Quel fatale 2 Settembre 1980

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Oggi parliamo di una vicenda poco nota nel mainstream dominante dei mass media nonostante i molti articoli che nei quasi quarant’anni trascorsi hanno cercato di scoprire cosa sia successo in Libano quando si persero le tracce di Italo Toni e Graziella De Palo, giornalisti italiani la cui storia fa venire in mente l’analoga vicenda che negli anni successivi vide coinvolti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e che maggior risalto ha sempre avuto dai media.

Da quel fatale 2 settembre del 1980 di settembre di loro nulla si è più saputo. 

Le notizie successive parlano di rapimento portato a termine da una formazione estremista palestinese vicina all’Olp, del presunto assassinio compiuto nel porto di Acquamarina e dei loro corpi gettati in mare secondo quanto rivelato dall’ex agente del Sismi Francesco Pazienza.

Le uniche certezze sono quelle relative alla loro partenza per Damasco il 22 agosto 1980, all’attraversamento della frontiera libano-siriana il successivo 24 agosto giorno in cui giunsero a Beirut dove alloggiarono all’hotel Triumph, nella zona della città sotto il controllo palestinese.

In quegli anni Beirut era una città dalle mille facce popolata da spie, killer, faccendieri, trafficanti e uomini d’affari.

Le loro inchieste sul traffico d’armi li avvicinò probabilmente troppo a qualcuno dei veri indicibili segreti della Repubblica, ossia gli inconfessabili patteggiamenti segreti, una sorta di «accordo di non belligeranza» tra lo Stato italiano e le organizzazioni palestinesi, accordo definito “Lodo Moro”. 

E sicuramente questo è il motivo della loro scomparsa visto che il colonnello Stefano Giovannone (ex ufficiale del Sismi, all’epoca responsabile dei servizi segreti italiani in Libano e implicato in alcune clamorose inchieste giudiziarie sulle quali proprio la giornalista stava indagando) oppose il Segreto di Stato al giudice Renato Squillante, magistrato inquirente che stava indagando sulla loro scomparsa. L’ex responsabile del Sismi a Beirut, inquisito nell’inchiesta sui rapporti fra Organizzazione per la Liberazione della Palestina e Brigate rosse, nel 1984 venne anche accusato di favoreggiamento e di rivelazione di segreti di Stato nell’ambito di quella istruttoria. Giovannone avrebbe infatti rivelato ai palestinesi dei cambiamenti in corso in Italia su quegli accordi e dunque era a conoscenza della sorte dei due giornalisti probabilmente scambiati dai palestinesi come spie. Nel corso dell’interrogatorio Giovannone negò comunque ogni addebito sostenendo di essersi limitato esclusivamente ad “eseguire gli ordini”. Nel 1985 il colonnello morì portandosi nella tomba il segreto sulla scomparsa di Italo Toni e Graziella De Palo.

La vicenda molto probabilmente non sarà mai più chiarita avvolta da un perdurante «imbarazzo» anche dopo la scadenza definitiva intervenuta il 28 agosto di cinque anni fa del segreto di Stato, prorogato fino al limite della massima durata di 30 anni (stabilita dalla legge di riforma dei servizi segreti del 2007, che sostituiva quella del 1977).

Italo Toni, nato nel 1930, era diventato famoso con uno scoop sui campi di addestramento dei guerriglieri palestinesi in Giordania, pubblicato sul settimanale francese Paris Match. Aveva collaborato con L’astrolabio, l’Agenzia Notizie e i Diari di Venezia. 

Graziella De Palo, nata nel 1956, era una brillante promessa del giornalismo investigativo. Anche lei scriveva per L’astrolabio e dal 1980 collaborava con Paese Sera, che il 21 marzo del 1980 aveva pubblicato un suo articolo sul traffico d’armi nel quale era coinvolto il nostro Paese segnalando in «Libano la presenza di un ex-agente del Sid, che insieme ad altri agenti inviati da imprese italiane svolge un ruolo di «base» per lo smistamento delle armi in tutto il Medio Oriente e l’Africa».

È significativo che l’«ex-agente del Sid», richiamato nell’articolo di Graziella, sia proprio Giovannone, ufficiale dei carabinieri e colonnello dei nostri servizi segreti, dal 1972 al 1981 capocentro a Beirut, ed è altrettanto significativo che Giovannone venisse evocato da Aldo Moro in due lettere dalla prigionia brigatista.

Sono dunque evidenti i motivi per cui l’ex colonnello stese una spessa cortina fumogena intorno a chi cercava di indagare sulla scomparsa dei due giornalisti. 

Anche l’allora ambasciatore italiano a Beirut Stefano D’Andrea vanamente tentò di contrastare Giovannone finendo per essere sollevato dal suo incarico e trasferito in altra sede.

Analoga sorte toccò ai familiari dei due giornalisti che nella loro disperata odissea alla ricerca dei loro cari subirono vari affronti. Come quello che, poco più di un mese dopo la scomparsa della figlia, subì la madre di Graziella, Renata Capotorti, che si vide rifiutare un incontro con il direttore di Paese Sera (il giornale sul quale scriveva Graziella). Ed ancora, nel marzo del 1981, quando ricevuti da Andreotti, all’epoca presidente della Commissione esteri della Camera, con la promessa di interessarsi e di telefonare loro in seguito, non solo non ebbero più alcuna notizia ma nemmeno ebbero più risposte ai tentativi compiuti nei mesi successivi per ottenere da lui un nuovo incontro.

Addirittura Arafat, con il quale i De Palo riuscirono a ottenere un colloquio rassicurante sulla sorte della loro figlia, si rifiutò di incontrarli di nuovo al secondo appuntamento concordato.

Amnesty International, perfino, nulla rispose all’esposto che i De Palo avevano inviato nel maggio 1981.

di Bruno Marfè

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