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Referendum Giustizia, il 12 giugno si vota: tutti i quesiti, i temi e le spiegazioni

Patience Montefusco 29/05/2022
Updated 2022/05/29 at 12:46 PM
22 Minuti per la lettura

Il prossimo 12 giugno i cittadini italiani saranno chiamati a votare per il Referendum abrogativo, promosso dalla Lega e dal Partito Radicale, in materia di giustizia.

Indice
Il referendum ha ad oggetto 5 quesiti:Tutto ciò avviene in virtù di un automatismo, ad eccezione dei parlamentari per i quali la decadenza non è mai automatica essendo previsto un procedimento specifico in Parlamento. Ciò che si contesta all’applicazione di questa legge è il fatto che, nella maggior parte dei casi, il pubblico ufficiale condannato sia in prima battuta sospeso e costretto alle dimissioni, in seconda battuta assolto in virtù del riconoscimento dell’innocenza.

Se vincesse il si, si avrebbe la cessazione di tale automatismo, ponendo i giudici nella facoltà di decidere, di volta in volta, se, in caso di condanna, occorra applicare o meno anche l’interdizione dai pubblici uffici.Il 31%, un detenuto ogni tre, è in galera nonostante non sia stato ancora dichiarato colpevole. Inoltre, l’Italia si conferma il quinto paese dell’UE ad avere un altissimo tasso di detenuti in custodia cautelare. Dal punto di vista economico, invece, i casi di ingiusta detenzione (circa 750 casi nel 2020) sono costati allo Stato quasi 37 milioni di euro di indennizzi. La custodia cautelare, così concepita, è uno strumento di cui si abusa ed è
in aperto contrasto con l’art.27 c.2 della Costituzione.

Se vincesse il si, la carcerazione preventiva resterebbe in vigore solo per chi commette reati più gravi (delitti con uso di armi o altri mezzi di violenza personale o diretti contro l’ordine costituzionale ovvero delitti di criminalità organizzata) e si abolirebbe la possibilità di procedere alla privazione della libertà in ragione di una possibile “reiterazione del medesimo reato”. La “reiterazione del medesimo reato” è il presupposto giuridico più utilizzato per applicare la custodia cautelare.

Il referendum ha ad oggetto 5 quesiti:

Primo quesito: Abolizione del Decreto Severino

Il quesito: «Volete voi che sia abrogato il Decreto Legislativo 31 dicembre 2012, n. 235 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190)?».

Secondo i promotori del referendum, “la decadenza automatica di sindaci e amministratori locali condannati ha creato vuoti di potere e la sospensione temporanea dai pubblici uffici di innocenti poi reintegrati al loro posto. Il referendum elimina l’automatismo e restituisce ai giudici la facoltà di decidere se applicare o meno l’interdizione dai pubblici uffici”.

Tema: Incandidabilità

Il decreto Severino stabilisce che chi sia stato condannato in via definitiva a più di due anni di reclusione per aver commesso determinate tipologie di reati, non possa né candidarsi alle elezioni, né tantomeno assumere cariche di governo. Per chi è già stato eletto, in caso di condanna è prevista in un primo momento la sospensione, poi subentra la decadenza laddove la condanna diventi definitiva.

Tutto ciò avviene in virtù di un automatismo, ad eccezione dei parlamentari per i quali la decadenza non è mai automatica essendo previsto un procedimento specifico in Parlamento. Ciò che si contesta all’applicazione di questa legge è il fatto che, nella maggior parte dei casi, il pubblico ufficiale condannato sia in prima battuta sospeso e costretto alle dimissioni, in seconda battuta assolto in virtù del riconoscimento dell’innocenza.

Se vincesse il si, si avrebbe la cessazione di tale automatismo, ponendo i giudici nella facoltà di decidere, di volta in volta, se, in caso di condanna, occorra applicare o meno anche l’interdizione dai pubblici uffici.

