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Dal 5 marzo 2020, una sirena invisibile e potente è entrata, come una lama affilata in un pezzo di burro, nella coscienza di ciascuno di noi. Ogni individuo, infatti, si è trovato, suo malgrado, a fare i conti con un nemico che sembrava essere lontano dall’Italia, dalle nostre piazze, dalle nostre case. Il Covid-19, virus che dalla cittadina cinese Whuan si è diffuso in tutto il mondo provocando migliaia di morti e centinaia di migliaia di malati, ha assunto il volto del nemico d combattere e da debellare. Ed in effetti è così. Sono scese in campo forze di ogni tipo, da quelle medico-sanitarie, a quelle politiche-economiche, senza dimenticare le molteplici iniziative che si sono attuate e si stanno mettendo in pratica per soccorrere, in modo particolare, le migliaia di famiglie che hanno subìto la marcia del corona virus come una tragedia nella tragedia a causa della povertà dilagante che è scaturita, quasi inevitabilmente, dallo stop forzato ma giusto della quarantena.

Al di là delle molte notizie diffuse a tal proposito (basta accendere la tv ad ogni ora e si troverà un programma che affronta il tema), e senza nulla togliere a quanto la cronaca ci dice in lungo e in largo, informandoci doverosamente su quello che accade a tal proposito nel resto del mondo, sarebbe giusto riflettere anche su quello che questo tempo di quarantena può donarci. Sì, il termine, che sembrerebbe ingiusto e inappropriato, invece, esprime bene quello può esserci dietro un periodo di tempo così difficile come quello che stiamo vivendo. Perché anche quelli che sembrano i tunnel più bui e faticosi da percorrere, possono donare qualcosa di buono a dispetto di un loro iniziale, cattivo volto.

E se il Coronavirus fosse un’opportunità?

Anzitutto, il recupero di ciò che si è. In questi giorni, molto spesso e anche a ragione, le persone hanno sentito la forte esigenza di ritrovare (o praticare maggiormente) una dimensione spirituale, di volgere lo sguardo in alto per invocare l’aiuto divino nella pandemia. Più che giusto se a ciò si unisse, però, il desiderio profondo di uno sguardo orizzontale. Sarebbe auspicabile che, oltre alle invocazioni al cielo, si riscoprisse una dimensione umana nuova, dove la responsabilità personale e la capacità di “guardare” l’altro non come il nemico da combattere ma come colui col quale camminare, divenissero il nuovo paradigma nel quale potersi muovere, vivere, agire. Dovremmo nuovamente imparare a “cercare l’uomo”, come affermava Diogene, filosofo del IV sec.a.C. Un uomo che, troppe volte e volontariamente, abbiamo scelto di dimenticare.

Il senso della morte

Accanto a ciò sarebbe utile fermarsi e riflettere sul significato della morte. Potrebbe, a primo acchito, sembrare un’idea macabra e folle al tempo stesso, eppure riflettere su di essa ci consentirebbe di tornare a fare i conti con un senso di finitudine capace di rieducare il nostro io, a volte, inutilmente gigantesco. I morti di questo periodo, la sfilata di feretri a cui abbiamo dolorosamente assistito, sembrano quasi aver creato una assuefazione alla morte, una realtà che sembrerebbe non aver più nulla da dirci e che, al contrario, ha un suo linguaggio preciso, misterioso, educativo, come lo è il dolore stesso. Meraviglioso sarebbe riaffacciarsi a un’etica del limite capace di ridimensionare ogni stupido e inappropriato delirio di onnipotenza, malattia diffusa, oggi, più del corona virus.

…e quello della vita

Ulteriormente straordinario, poi, sarebbe recuperare quel senso di gratitudine verso la vita che abbiamo così tanto fatto appassire e che ci ha resi enormemente più poveri. Quanto ci siamo sentiti defraudati, in questo periodo, delle nostre abitudini? E quanto quello che abitualmente e superficialmente facevamo prima (lavoro, studio, relazioni) senza ad esso dare il giusto peso, oggi ci manca? Quanto poco grati siamo stati fino ad oggi rispetto a ciò che pensavamo essere un diritto a pieno titolo e che invece, ora, desideriamo riavere come non mai? Siamo diventati affamati di un pane che, precedentemente, abbiamo buttato, calpestato, maltrattato e sciupato fino poi a sentirne il peso profondo della mancanza. Ritornare a benedire (nel senso letterale del termine) tutto ciò che apparteneva alla nostra esistenza, potrebbe forse essere il segno più evidente di una crescita e di una rinascita. Di una rivalorizzazione che porta in sé il senso profondo della dignità.

Infine, questo tempo sospeso, potrebbe aiutarci a riscoprire la nostra vocazione di essere…custodi. La custodia altro non è se non la capacità di vigilare, sorvegliare, avere cura. Nella sua etimologia più forte, custodire vuol dire, in particolare, proteggere e in una società in cui è venuta meno l’importanza di tutelare il mondo stesso come qualcosa di vitale e che ci appartiene davvero, questo rappresenta davvero un messaggio rivoluzionario. Totalmente ripiegati su ciò che siamo o possiamo avere, abbiamo dimenticato un bene comune e la possibilità di camminare insieme. Di accarezzare chi ha necessità di rimettersi in piedi e chi va sostenuto per non cadere. Siamo diventati degli automi che, per fortuna, in qualche modo, hanno cominciato a svegliarsi. Ciechi che potrebbero aver capito, grazie a questo segmento di vita così particolare, che è necessario riaprire gli occhi per non morire per sempre.  Custodire come amare e accogliere. Per tornare a essere capaci, soprattutto ora di ridare, a un volto ammutolito e segnato dall’amarezza, un sorriso nuovo, che faccia di una sconfitta momentanea un canto di vittoria senza fine.

di Francesco Cuciniello

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