informareonline referendum giustizia era necessario? misure cautelari aspetti amministrativi

Referendum sulla giustizia: il voto era davvero necessario?

Fabio Russo 31/05/2022
Updated 2022/05/31 at 5:15 PM
6 Minuti per la lettura

Una premessa metodologica: non condivido l’impostazione secondo la quale 4 dei 5 quesiti riguarderebbero la giustizia. A mio modo di vedere la catalogazione è fuorviante. In realtà se per giustizia si intende ogni singolo aspetto che riguarda l’apparato della pubblica amministrazione collegata al Ministero della Giustizia, l’indicazione sarebbe corretta; se invece, come ritengo, per giustizia – o per quella che dovrebbe essere la Giustizia per il comune sentire – si intende l’insieme delle norme che regolano il procedimento penale, allora l’indicazione è approssimativa.

IL NOCCIOLO DELLA QUESTIONE

Seguendo questa linea di ragionamento emerge che l’unico vero quesito in materia di giustizia sia quello che riguarda le misure cautelari. Esso affronta un tema di grande civiltà, a mio modesto parere, in quanto mira ad eliminare l’applicazione delle misure cautelari nei confronti di soggetti indiziati di aver commesso determinate ipotesi di reato quando sussiste il pericolo di recidiva, ovvero di commettere reati della stesse specie usando un tecnicismo. Il quesito mira ad abrogare la norma di cui all’art. 274 comma 1 lett. c) del codice di procedura penale.

La restrizione della libertà dovrebbe essere realmente l’extrema ratio al quale ricorrere in casi limitati. Ed invece l’esigenza cautelare del prevenire la commissione di altri reati appare un indebito allargamento della sfera discrezionale del magistrato, fondando l’arresto su valutazioni prognostiche sovente svincolate da dati concreti, che spesso ha determinato la privazione delle libertà di soggetti poi risultati innocenti.

UN REFERENDUM DI TROPPO

Gli altri 3, invece, attengono ad aspetti amministrativi dell’organizzazione della magistratura, ma che non vanno ad incidere nelle dinamiche rituali del procedimento penale. Infatti la composizione dei consigli giudiziari, l’eliminazione del principio che contempla una soglia di firme per proporre la propria candidatura nell’organo di controllo della magistratura ed infine la separazione delle funzioni (attenzione non delle carriere) tra magistratura giudicante ed inquirente, rappresentano evidentemente questioni che in senso largo rientrano nel pianeta dell’Amministrazione della Giustizia, ma che tecnicamente sono questioni eccentriche rispetto alla sistema Giustizia inteso come insieme delle norme che regolano il processo penale.

Ciò premesso, ritengo davvero sorprendente che si debba scomodare lo strumento referendario per spingere i cittadini a decidere su questioni così tecniche e distanti dalla loro realtà quotidiana (fatta eccezione per il quesito sulle misure cautelari e sulla legge Severino). Si tratta di tematiche che dovrebbero trovare regolamentazione nella legge, senza scomodare il corpo elettorale. Difatti, se non si fosse pensato ad un election day (abbinando i referendum alle amministrative) i votanti a mio avviso si sarebbero contati sulle dita di una mano.

Mi domando, quale interesse potrebbe spingere il cittadino medio a recarsi alle urne per decidere se aumentare i poteri della componente laica dei consigli giudiziari?  Appare evidente che la questione possa destare interesse solo verso la platea degli addetti ai lavori, che possono stimarne l’efficacia o meno.

Ugualmente dicasi per il meccanismo per consentire ai magistrati di candidarsi al Consiglio Superiore della Magistratura. Quella del superamento del correntismo nella magistratura è certamente un tema importante, ma che non può essere rimesso alla valutazione del corpo elettorale con un quesito referendario. Un cittadino che compie la sua scelta deve percepire il peso del suo voto, deve comprendere la portata della questione posta alla sua determinazione. In questo caso si tratterebbe, nella maggior parte dei casi, di una croce messa a casaccio seguendo qualche slogan partitico o mediatico. Il referendum dovrebbe essere lo strumento attraverso il quale si fanno valere questioni di rilevante importanza per i cittadini, che hanno immediati risvolti nella vita economica, lavorativa e sociale del paese, temi di profondo spessore etico che il cittadino comprende e avverte come suoi. Utilizzarlo per regolare aspetti di nicchia è come voler utilizzare una Ferrari per andare a fare la spesa.

Come la questione della separazione delle funzioni: sappiamo che se prevalesse il SI, chi svolge la funzione giudicante non potrà decidere di passare nella magistratura inquirente, e viceversa. Senza voler sminuire la portata della questione, risulta lampante l’opportunità che sia il Legislatore a doverne regolare le condizioni.

Altro valore avrebbe avuto l’eventuale questione della separazione delle carriere, che il referendum non toccherà, certamente foriera di riflessi importanti nelle dinamiche del processo penale.

Su altro piano gli altri due referendum, quello sulle misure cautelari, trattato antecedentemente, e l’altro che si propone di eliminare l’automatica incandidabilità, ineleggibilità e decadenza di parlamentari, membri del governo, consiglieri regionali, sindaci e amministratori locali, che hanno riportato una sentenza di condanna anche non definitiva. Un meccanismo che certamente può essere eccessivamente afflittivo per coloro che successivamente riescono in sede processuale a dimostrare la loro estraneità alle accuse. Abrogando l’art. 11 del D.lgs n. 235/2012 (cd Legge Severino) si eliminerebbe l’automatismo, rimettendo il tutto alla valutazione caso per caso del magistrato.

Condividi questo Articolo
Lascia un Commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *