Il 29 settembre scorso, in occasione del mese mondiale per l’Alzheimer e grazie alla Fondazione il Melo Onlus – Luigi Figini si è tenuta a Gallarate la prima Convention in Italia su “Realtà virtuale in soggetti con impairment cognitivo” che, alla presenza di un clamoroso team di luminari, guidati dallo scienziato professore Antonio Giordano, ha dato il via ad una sperimentazione internazionale prima nel suo genere.

Quella stessa realtà virtuale spesso sotto accusa potrebbe in effetti  essere applicata per un fine molto più alto su pazienti affetti da deficit cognitivo.

Scopo del Convegno è stato quello di presentare agli operatori del settore medico-scientifico, agli organi di stampa e comunicazione ed al grande pubblico, l’ innovativo progetto di ricerca che si propone di migliorare, attraverso l’applicazione della realtà virtuale, la qualità della vita dei soggetti affetti da deficit cognitivo, dal morbo di Alzheimer alla demenza senile.

L’ambizioso progetto nasce dall’instancabile, filantropico impegno dello scienziato partenopeo, Antonio Giordano, presidente della Sbarro Health Research Organization di Philadelphia in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche, e la Fondazione IL MELO, da anni impegnata con soggetti affetti da impairment cognitivo.

Il Morbo di Alzheimer è una grave patologia che può colpire sia gli uomini che le donne con il progredire dell’età ed il cui impatto, non solo per chi ne è colpito in prima persona ma anche per i familiari dei pazienti, è talmente alto da essere considerato un vero e proprio problema sociale proprio per le problematiche legate alla cura dei pazienti affetti da questa patologia. Le principali sono connesse ai sintomi più evidenti del morbo, cioè i gravi problemi legati alla memoria, al comportamento e al normale agire quotidiano.

L’obiettivo della ricerca è aiutare questi pazienti a non perdere le loro normali capacità legate al vivere quotidiano attraverso le applicazioni della Realtà Virtuale (RV). Indossando il caschetto, i pazienti hanno delle visualizzazioni interattive tridimensionali che defocalizzano la loro attenzione dagli stimoli esterni dandogli la sensazione di far parte di quell’ambiente simulato. Queste esperienze immersive potrebbero essere usate nei malati di Alzheimer per la prevenzione delle cadute e per addestrarli nello svolgimento delle normali mansioni della vita quotidiana. La RV va applicata in ambienti completamente sicuri per il soggetto il quale, guidato da un operatore virtuale e completamente monitorato nei suoi esercizi, anche da un punto di vista biofisiologico, può allenarsi nel compimento delle attività usuali della quotidianità. Nei casi con forme di demenza più lievi, gli ambienti virtuali possono conseguire il potenziamento fisico e delle capacità visuo-spaziali (tramite ad esempio la ricerca di oggetti sugli scaffali di un supermercato), rimanendo in un ambiente sicuro e controllato. Alcuni test di memoria di posizione dell’oggetto (object-location memory task), eseguiti su un terreno virtuale, sono inoltre in grado di rilevare, in adulti sani, prima che compaiano i sintomi, il morbo di Alzheimer.

La progressione della demenza sospende la persona tra un presente esistenziale vivo e reale ed uno spazio-tempo della mente totalmente estraneo.
La dimensione del presente è enfatizzata da un passato dai ricordi sempre più lontani e confusi e da un futuro privo di ogni proiezione progettuale, ed il delirio trasporta continuamente la mente in un altro spazio ed un altro tempo per cui il malato di demenza è contemporaneamente presente e assente, qui e altrove, in una condizione per cui la vita quotidiana richiede imperiosamente di essere affrontata ed agita e contemporaneamente si presenta come una realtà sfuggevole e non più dominabile, dai contorni imprecisi, punteggiata da percorsi divenuti impervi per il progressivo appannamento di sequenze logiche e prassie perdute.

La persona affetta da Alzheimer è così in perenne conflitto tra desiderio di attività e frustranti rinunce, tentativi velleitari e sconfitte cocenti, volontà di autonomia ed abulica dipendenza, così che la prima e più dolorosa “perdita” del malato, prima ancora dell’archivio della memoria e della progettualità del futuro, è proprio l’impossibilità di vivere l’unica dimensione vitale realmente rimasta: il presente.

