i bambini, gli adolescenti, gli anziani? In tutta questa situazione non vanno dimenticati i bambini e gli adolescenti, confinati in casa tra una scuola virtuale, regole da ricreare, giornate da reinventare, ma il tutto unito ad uno disagio psicologico notevole dovuto alla durata prolungata dell’isolamento, la paura del contagio, la noia, la mancanza di contatti sociali con i propri amici. Questi sono tutti elementi che pesano sul livello di ansia così come sulla percezione di una realtà dilatata sospesa. E i nostri anziani? Per loro l’isolamento è certamente più duro, perché la solitudine potrebbe essere un trauma psicologico devastante. Potrebbero arrivare a sviluppare anche sindromi ansiose lontano dai loro figli, dai loro nipoti che sono i principali artefici della loro quotidianità». 

E i dati ad oggi forniti dalla Protezione civile nel consueto bollettino giornaliero determinano ancora una sensazione di indeterminatezza anche perché è ormai chiaro a tutti che «per un lungo periodo la nostra vita non sarà più la stessa». 

Il punto di Simona Marino

A questo punto Simona interviene con un simpatico inciso «Chi è l’ultimo/a?». Si, perché «...questa domanda accompagna le nostre attese in lunghe file composte e distanziate. Non è una banalità, piuttosto esprime la condizione in cui siamo stati catapultati da un giorno all’altro e ci siamo adattati al rispetto della distanza, ad indossare le mascherine e i guanti, a condividere una situazione d’emergenza che ha sconvolto la nostra quotidianità. Ma non è solo questo. La paura del contagio, che ci spinge a preservare la nostra incolumità, si è mescolata alla cura e all’attenzione per gli altri, una sorta di solidarietà diffusa e imprevista, che riempie i carrelli dei supermercati per la spesa sospesa, fa condividere i pasti con vicini meno fortunati, trattiene a parlare da un balcone all’altro con persone che prima ignoravi. Non è solo il terzo settore e il volontariato che si è mobilitato, ma tanti e tante che hanno sentito il bisogno di attivare forme di mutualismo che vanno al di là dello scambio di beni materiali e che inaugurano un nuovo modo di relazionarsi agli altri». 

E prosegue: «Quello che ci aspetta nel passaggio alla seconda fase non è solo mantenere la distanza sociale e i dispositivi di sicurezza, sapendo che l’esposizione al virus ci accompagnerà per molto tempo, quanto dare continuità a questo sentimento di vicinanza che è cresciuto nell’isolamento e nell’attesa di un tempo altro che nessuno poteva prevedere. Abbiamo imparato a condividere virtualmente pensieri, parole, saperi, esperienze, a scambiarci pratiche e ricette, a giocare e mangiare insieme con skype o videochiamate. In breve abbiamo riscoperto l’importanza degli altri nelle vite di ciascuno: la mancanza del contatto ci ha fatto R l’importanza delle relazioni affettive, dell’amicizia, dell’aver cura di noi stessi e di chi ci circonda. Nel paradosso di questa situazione subita nell’angoscia e nel timore, abbiamo ridato ordine e priorità a ciò che veramente conta, a dare senso e valore a piccoli gesti quotidiani, come la tenerezza, un sorriso a distanza, lo scambio di sguardi carichi di comprensione. Tutto questo non può andare perduto, se vogliamo trovare un senso a questa straordinaria esperienza, se vogliamo costruire insieme orizzonti sociali di speranza, se vogliamo combattere le diseguaglianze, le ingiustizie, le prevaricazioni, la corruzione, gli opportunismi, la povertà indotta dobbiamo cominciare da qui». 