Secondo quesito: limiti agli abusi della custodia cautelare

Il quesito: «Volete voi che sia abrogato il Decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 447 (Approvazione del codice di procedura penale), risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: articolo 274, comma 1, lettera c), limitatamente alle parole: “o della stessa specie di quello per cui si procede. Se il pericolo riguarda la commissione di delitti della stessa specie di quello per cui si procede, le misure di custodia cautelare sono disposte soltanto se trattasi di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni ovvero, in caso di custodia cautelare in carcere, di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni nonché’ per il delitto di finanziamento illecito dei partiti di cui all’articolo 7 della legge 2 maggio 1974, n. 195 e successive modificazioni.”?».

Secondo i promotori del referendum, “ogni anno migliaia di innocenti vengono privati della libertà senza che abbiano commesso alcun reato e prima di una sentenza anche non definitiva. Eliminando la possibilità di procedere con la custodia cautelare per il rischio di “reiterazione del medesimo reato” faremo in modo che finiscano in carcere prima di poter avere un processo soltanto gli accusati di reati gravi”.

Tema: Misure cautelari (eliminare dalle esigenze cautelari il “pericolo di commissione di reati della stessa indole)

Nel nostro ordinamento vige il principio di non colpevolezza (art. 27, co. 2, della Costituzione) in base al quale «l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva». La custodia cautelare è una misura coercitiva con cui l’indagato viene privato della propria libertà personale nonostante non sia stato ancora riconosciuto colpevole di alcun reato. Può essere disposta laddove sussistano i gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari; le esigenze cautelari sono a) il pericolo di inquinamento delle prove b) il pericolo di fuga c) il pericolo di commissione di altri gravi reati o pericolo di commissione di reati della stessa indole. Si ricorre all’applicazione della custodia cautelare nonostante l’indagato non sia stato ancora riconosciuto colpevole di alcun reato. Questo comporta una serie di conseguenze giuridiche ed economiche di non poco conto. Da un punto di vista giuridico, infatti, il ricorso alla carcerazione preventiva comporta l’incarcerazione di soggetti che spesso risultano innocenti (i dati dimostrano che siano circa 1000 i detenuti incarcerati poi sono ritenuti innocenti).

Il 31%, un detenuto ogni tre, è in galera nonostante non sia stato ancora dichiarato colpevole. Inoltre, l’Italia si conferma il quinto paese dell’UE ad avere un altissimo tasso di detenuti in custodia cautelare. Dal punto di vista economico, invece, i casi di ingiusta detenzione (circa 750 casi nel 2020) sono costati allo Stato quasi 37 milioni di euro di indennizzi. La custodia cautelare, così concepita, è uno strumento di cui si abusa ed è
in aperto contrasto con l’art.27 c.2 della Costituzione.

Se vincesse il si, la carcerazione preventiva resterebbe in vigore solo per chi commette reati più gravi (delitti con uso di armi o altri mezzi di violenza personale o diretti contro l’ordine costituzionale ovvero delitti di criminalità organizzata) e si abolirebbe la possibilità di procedere alla privazione della libertà in ragione di una possibile “reiterazione del medesimo reato”. La “reiterazione del medesimo reato” è il presupposto giuridico più utilizzato per applicare la custodia cautelare.

Terzo quesito: Separazione delle carriere dei magistrati sulla base della distinzione tra funzioni giudicanti e requirenti