Alla stregua di chi vive con un arto amputato, la persona affetta da demenza si vede amputata la vita quotidiana, privata dell’autonomia nella gestione dei tempi e delle gestualità quotidiane che avevano caratterizzato le sue giornate di una vita intera, costretta a rinunciare alle abitudini ed alle iniziative che ne avevano personalizzato il profilo, con il relativo crollo delle relazioni micro e macrosociali che ne supportavano il percorso e l’autostima.

E, così come la protesi ortopedica va a colmare il deficit anatomico del paziente sull’arto leso, così l’operatore relazionale a contatto con la persona demente è chiamato a fornire al paziente ciò che gli manca per essere il più possibile autonomo nel vivere la propria vita quotidiana e, come un buon intervento protesico richiede, senza sostituirsi al paziente, ma supportandolo quanto basta perché ritrovi la sua autonomia.

Una protesi di questa natura, se da un lato necessita dell’apporto relazionale del care giver, della sua capacità di “leggere” il bisogno dell’altro e di supportarne le motivazioni anche quando sono inespresse senza invalidarne l’autonomia, dall’altro chiama in causa inevitabilmente fattori ambientali e dimensioni sociali più ampie e complesse.
In questo la cultura protesica rivela un potenziale che va molto oltre una buona pratica assistenziale, allargandosi ad abbracciare territori che mettono in gioco elementi logistici, gestionali e sociali complessi: un ambiente, un paese costruito a misura del paziente dove l’arredo deve essere protesico, la casa deve essere protesica, il villaggio che raccoglie case, negozi e servizi deve essere protesico, la comunità sociale in cui il progetto si inserisce deve essere protesica, i tempi e le attività domestiche devono rispondere ad una logica protesica, i set assistenziali degli operatori devono essere organizzati in chiave protesica, gli operatori degli esercizi commerciali e dei laboratori devono essere formati ad una logica protesica.

Da qui si ben comprende l’importanza della progettazione del “Villaggio Alzheimer”, un ambiente protetto che vuole preservare una vita normale per le persone affette da questa malattia degenerativa, una sorta di paese nel paese costituito da alcune case che ospitano i pazienti ed una piazza su cui si affacciano negozi, e spazi comuni, un’utopia che diventa progetto e struttura di vita reale e che non risponde a logiche di adattamento di strutture preesistenti nate su altri presupposti, ma ad un nuovo, originale, inedito percorso coerente con le esigenze specifiche dei destinatari.

La sperimentazione della Realtà Virtuale si pone sia come opportunità per accompagnare protesicamente il percorso di malattia, sia in chiave di “training” nelle fasi iniziali che come “relaxing” nei contesti più avanzati e terminali, così come la progettazione del villaggio Alzheimer altro non è che l’aspirazione ad una protesicità integrale estesa all’intero arco della giornata.

“La risposta è stata ottima – ha affermato il professore Antonio Giordano – ed ha suscitato un incredibile interesse tra gli addetti ai lavori, ma anche tra gli esperti di bioingegneria, psicologia, matematica e di nuove tecnologie. Questo programma di ricerca ha bisogno di apporti multidisciplinari che potranno contribuire a dar vita al progetto.
A beneficiare dei progressi fatti con questo protocollo non saranno solamente i pazienti colpiti da Alzheimer, ma anche quelli affetti da altra patologie.
Tra il pubblico erano presenti molti giovani che, già nel percorso scolastico pre-universitario, restano affascinati dall’utilizzo di una tecnologia come quella della realtà virtuale anche per migliorare la qualità della vita.
A loro dobbiamo guardare con particolare attenzione: in questo campo dobbiamo sempre essere proiettati al futuro. Concetto che la Fondazione il Melo – Luigi Figini, in modo pioneristico ha messo in campo mostrando un interesse superiore anche rispetto ad altre realtà ben più strutturate.”
Oltre al Professore Antonio Giordano, fra le eccellenze presenti: ing. Giuseppe De Pietro, professore Fabio Lucidi, dott. Marco Predazzi, dott. Andrea Chirico, ing. Luigi Gallo, dott. Giuseppe Caggianese, dott. Pietro Neroni, dottoressa Paola Indovina, dottoressa Angela Romano.

 

Girolama – Mina Iazzetta