Recovery Fund: l’Ue si gioca la sua credibilità politica

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Autore: DARIO PIGNATELLI

Ue: quanto valgono i diritti?

«L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.» Così recita l’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea, al centro del dibattito che ha infiammato Bruxelles negli ultimi mesi.

Il 30 settembre, in vista dell’approvazione del bilancio settennale 2021-2027 e del Recovery Fund, la Commissione europea ha pubblicato il primo Rapporto annuale sullo stato di diritto all’interno dell’Unione con analisi e raccomandazioni per ciascuno dei 27 Stati membri. Obiettivo del Rapporto era valutare la situazione in ogni Stato per vincolare (finalmente) l’erogazione dei fondi al rispetto delle regole e dei valori europei stabiliti dall’art.2. Sotto i riflettori il sistema giudiziario, le misure anticorruzione, la pluralità dei media e gli equilibri istituzionali.

Si è trattato del primo tentativo di istituire un meccanismo per supervisionare l’adesione allo stato di diritto, da affiancarsi a quello già esistente riguardante i soli parametri economici. Soprattutto, richiedendo la maggioranza qualificata, avrebbe consentito di superare un meccanismo paralizzante. Quello dell’unanimità, sperimentato con l’attivazione dell’articolo 7 contro Polonia e Ungheria, rispettivamente nel 2017 e 2018.

Ma qualcosa è andato storto: il 17 novembre Ungheria e Polonia hanno minacciato i leader europei di porre il veto all’approvazione del bilancio (sul quale è necessaria l’unanimità) creando non solo un’impasse senza precedenti nella storia dell’Ue, ma rendendo praticamente impossibile un piano di aiuti tempestivo, così come era stato concepito.

Nonostante siano fra i paesi più colpiti dalla seconda ondata del Covid e fra i massimi beneficiari del bilancio pluriennale, i due Stati hanno alzato il muro, mostrando di mettere i fondi in secondo piano rispetto alla sovranità nazionale. O meglio, alla facoltà di decidere se rispettare o meno i diritti e le libertà civili dei cittadini. C’erano solo due modi per uscirne: ritrovare l’unanimità, convincendo Ungheria e Polonia a fare un passo indietro, oppure, trasformare il Recovery Fund in uno strumento intergovernativo, attivabile esclusivamente per i paesi sottoscrittori.

Le indiscrezioni di stampa parlavano dell’intenzione di creare un nuovo fondo per escludere Polonia e Ungheria. Ma anche dell’espulsione di Fidesz (il partito di Orbán) dal Ppe, il partito più influente nelle istituzioni Ue. Questo avrebbe significato per la Germania, alla presidenza del Consiglio europeo, mettere da parte la responsabilità storica nei confronti della Polonia e il particolare legame con l’Ungheria. Un legame politico, essendo Orbán alleato della CDU tedesca nel Parlamento europeo, e finanziario, essendo l’Ungheria una porta aperta, anzi spalancata, per gli investitori tedeschi.

A consentire l’uscita dallo stallo è stata proprio una soluzione di compromesso lanciata dalla Merkel. Il regolamento sullo stato di diritto resta, ma con un campo di applicazione ristretto e un possibile differimento temporale.

A partire dal primo gennaio 2021, tutti i fondi Ue possono essere sospesi o tagliati per i Paesi membri in cui sono state accertate violazioni sistemiche dello Stato di diritto. Non violazioni generiche, per le quali ci sarebbe l’articolo 7 (inefficace, ma che importa), ma esclusivamente quelle che compromettono la gestione dei fondi Ue. “Il nesso di causalità tra tali violazioni e le conseguenze negative per gli interessi finanziari dell’Unione dovrà essere sufficientemente diretto e debitamente accertato”, si legge nel documento. Tutto e niente, come al solito, tant’è che Polonia e Ungheria hanno accettato di buon grado.

Per quanto riguarda le tempistiche, l’adozione delle misure contro uno Stato membro richiederebbe un massimo di 7-9 mesi. A ciò si aggiunge la possibilità (o probabilità?) di tardare di anni le misure previste in caso di ricorso alla Corte di giustizia dell’Ue. Questo consentirebbe a Orbán e a Morawiecki di utilizzare i fondi fino alle prossime elezioni parlamentari.

Pochi giorni dopo l’accordo, Orbán ha cambiato per l’ennesima volta la Costituzione. I bambini dovranno avere un “padre maschio e una madre femmina” e ricevere un’educazione “basata sulla nostra identità nazionale e sui valori cristiani”. Le coppie omosessuali o transgender non potranno né adottare né crescere figli. Allo stesso modo, in Polonia è pronta una legge per vietare ogni raduno, marcia o evento pubblico della comunità Lgbtq.

Si tratta di un problema sistemico, che va avanti ormai da quasi un decennio, intaccando libertà di stampa, indipendenza dei giudici e diritti delle minoranze. Violazioni che l’Ue, la stessa Ue conosciuta per i suoi valori democratici, ha permesso – con la sua condiscendenza – che non subissero mai conseguenze. Un problema di cui non ci si sfangherà di certo con il nuovo regolamento.

Il compromesso sui valori fondanti dell’Ue ha messo in evidenza l’incompatibilità interna rispetto a un comune progetto politico per il futuro. Mentre il passo indietro europeo non è che un’occasione mancata che continua a compromettere la credibilità dell’Unione. Ormai il solo cambio di rotta di Ungheria e Polonia non sarebbe neppure sufficiente senza una manifestazione pubblica da parte dei leader europei circa l’importanza dei valori sanciti nel Trattato.

L’Unione europea è in crisi, si sta giocando il suo futuro e la sua anima, sempre che ne abbia ancora una.

di Giorgia Scognamiglio

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