Il quesito: «Volete voi che siano abrogati: l’ “Ordinamento giudiziario”
approvato con Regio Decreto 30 gennaio 1941, n. 12, risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art. 192, comma 6, limitatamente alle parole: “, salvo che per tale passaggio esista il parere favorevole del consiglio superiore della magistratura”; la Legge 4 gennaio 1963, n. 1 (Disposizioni per l’aumento degli organici della Magistratura e per le promozioni), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art. 18, comma 3: “La Commissione di scrutinio dichiara, per ciascun magistrato scrutinato, se è idoneo a funzioni direttive, se è idoneo alle funzioni giudicanti o alle requirenti o ad entrambe, ovvero alle une a preferenza delle altre”; il Decreto Legislativo 30 gennaio 2006, n. 26 (Istituzione della Scuola superiore della magistratura, nonché’ disposizioni in tema di tirocinio e formazione degli uditori giudiziari, aggiornamento professionale e formazione dei magistrati, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera b), della legge 25 luglio 2005, n. 150), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art. 23, comma 1, limitatamente alle parole: “nonché’ per il passaggio dalla funzione giudicante a quella requirente e viceversa”; il Decreto Legislativo 5 aprile 2006, n. 160 (Nuova disciplina dell’accesso in magistratura, nonché’ in materia di progressione economica e di funzioni dei magistrati, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera a), della legge 25 luglio 2005, n. 150), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 11, comma 2, limitatamente alle parole: “riferita a periodi in cui il magistrato ha svolto funzioni giudicanti o requirenti”; art. 13, riguardo alla rubrica del medesimo, limitatamente alle parole: “e passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa”; art. 13, comma 1, limitatamente alle parole: “il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti,”; art. 13, comma 3: “3. Il passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, non è consentito all’interno dello stesso distretto, né all’interno di altri distretti della stessa regione, ne’ con riferimento al capoluogo del distretto di corte di appello determinato ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale in relazione al distretto nel quale il magistrato presta servizio all’atto del mutamento di funzioni. Il passaggio di cui al presente comma può essere richiesto dall’interessato, per non più di quattro volte nell’arco dell’intera carriera, dopo aver svolto almeno cinque anni di servizio continuativo nella funzione esercitata ed è disposto a seguito di procedura concorsuale, previa partecipazione ad un corso di qualificazione professionale, e subordinatamente ad un giudizio di idoneità allo svolgimento delle diverse funzioni, espresso dal Consiglio superiore della magistratura previo parere del consiglio giudiziario. Per tale giudizio di idoneità il consiglio giudiziario deve acquisire le osservazioni del presidente della corte di appello o del procuratore generale presso la medesima corte a seconda che il magistrato eserciti funzioni giudicanti o requirenti. Il presidente della corte di appello o il procuratore generale presso la stessa corte, oltre agli elementi forniti dal capo dell’ufficio, possono acquisire anche le osservazioni del presidente del consiglio dell’ordine degli avvocati e devono indicare gli elementi di fatto sulla base dei quali hanno espresso la valutazione di idoneità. Per il passaggio dalle funzioni giudicanti di legittimità alle funzioni requirenti di legittimità, e viceversa, le disposizioni del secondo e terzo periodo si applicano sostituendo al consiglio giudiziario il Consiglio direttivo della Corte di cassazione, nonché’ sostituendo al presidente della corte d’appello e al procuratore generale presso la medesima, rispettivamente, il primo presidente della Corte di cassazione e il procuratore generale presso la medesima.”; art. 13, comma 4: “4. Ferme restando tutte le procedure previste dal comma 3, il solo divieto di passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, all’interno dello stesso distretto, all’interno di altri distretti della stessa regione e con riferimento al capoluogo del distretto di corte d’appello determinato ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale in relazione al distretto nel quale il magistrato presta servizio all’atto del mutamento di funzioni, non si applica nel caso in cui il magistrato che chiede il passaggio a funzioni requirenti abbia svolto negli ultimi cinque anni funzioni esclusivamente civili o del lavoro ovvero nel caso in cui il magistrato chieda il passaggio da funzioni requirenti a funzioni giudicanti civili o del lavoro in un ufficio giudiziario diviso in sezioni, ove vi siano posti vacanti, in una sezione che tratti esclusivamente affari civili o del lavoro. Nel primo caso il magistrato non può essere destinato, neppure in qualità di sostituto, a funzioni di natura civile o miste prima del successivo trasferimento o mutamento di funzioni. Nel secondo caso il magistrato non può essere destinato, neppure in qualità di sostituto, a funzioni di natura penale o miste prima del successivo trasferimento o mutamento di funzioni. In tutti i predetti casi il tramutamento di funzioni può realizzarsi soltanto in un diverso circondario ed in una diversa provincia rispetto a quelli di provenienza. Il tramutamento di secondo grado può avvenire soltanto in un diverso distretto rispetto a quello di provenienza. La destinazione alle funzioni giudicanti civili o del lavoro del magistrato che abbia esercitato funzioni requirenti deve essere espressamente indicata nella vacanza pubblicata dal Consiglio superiore della magistratura e nel relativo provvedimento di trasferimento.”; art. 13, comma 5: “5. Per il passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, l’anzianità di servizio è valutata unitamente alle attitudini specifiche desunte dalle valutazioni di professionalità periodiche.”; art. 13, comma 6: “6. Le limitazioni di cui al comma 3 non operano per il conferimento delle funzioni di legittimità di cui all’articolo 10, commi 15 e 16, nonché, limitatamente a quelle relative alla sede di destinazione, anche per le funzioni di legittimità di cui ai commi 6 e 14 dello stesso articolo 10, che comportino il mutamento da giudicante a requirente e viceversa.”; il Decreto-Legge 29 dicembre 2009 n. 193, convertito con modificazioni nella legge 22 febbraio 2010, n. 24 (Interventi urgenti in materia di funzionalità del sistema giudiziario), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art. 3, comma 1, limitatamente alle parole: “Il trasferimento d’ufficio dei magistrati di cui al primo periodo del presente comma può essere disposto anche in deroga al divieto di passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti e viceversa, previsto dall’articolo 13, commi 3 e 4, del Decreto Legislativo 5 aprile 2006, n. 160.”?».

