Quanto servirebbe oggi il Policlinico di Caserta alla Regione Campania?

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L’emergenza coronavirus in Campania spaventa, e lo fa a ben vedere, vista la condizione della maggior parte dei presidi ospedalieri di cui dispone.

Già in tempi non sospetti diverse inchieste giornalistiche avevano portato a galla gli annosi problemi di cui i nosocomi campani sono affetti: le strutture infatti sono spesso fatiscenti, le forniture di medicine e le attrezzature insufficienti, per non parlare della carenza cronica di personale, soprattutto quello specializzato. Lo sa bene il Governatore della Regione Vincenzo De Luca, nonché ex commissario alla sanità fino allo scorso dicembre, ecco perché sta cercando di evitare in tutti i modi la guerra al virus che, invece, sono costretti a combattere al nord, specialmente in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Sa bene che non ha né i mezzi né le forze necessarie per vincerla, quella guerra, nella malaugurata ipotesi che il temibile SARS-Cov2 riesca ad attecchire anche nella nostra regione, rischiando seriamente di portarla al collasso. Dopo i primi proclami dai toni molto distensivi e rassicuranti, infatti, il Governatore ha radicalmente cambiato strategia, emanando due ordinanze il 13 marzo con le quali adottava misure ancora più stringenti rispetto ai DPCM nazionali, con il paradosso di porre in essere, a scopo cautelativo, delle norme più severe in materia di circolazione delle persone e assistenza medica rispetto alle regioni in piena emergenza.

Eppure la Campania l’occasione per avere a disposizione un punto di riferimento per far fronte a questa emergenza ce l’ha avuta. E quella occasione, ovviamente gettata al vento, si chiama(va) Policlinico Universitario di Caserta.

Una storia vecchia, nata nel 1995 con un protocollo d’intesa tra Governo, Regione e quella che fu la Seconda Università degli Studi di Napoli (oggi Università della Campania “Luigi Vanvitelli”), seguito successivamente con la posa della prima pietra nel cantiere “appena” dieci anni dopo. Tante promesse, tanti proclami, tante passerelle politiche, ma nonostante la previsione di completamento d’opera nel 2008, ad oggi il cantiere giace lì, “completo al 35%”, come ha di recente affermato il magnifico rettore dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, dott. Giuseppe Paolisso, ed è fermo da circa due anni dopo l’ennesimo stop ai lavori a causa della crisi economica della Condotte S.p.a., aggiudicatrice dell’ultimo appalto.
Proprio in questi giorni di allerta sanitaria, dai banchi del Consiglio Comunale di Caserta qualcuno ha provato a riaccendere i riflettori sulla questione, pur sapendo che l’amministrazione comunale poco può fare rispetto all’intricata vicenda. Il consigliere di maggioranza Matteo Donisi, eletto tra le fila del Partito Democratico, ha affidato ai social il suo sfogo, e contattato da noi ha dichiarato che: «solo ora ci si è accorti che alla città di Caserta serve il Policlinico, ma il guaio è che è una visione assolutamente parzializzata. Il Policlinico serve per formare nuovi medici, per portare ricchezza e lavoro in un territorio sull’orlo del baratro occupazionale. È ridicolo sperare che il coronavirus oggi ce ne dia la scusa per completarlo, una classe dirigente non dovrebbe aver bisogno di scuse. Ricordiamoci che De Luca lo promise, e come lui anche i suoi predecessori. Purtroppo, ad oggi, non vedo spiragli per la conclusione dei lavori». Anche il consigliere Antonio Ciontoli, eletto anche lui con il PD ma da tempo passato all’opposizione, ha provato a smuovere le acque inviando una lettera sul tema sia al Presidente della Giunta Regionale sia al Sindaco di Caserta. «Come al solito dal Comune lettera morta, in Regione invece la mia missiva risulta assegnata al settore sanitario ma figuriamoci se di questi tempi hanno il tempo di rispondermi. Qui a Caserta, in piena emergenza, si sente eccome la mancanza dei 400 posti letti che il Policlinico avrebbe portato».

di Raffaele Ausiello
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°204
APRILE 2020

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