Regionalismo differenziato: la nazione è divisibile

104
informareonline-regionalismo-differenziato

L’Italia sempre più spesso, sembra far fatica a considerarsi “una e indivisibile”.

Certo, da uno Stato nato non per un coeso moto di unione non ci si può aspettare una totale armonia di intenti, ma quanto meno sarebbe auspicabile non continuare a perpetrare dei meri interessi politici con generano ripercussioni nella società. Manifesto recente di tale lacerazione è il regionalismo differenziato.

L’articolo 116 al comma 3, introdotto con la riforma costituzionale del 2001, riconosce la possibilità al Parlamento di attribuire, mediante legge ordinaria, alle regioni “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” tramite un’intesa fra lo Stato e la regione che ne ha interesse.

Si tratta di una procedura alquanto complessa e mai applicata, ma che ora entra prepotentemente in gioco sotto le richieste di maggiore autonomia di tre regioni: Emilia Romagna che chiede autonomia su 18 materie a disposizione, mentre Lombardia e Veneto la richiedono sulle 23 materie.

Al termine della legislatura guidata da Gentiloni sono iniziati, su iniziativa delle regioni, i negoziati che stavano assumendo un ruolo nevralgico anche nel contratto di Governo tra Lega e M5S. Con il cambiamento politico avvenuto di recente, si supponeva che questo tema venisse abbandonato ma, invece, è rimasto ben inserito nell’agenda dei prossimi lavori.

L’obbiettivo delle tre regioni, capeggiate dal Veneto, è quello di una maggiore gestione soprattutto economica che porterebbe a trattenere nel loro territorio circa il 90% delle principali imposte erariali come Irpef, Iva, Ires. In sostanza, attualmente, lo Stato gestisce 751,9 miliardi di imposte sociali pagate dai cittadini e che subirebbero una riduzione di 190 miliardi che, invece, andrà ad incrementare le risorse gestite dalle Amministrazioni delle tre regioni (+43 miliardi per l’Emilia-Romagna, +106 miliardi per la Lombardia, +41 miliardi per il Veneto), e si assisterà così ad una diminuzione del 25% delle risorse dello Stato.

Se la paventata situazione si realizzasse, il Governo dovrà molto probabilmente operare dei tagli ai servizi culturali, sociali, le infrastrutture e anche ai servizi sanitari.

Proprio la Sanità è, forse, il settore più delicato poiché, già attualmente, si presenta come quello con le maggiori diseguaglianze. Il diritto alla salute è inalienabile come sancito dalla Costituzione all’articolo 32 e che è strutturalmente legato al principio dell’uguaglianza sostanziale e altrettanto strettamente alla libertà personale. La carta fondamentale della Repubblica Italiana lo ritiene anche interesse della collettività, poiché essa garantisce cure gratuite agli indigenti.

È bene ricordare le parole di Stefano Rodotà che sul tema del diritto alla salute si esprimeva così: “È un elemento costitutivo della persona e della sua cittadinanza”, ecco quindi che il Servizio sanitario nazionale, nella sua ispirazione originaria, dovrebbe fare da collante per evitare che si creino differenze abissali, condizionate dall’appartenenza ad un territorio piuttosto che ad un altro.

Appare chiaro che il regionalismo differenziato, potrebbe comportare delle problematiche notevoli in disparati settori soprattutto al Sud, che subirà un vero e proprio danno finanziario che si riverserà innanzitutto sui servizi e i beni a disposizione della collettività.

A tale ragione, sarebbe auspicabile un intervento del Parlamento a cui proprio l’articolo 116 riconosce la possibilità di tutelare l’unità nazionale a fronte di richieste autonomistiche avanzate dalle Regioni che potrebbero danneggiarla.

In conclusione c’è da rilevare come un uso politico-strumentale della Costituzione senza osservare i limiti che essa impone, i diritti e i principi basilari riconosciuti, sia sempre poco apprezzabile.

di Salvatore Sardella

Print Friendly, PDF & Email