Secondo i promotori del referendum, “ci sono magistrati che lavorano anni per costruire castelli accusatori in qualità di PM e poi, d’un tratto, diventano giudici. Con un sì chiediamo la separazione delle carriere per garantire a tutti un giudice che sia veramente “terzo” e trasparenza nei ruoli. Il magistrato dovrà scegliere all’inizio della carriera la funzione giudicante o requirente, per poi mantenere quel ruolo durante tutta la vita professionale. Basta con le “porte girevoli”, basta con i conflitti di interesse che spesso hanno dato luogo a vere e proprie persecuzioni contro cittadini innocenti”.

Tema: Incompatibilità tra funzione giudicante e requirente

La separazione delle carriere in base alla funzione giudicante o requirente esercitata dal magistrato, è un tema dibattuto da anni nella classe politica. La funzione requirente è esercitata dai magistrati che svolgono attività di pubblico ministero: conducono indagini, esprimono richieste e pareri; la funzione giudicante, invece, è svolta dai giudici il cui ruolo è decidere sulle controversie. Affinché siano garantite imparzialità, trasparenza e terzietà nell’esercizio della funzione giurisdizionale, il magistrato è chiamato a scegliere sin dall’ingresso in magistratura il ruolo da coprire, senza alcuna possibilità di poter svolgere una funzione diversa da quella intrapresa.

Se vincesse il si, il magistrato sarà tenuto a scegliere all’inizio della carriera la funzione giudicante o requirente, senza possibilità di cambiare ruolo nel corso della vita professionale.

Quarto quesito: Equa valutazione dei magistrati

Il quesito: «Volete voi che sia abrogato il Decreto Legislativo 27 gennaio 2006, n. 25 (Istituzione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e nuova disciplina dei Consigli giudiziari, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera c) della legge 25 luglio 2005 n. 150), risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 8, comma 1, limitatamente alle parole “esclusivamente” e “relative all’esercizio delle competenze di cui all’articolo 7, comma 1, lettere a)”; art. 16, comma 1, limitatamente alle parole: “esclusivamente” e “relative all’esercizio delle competenze di cui all’articolo 15, comma 1, lettere a), d) ed e)”?».

