“Racconta sempre quello che sei”, Franco Ricciardi: dalle origini al grande successo

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Artista poliedrico e autore di molteplici capolavori della musica partenopea moderna, Franco Ricciardi (pseudonimo di Francesco Liccardo) merita di sicuro un posto di rilievo nella schiera di coloro che Napoli l’hanno raccontata, che con tutte le loro forze e fino all’ultima scintilla d’arte che avevano in corpo, hanno cercato di riscattarla.
Negli ultimi anni Ricciardi ha dato lo sprint definitivo ad una carriera già ben avviata, sprint che gli ha permesso di essere riconosciuto e apprezzato non solo dai napoletani, e forse, non solo dagli italiani. Veicolo di molte sue canzoni sono state varie opere cinematografiche tra cui “Ammore e malavita” e “Song’e Napule” dei Manetti Bros., “Reality” di Matteo Garrone e molti altri.

È difficile raccontare Napoli e i napoletani?

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«No, non è così difficile. Napoli è un luogo bellissimo e anzi si fa raccontare, già da sola ha tantissime cose da dire agli altri».

Nel 2014 e nel 2018 sei stato premiato ai David di Donatello per la miglior canzone originale.
Che sensazione si prova a ricevere un riconoscimento che supera l’ambito musicale e si mischia anche con quello cinematografico?

«È bello e soprattutto inaspettato. Mentirei se dicessi che nella vita mi aspettavo di vincere un David di Donatello. Essendo un premio legato prevalentemente al campo cinematografico era un sogno che nemmeno pensavo di inseguire. Ciò che più ho apprezzato del David è che sia un premio riconosciuto dallo Stato. Questo riconoscimento per me è un po’ come il vino, più passa il tempo e più per me il suo valore aumenta. Rispetto ai tantissimi live che ho fatto in vita mia, vedere la propria musica come colonna sonora delle immagini è un’emozione totalmente nuova».

Tra le molteplici collaborazioni artistiche della tua carriera qual è stata quella che più ti ha segnato?

«Tutte sono state belle, per un musicista una collaborazione rappresenta sempre un punto di confronto molto importante. Ma quella che forse ricordo con più affetto è una delle prime, fatta nel 1996 con i 99 Posse.
Dico così perché in quell’occasione abbiamo dato una sferzata a 360° a qualsiasi cosa. Inoltre noi venivamo dalla stessa città, ma da due realtà artistiche completamente diverse, eravamo tutti ragazzi che venivano dal popolo e abbiamo raccontato la nostra realtà col nostro linguaggio».

L’anno scorso sei stato ospite del festival del cinema di Castel Volturno, cosa pensi del nostro territorio?

«A me Castel Volturno piace tantissimo perché la vedo estremamente multietnica, siete abituati all’altro e questo è molto bello. Inoltre, ho sempre sognato di vedere quel litorale nelle condizioni in cui meriterebbe di essere.
Il territorio che va da Licola a Mondragone ha un gran potenziale, sia naturale che economico e potrebbe dare lavoro a tantissime persone.
Tra l’altro io ho bellissimi ricordi di quei lidi: a Mondragone, nell’agosto 1987, ho fatto il mio primo concerto in uno stabilimento che ormai non esiste più. Ricordo che quella sera con me c’era anche Gigi D’Alessio che suonava le tastiere. Ancora oggi passo spessissimo per Castel Volturno e continuo a sognare che un giorno diventi una piccola grande realtà vacanziera».

Spesso capita di vedere genitori e figli che superano il divario generazionale con la passione comune per la tua musica. Qual è il segreto per diventare un punto di riferimento per tutti?

«Io credo che il segreto risieda in primis nell’amare profondamente quello che fai. La musica è un fatto epidermico, va al di là di qualsiasi cosa.
C’è gente che canta benissimo eppure non riesce a fare breccia nel pubblico e poi ci sono altri che con due note riescono ad arrivare ovunque, perché in quello che fanno, ci credono.
Io sono sempre andato alla ricerca della verità e del vero. Se non racconti davvero quello che sei diventi come un bambino con il vestito di carnevale, che finge in modo impacciato di essere quello che non è».

di Giuseppe Spada

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N° 213 GENNAIO 2021

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