Il punto di Paolo Vittoria

Paolo, sorridendo, ma con amarezza, rilancia: «Chi è l’ultimo? La riflessione di Simona mi porta proprio in fondo in fondo alla fila. Nelle desolanti immagini provenienti dagli Stati Uniti, dove poveri senza tetto sono stati smistati in un grande parcheggio, anch’essi ad una distanza di sicurezza per rispettare il distanziamento sociale imposto dalla situazione attuale. Non c’è spazio per loro, non c’è nessuna opportunità, ma c’è ospitalità: in un parcheggio. Ma sono loro gli ultimi o la fila continua? Proprio nel Paese, emblema fino ad oggi del (falso) benessere, chi non ha un’assicurazione medica non può curarsi, non può avere accesso al sistema di salute, non può chiamare un’ambulanza, ma ha un parcheggio di comodo cemento pronto per accoglierlo. Quindi, fermiamoci a riflettere: sta accadendo qualcosa di inedito, si sono bloccati i motori economici, ma questo virus, veleno per l’uomo, sembra essere una cura per l’ambiente. La Terra ricomincia a respirare, i fondali marini tornano limpidi ed i pesci si riappropriano del loro habitat cosi come gli animali si riappropriano dei propri spazi, mentre l’aria torna tersa, limpida e lo smog sembra lontano. A questo punto, sembra lecito chiedersi: quanto questo modello di sviluppo in atto risulti distruttivo per l’ambiente e per l’umano? Ed ancora, quanto è ancora valido questo modello di sviluppo? Un modello, come ben sappiamo, basato sul consumismo usa e getta sino a quando potrà reggere considerando le risorse limitate della terra? Inoltre, tale modello porta ad uno squilibrio tra tempo-vita-lavoro da una parte e dall’altra ad un sistema educativo in parte asservito ad esso. Tornando ancora agli Stati Uniti, altre considerazioni sono da farsi ad esempio: chi si iscrive all’università deve pagare così tanti soldi da indebitarsi per tutta la vita e diventare schiavo delle banche. Il virus, che ci ha colpito, ha smascherato e messo a nudo le nefandezze del genere umano: si incomincia da un sistema economico, dove il profitto è l’unica ragione di essere e dove solo il consumo sfrenato insieme ad una sovraproduzione, o una competizione agguerrita sono i cardini principali di un sistema economico che non è più sostenibile. Ci ha messo di fronte alla miseria del capitalismo. Mi preoccupa se la risposta a questa crisi verrà da un sistema di sorveglianza digitale delle nostre vite. Questo è un processo in atto e bisogna essere molto attenti perché può diventare un braccio armato di questo sistema che annulla le voci critiche. Potrebbe essere una strada senza ritorno. Io credo, invece, ad una grammatica della relazione che va verso la comunità, per una relazione solidale, vitale in grado di superare questo modello obsoleto, smascherare le sue falsità e le sue abili strategie di consenso. In questo senso, credo che l’educazione abbia una responsabilità nell’interrogarsi non tanto nel quando, ma nel come ripartire e se è giusto ripartire o cambiare completamente direzione». 

A questo punto, un ulteriore considerazione di Carla ci aiutare a capire la difficoltà di affrontare la fase 2: «Molti studiosi indicano che prima di allentare il lockdown e tornare progressivamente a una ripresa delle attività produttive e sociali, il Governo dovrebbe analizzare alcuni indicatori, come illustrati dall’epidemiologo prof. Pierluigi Lopalco: “Quanti tamponi per 1.000 abitanti si riesce a fare in una settimana? Quanti tamponi sul totale risultano positivi? Qual è la quota di casi di Covid-19 registrati dal sistema di sorveglianza di cui non si conosce l’origine? Quanti focolai di trasmissione (catene di contagio) sono ancora aperti? Qual è la quota di casi Covid-19 che giungono alla segnalazione per la prima volta come ‘casi gravi’? Esiste un sistema di sorveglianza di ‘tosse e febbre’ diffusa sul territorio attraverso pediatri di famiglia e medici di medicina generale che segnali precocemente eventuali focolai epidemici? Esiste un sistema di allerta che in tutti gli ospedali del territorio sia in grado di segnalare un eccesso di ricoveri di malattia respiratoria acuta grave?”. Inoltre bisognerebbe valutare anche i flussi dei lavoratori e le percentuali di chi usa i mezzi pubblici, in quali orari, con quale densità, e con quale modalità garantire all’interno dei mezzi di trasporto la distanza sociale ed evitare che si creino sovraffollamenti, nelle famose ore di punta». 

Tutte queste osservazioni, ribadisce Carla, «saranno la base delle nuove linee guida per evitare la formazione di nuovi focolai. Riuscirà il Governo a dare risposte a queste domande in tempi rapidi visto che, come conclude Carla, «Purtroppo i nostri cittadini sono stanchi degli sforzi sin qui compiuti e vorrebbero un significativo allentamento di queste misure o, addirittura la loro totale abolizione, e non solo loro… ma anche le imprese e le attività commerciali che vorrebbero ripartire al più presto».

Come si vede, emerge chiaramente da tutte le risposte che, se è abbastanza delineata la situazione della fase 1 a livello di reazioni dei singoli, non è altrettanto ben definito ciò che ci aspetta nella fase 2, se non la consapevolezza di dover affrontare una battaglia, forse ancor più dura, per ricominciare una nuova “normale” esperienza di vita. 

 di Bruno Marfè, Carla di Stefano,
Simona Marino, Paola Vittoria

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