Resurrezione, fede e laicità

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In articoli precedenti ho già avuto modo di mostrare il mio interesse per il tema della religione e la sua enorme potenza nel partecipare alla creazione dei vari aspetti del mondo. La religione cristiana cattolica, che mi è più vicina, è riuscita ad alimentare il pensiero e la vita di circa un terzo della popolazione globale e continua a resistere sapendosi adattare al cambiamento dei tempi pur mantenendo alcuni caratteri secolari. Mi sono chiesto quale possa uno dei suoi punti di forza e l’illuminazione mi è stata data proprio da questo periodo di sofferenza in cui giungono i giorni pasquali.

La religione cristiana cattolica ha avuto il merito di diffondere la risposta ad uno dei più grandi quesiti dell’uomo: cosa c’è dopo la morte? La resurrezione.  

Tale risposta riesce a conferire sollievo alla nostra inquietudine, al senso di vuoto che si possa provare nel solo pronunciare questo termine. Ciò che un essere umano crede in merito alla sua morte va a determinare in larga parte i suoi atteggiamenti e i suoi investimenti che avranno come scenario la propria vita. 

Secondo la visione prospettata dall’Antico Testamento, la morte abbraccerà ogni uomo ed infatti molti testi al suo interno mostrano un aspetto di rassegnazione nei confronti di quel momento. In visione pare mancare la concezione di un’idea della sopravvivenza che non induce a pensare né alla risurrezione e né all’immortalità, anzi corpo, anima e spirito sono parti non separabili dell’uomo; portava a concepire la morte come negazione della sua vitalità, l’uomo non subiva alcuna scissione ma era senza vita. 

Negli scritti biblici non pare comparire alcuna traccia di tentativi di definire la condizione dell’uomo nell’oltretomba, cosa che invece risultava essere comune nelle altre religioniQuindi la religione biblica si presenta come sobria perché l’idea di resurrezione nasce e si sviluppa dinnanzi alla vita umana concreta e terrena, e non di fronte alle immagini e alle paure dell’aldilà. La morte è la fine della comunicazione con Dio, ecco perché l’uomo ha imparato ad amare questa vita prendendo tutte le sue responsabilità che derivano dall’essere il gestore della creazione di Dio, prima di porre fine alla comunicazioni.  

Il mondo ultraterreno dell’Antico Testamento è rappresentato dalla sheol”il luogo di arrivo per chi muore, il luogo della dimenticanza, dell’assenza e di contatto con Dio e quindi in un luogo così tremendo non avrebbe senso il prolungamento della vita; ecco perché bisogna godere della vita onorando Dio. Tuttavia, questa visione non è assoluta giacché troviamo dei passaggi in cui Dio può far uscire l’uomo da questo mondo di vuoto riportandolo in vita. Dunque si può constare che nell’Antico Testamento, seppure in maniera lenta e non palesata, ci sono riferimenti alla relazione tra Dio e l’uomo che si spinge oltre la morte, giacché Dio è il Signore della vita e della morte.  

Nel Nuovo Testamento il tema della resurrezione è, invece, focalizzante e strettamente connesso alla persona di Gesù. Siamo chiaramente liberi di non crederci ma dobbiamo prendere atto che la sua resurrezione è il primo dato delle fede cristiana: la genesi della Chiesa si basa sulla predicazione pasquale, e cioè i giorni in cui il Messia accetta la morte per poi risorgere. La vita di Gesù e i suoi insegnamenti divennero validi e significativi per gli altri uomini alla luce della pasqua, perché Gesù non solo fu maestro di valori morali, ma portò a compimento il piano di Dio, mediante la risurrezione promessa per i fedeli incoraggiandoli e infondendo energia nell’anima.  

Questo evento straordinario riesce ad essere triplice. Innanzitutto conferma la piena della divinità che risiede in Gesù in quanto compie un atto impossibile per ogni essere umano, egli vince la morte; in secondo luogo è la rivelazione suprema del Dio trinitario: del Padre, che acconsente ed accetta il sacrificio redentore di Gesù glorificandolo e risuscitandolo per poi elevarlo alla sua destra, del Figlio che con la sua incarnazione, mezzo di salvezza è meritevole dell’esaltazione gloriosa; e dello Spirito Santo, che è Spirito sia di vita che di resurrezione. 

La vittoria della morte ed il ritorno ad una vita su un piano superiore, rappresentano la promessa di speranza e salvezza.

La morte di Gesù, a partire dalla proclamazione pasquale, viene intesa come evento salvifico in quanto il suo decesso è avvenuto per i nostri peccati e alla risurrezione è attribuita proprio la funzione di redimerli. È la chiave di volta della speranza, la vita che trionfa sulla morte rappresenta la possibilità per gli ultimi, i giusti, provati e perseguitati nella possibilità di entrare nella gloria salvifica del Signore.  

La riflessione che un uomo compie sulla morte determina il suo comportamento di vita, quindi la fede nella risurrezione non si esaurisce nell’assentire un dogma e nel prender atto di un fatto storico, bensì consiste anche nel partecipare attivamente e positivamente alle varie manifestazioni in cui si realizza la vita ma bisogna prestare attenzione poiché non bisogna cadere in un atteggiamento, egocentrico canalizzando ogni aspetto della vita su sé stessi. La resurrezione appare quindi come la possibilità, spesso, di poter riabbracciare i propri cari, e quindi si aggrappa ancora di più alla vita.  

Ritengo che la fede sia un dono e che quindi, chi non lo riceve o non sappia coltivarlo, deve ugualmente provare ad agire per il meglio verso di sé e della comunità, “praticare atti di gentilezza privi di senso”, e che la possibilità di stringere nuovamente i propri cari possa avvenire nel ricordo.  

 

di Salvatore Sardella

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