Secondo i promotori del referendum, “la valutazione della professionalità e della competenza dei magistrati è operata dal CSM che decide sulla base di valutazioni fatte anche dai Consigli giudiziari, organismi territoriali nei quali, però, decidono solo i componenti appartenenti alla magistratura. Questa sovrapposizione tra “controllore” e “controllato” rende poco attendibili le valutazioni e favorisce la logica corporativa. Con il referendum si vuole estendere anche ai rappresentanti dell’Università e dell’Avvocatura nei Consigli giudiziari la possibilità di avere voce in capitolo nella valutazione”.

Tema: Partecipazione dei membri laici e ruolo dei consigli giudiziari

I Consigli giudiziari sono organismi territoriali composti non soltanto da magistrati, ma anche da avvocati e professori universitari in materie giuridiche, i cosiddetti membri “non togati”. Questa componente laica, che rappresenta un terzo dell’organismo, ha solo un ruolo di “spettatore”, in quanto non prende parte alle discussioni e alle votazioni relative alle competenze dei magistrati, poiché solo i magistrati possono vigilare e giudicare gli altri magistrati. Tutto ciò contrasta con i valori costituzionali, nella misura in cui è previsto che nel CSM ci sia una componente non togata con eguali poteri dei componenti magistrati.

Se vincesse il sì, anche i membri “non togati”, ossia avvocati e professori universitari, potrebbero prendere parte alla valutazione dell’operato dei magistrati.

Quinto quesito: Riforma del Csm

Il quesito: «Volete voi che sia abrogata la Legge 24 marzo 1958, n. 195 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della Magistratura), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: articolo 25, comma 3, limitatamente alle parole “unitamente ad una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta. I magistrati presentatori non possono presentare più di una candidatura in ciascuno dei collegi di cui al comma 2 dell’articolo 23, né possono candidarsi a loro volta”?».

Secondo i promotori del referendum, “il Consiglio superiore della magistratura (CSM) è l’organo di autogoverno dei magistrati e ne regola la carriera. Per due terzi è composto da magistrati eletti. Oggi su capacità e competenza prevale il sostegno delle correnti: con il sì al referendum se ne elimina il peso nella selezione delle candidature, colpendo il “correntismo” e il condizionamento della politica sulla giustizia”.

Tema: Il ruolo delle “correnti” nella magistratura

Il Consiglio Superiore della Magistratura è un organo previsto dalla Costituzione che ha lo scopo primario di garantire autonomia e indipendenza della magistratura. È presieduto dal Presidente della Repubblica che è membro di diritto al pari del Presidente della Suprema Corte di Cassazione e del Procuratore Generale presso la stessa corte. Gli altri 24 componenti sono eletti per due terzi dai magistrati, scelti tra i magistrati, mentre il restante terzo viene eletto dal Parlamento in seduta comune. Laddove un magistrato decida di candidarsi nel CSM deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme e, pertanto, nei fatti deve avere il sostegno di una delle correnti. Le correnti più conosciute sono Magistratura indipendente, Unicost e Area. Le correnti possono essere classificate come veri e propri “partiti” dei magistrati che influenzano le decisioni prese dall’organo, hanno un peso importante in materia di assegnazione di incarichi ai suoi componenti, trasferimenti e nuove destinazioni dei magistrati. In quest’ottica, le correnti non sempre garantiscono equità e giustizia.

Se vincesse il si, il magistrato che voglia candidarsi, non è più costretto a trovare da 25 a 50 firme per presentare la propria candidatura perché ciò impone di ottenere il consenso delle correnti o l’obbligo di esserne iscritti. In tal modo si tornerebbe ad applicare la legge del 1958, che stabiliva che tutti i magistrati in servizio potessero essere eletti come membri del CSM presentando semplicemente la propria candidatura. In tal modo le votazioni sarebbero più eque poiché andrebbero a considerare di primaria importanza il magistrato e le sue qualità professionali, piuttosto che gli interessi delle correnti a cui sono iscritti.

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