Quarto Potere – Io contengo moltitudini

Quarto Potere (Citizen Kane, 1941) è considerato da molti critici ed estimatori il miglior film della storia e da tutti uno dei film più innovativi di sempre.

E se devo scegliere uno dei suoi aspetti più radicali, si tratta della costruzione del protagonista, Charles Foster Kane e di come la storia di “Quarto Potere” gli ruota intorno.

Si parla spesso di come Rashomon (1950) di Akira Kurosawa sia il film che mostra per eccellenza le potenzialità dei vari modi in cui personaggi diversi possono raccontare la stessa storia, in base ai loro pregiudizi e valori, ma Quarto Potere lo fa a mio parere in una maniera ben più brillante, perché ad essere raccontata è la vita di un uomo, il magnate dell’informazione Charles Foster Kane.

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Chi è Charles Foster Kane?

Questo si chiede il cinegiornale che apre il film, e l’idiosincrasia del personaggio è rappresentata già in esso, quando il banchiere suo tutore lo chiama comunista e un sindacalista lo definisce un fascista. E lungo il corso del film, il ritratto non fa che complicarsi. Kane si inventa una guerra che giustifichi un’invasione statunitense di Cuba per dare il via alla propria carriera di giornalista, eppure passa gli anni seguenti a denunciare politici e affaristi corrotti, senza badare a quanto ciò intacchi e riduca il suo patrimonio.

Tradisce la moglie con un’altra donna, una cantante, mentre guida una campagna elettorale per rimpiazzare e arrestare il corrotto governatore di New York. E, anche quando minacciato con la rivelazione dello scandalo, non si ritira pur di rimanere onesto davanti ai cittadini. Ma questa onestà nasconde e genera anche un’arroganza oltre misura, che lo porta a cercare disperatamente di rendere la sua amante una cantante drammatica di successo, e a licenziare il suo migliore amico dal suo giornale, solo perché questo l’aveva stroncata con una recensione negativa.

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Nessuno sembra saper riconciliare queste incongruenze nel film, e nessuno in realtà ci riesce. Il film ci fa intuire che la natura di Charles Foster Kane sia fondata su un singolo incidente avvenuto quando, strappato ai suoi genitori in tenera età per venire cresciuto dallo stesso banchiere che avverserà per tutta la sua carriera da giornalista, perderà il suo slittino. La perdita di quest’ultimo, detto “Rosabella” (Rosebud), lo segnerà a vita. “Rosabella”, infatti, è proprio l’ultima parola che pronuncia quando è in punto di morte, quella che spinge tutti i giornalisti a darsi da fare per spiegare chi sia Charles Foster Kane. Questi ultimi cercano un’amante, una madre, una parente, una figlia nascosta. Eppure, proprio quando decidono di gettare la spugna, Rosabella viene bruciata in un forno nella stessa stanza da operai mandati a sgombrare la casa di Kane dai suoi effetti personali.

 

Questo atto nel film, con tutta probabilità, simboleggia (o può essere interpretato come) l’impossibilità di conoscere appieno l’identità di un uomo, e cosa lo spinge nelle sue azioni durante la vita. E cosa spinge Charles Foster Kane, nel film? Nessuno dei suoi amici e familiari pretende di saperlo; c’è chi dice arroganza, chi ego e chi bisogno di riconoscimento. Forse si sbagliano tutti quanti, o forse hanno ragione, questo sembra dire Welles (e con lui Herman J. Mankiewicz, co-sceneggiatore della pellicola).

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Certo, è ironico che, a contenere tutte queste idiosincrasie, sia proprio un giornalista come Kane. Un uomo il cui compito dovrebbe essere informare il pubblico in maniera oggettiva. Eppure Kane non è mai oggettivo nel film nel suo impegno da giornalista: fonda la sua carriera su quella che alla fine non è che una “fake news” ante litteram, eppure dedica il resto di essa a raccontare sempre e solo la verità, a esporre i corrotti e i potenti dell’élite americana di cui lui stesso fa parte. Nei suoi articoli poi è sempre passionale, politico, carico di opinioni, dedito a infiammare la gente e spingerla a votare, ad agire sulla società in cui vivono, che sia per un interesse o per un altro. Del resto, tale è il giornalismo moderno, e tale lo era ai suoi albori: l’informazione non è mai stata oggettiva, perché gli esseri umani, come sembra affermare il film, non possono mai essere oggettivi. Tutti hanno trascorsi, dolori, rimpianti e amarezze che li spingono a dire ciò che dicono e a fare ciò che fanno, e ciò è valido sia per i personaggi di Quarto Potere che per noi stessi, persone del mondo reale.

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Certo, dopo settant’anni di letteratura attraverso tutti i media in cui si è cercato di creare personaggi complessi, oggigiorno sembra quasi singolare che a spingere Charles Foster Kane sulla sua strada sia la perdita di uno slittino da bambino (nonostante quella fosse la stessa epoca in cui un miliardario si poteva vestire da pipistrello e andare in giro a catturare i criminali, a causa dell’omicidio dei suoi genitori alla stessa età). Eppure, anche noi facciamo cose per ragioni che possono sembrare ridicole. Anche noi andiamo contro i nostri valori, almeno una volta nella vita, o ci danneggiamo da soli pur di rimanervi fedeli. Anche noi ci contraddiciamo. Sembra quasi di leggere una poesia di Walt Whitman: “Io mi contraddico. Sono ampio. Io contengo moltitudini”.

Quarto Potere è forse il miglior adattamento di questa poesia.

di Lorenzo La Bella

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