Il titolo in latino non è, né vuole essere una stravaganza letterale per catturare il lettore, ma la consapevolezza che la scena istituzionale si apre e si chiude a Roma, un tempo città imperiale con la sua lingua in latino volgare, oggi, cuore pulsante e centro delle attività di governo e dei nostri destini.

 

Vuole essere, invece, un’analisi storica della nostra comunità sociale e politica, che dovrebbe camminare secondo i dettami della Carta costituzionale che norma valori e principi legislativi da perseguire, ma che appaiono smarrirsi lungo i viali del pressappochismo e dell’arroganza concettuale ed autoritaria, consoni alla storia di una politica che fa dell’egocentrismo la sua bandiera ideologica.
È un retaggio appartenente a un passato di oscurantismo politico, da cui siamo usciti verso la fine della prima metà del secolo scorso e che in questa epoca rigurgiti inquietanti appaiono aleggiare, come ombre sul nostro panorama istituzionale e non solo.
Una profonda involuzione storica della nostra comunità che si perpetua a danno della dignità dell’uomo che gli accadimenti sociali e politici inficiano a più riprese. Eppure le stagioni cambiano, il tempo muta, ma gli organi di governo, come se fossero in altre faccende affaccendate, non mutano il corso delle aspettative.
Appare, nonostante i continui richiami del popolo, smarrito il senso della progettualità di lunga e larga visione, quando attua misure che non incidono in maniera esaustiva sulla tutela del benessere collettivo, magnificando quell’assioma gattopardesco: “tutto cambia perché nulla cambi”, che tanto pare piaccia agli attori della scena politica nostrana.
C’è troppo minimalismo da parte degli apparati istituzionali per essere ritenuti organi propulsivi, idonei a supportare le dinamiche politico-economiche, atte a mitigare le diseguaglianze sociali.
C’è troppa discrepanza tra “il dire e il fare”, tanto da affievolire quella concretezza che si chiede ai delegati del popolo.
Il popolo è sovrano, dettato dalla Costituzione, anche se “sic stantibus rebus” non appare essere buon giudice.
D’altronde, un monito latino di saggezza recita: “Veritas filia temporis”-la verità è figlia del tempo- se verità mistificate da una stucchevolezza verbale si ripetono con estrema incoerenza nel pronunciare “Stiamo lavorando per voi”.

Sono parole in libertà dal tono autoreferenziale e dal sapore amaro, sgradevole per quanti vivono nel disagio più profondo. Parole che non possono ascriversi a politici di spessore, ma ai soliti narratori di favole che sono il segno negativo del nostro tempo e della vacuità della politica, se tutto resta sospeso nel limbo dell’attesa.

 

di Raffaele Villani

Print Friendly, PDF & Email